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sabato 29 agosto 2026

L'estromissione di Ranucci e il bavaglio a Report



Articolo da Il Manifesto

Dopo una sequenza impressionante di attacchi del vertice della Rai e della stampa filogovernativa con metodi da regime autoritario, l’offensiva ha ottenuto il risultato che si prefiggeva. Ora nei corridoi dell’azienda e in qualche salotto o in certi ristoranti si starà brindando.

E sì, perché come spesso accade a una persona come Ranucci divenuta personaggio, il fatto in sé è surdeterminato dal valore simbolico di una vicenda che segna uno spartiacque.

Intendiamoci. Si possono legittimamente (e ci mancherebbe) avere opinioni diverse sul conduttore della trasmissione del servizio pubblico, nonché sulla stessa trasmissione.

Tuttavia, i motivi profondi dell’ostilità verso il programma e il suo frontman risiedono nel peccato mortale commesso da Ranucci e redazione: l’aver trattato argomenti pericolosi come i rapporti tra lo stato e le mafie, le corruzioni dilaganti, i vari ponti di Messina, i pasticci della campagna sul Covid, le complicità – talvolta trasversali – dei mondi di coloro che decidono.

Il giornalismo di inchiesta è per sua natura duro, ruvido, perché si scontra con muri di silenzio, omertà, banalità dei sedicenti potenti. È inevitabile che chi apre le porte delle stanze degli orrori non abbia lo stile di una commedia brillante. E come mai allora Lavitola?

Ma Ranucci è stato spinto fuori da Report con le modalità di un incontro di lotta libera. A colpire una destra bulimica da tempo in campagna elettorale.

Rimane, tra l’altro, il retrogusto amaro di un’ingiustizia plateale: chi ha subito un attentato è cacciato senza reali motivazioni aziendali, come ha sottolineato il presidente della Federazione della stampa Vittorio Di Trapani. Si tratta di una vendetta, hanno sottolineato le opposizioni. Una scelta grave hanno sottolineato in una nota i consiglieri Alessandro di Majo, Davide Di Pietro e Roberto Natale, che hanno citato l’incredibile soddisfazione dell’amministratore delegato per il prosciugamento della gloriosa terza rete.

Naturalmente, Sigfrido Ranucci ha annunciato che continuerà a lottare e c’è da aspettarsi qualche strascico giudiziario, perché non si intravvedono i motivi formali di una simile scelta.

Serve, dunque, un’analisi differenziata. Guai a confondere i piani: c’è quello dei pareri e dei giudizi soggettivi; c’è quello delle impronte digitali lasciate da chi ha voluto la mannaia.

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Fonte: Il Manifesto

Autore: 
Vincenzo Vita

Licenza: Licenza Creative Commons
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Articolo tratto interamente da Il Manifesto



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