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giovedì 2 aprile 2026

Strage silenziosa a sud di Lampedusa



Articolo da Associazione Diritti e Frontiere – ADIF

Una motovedetta della guardia costiera italiana ha operato un intervento di soccorso a 85 miglia sud da Lampedusa, in quella zona di acque internazionali che si definisce Sar “libica”, anche se la Libia non ha ancora unità territoriale e centrali unificate di coordinamento (RCC) dei soccorsi in mare. Sul barcone “agganciato” dalla motovedetta italiana attorno alle 3 del primo aprile, secondo quanto riferisce l’ANSA, si trovavano diversi cadaveri. Durante il trasferimento verso Lampedusa, dove la temperatura non superava 10 gradi, prima dell’arrivo al molo Favarolo, altri naufraghi, fra cui diverse donne, hanno perso la vita. Tutti sarebbero morti per ipotermia. Una sequenza di morti per freddo che impone un rigoroso accertamento dei fatti, al di là della ricerca dei soliti “scafisti”. Perchè non è la prima volta che questi decessi si verificano a distanza di ore dalla segnalazione e dall’intervento di primo soccorso. Per evitare che altre stragi simili si ripetano in futuro occorre verificare i tempi di avvistamento, le regole di ingaggio e di intercettazione dopo la prima segnalazione dell’evento di soccorso, il ruolo di tutti i mezzi coinvolti in operazioni che forse, se si fossero svolte qualche ora prima, si sarebbero concluse con un minor numero di vittime.

Mentre i cadaveri sono stati trasferiti nella camera mortuaria del cimitero di Cala Pisana cinque naufraghi, fra cui un bambino, sono stati portati al pronto soccorso e versano in gravissime condizioni, tanto che potrebbero essere trasferiti, non appena possibile, con l’elisoccorso verso un ospedale a Palermo o in un altra struttura ospedaliera specializzata in Sicilia. Purtroppo si tratta di una vicenda tragica che ripropone la stessa dinamica di altre precedenti stragi in mare, nel mare dell’indifferenza collettiva, casi nei quali non si sono accertate responsabilità, tanto che questo tipo di tragedie continuano a ripetersi, soprattutto dopo l’intensificazione della guerra alle navi del soccorso civile, allontanate verso porti vessatori o colpite con provevdimenti prefettizi di fermo amministrativo. I giornali riportano scarne notizie sui periodici naufragi, per qualche ora, poi tutto cade nel dimenticatoio.

Il decreto legge “Piantedosi” n.1 del 2023, poi convertito nella legge n.15/2023 consente al governo italiano di allontanare le navi delle ONG dopo il primo soccorso, anche se hanno raccolto in mare soltanto qualche decina di persone e potrebbero salvarne ancora centinaia, che invece vengono abbandonate al loro destino di morte. Il Consiglio d’Europa aveva immediatamente avvertito che “la norma che obbliga le navi dopo l’operazione di salvataggio, a raggiungere senza ritardo il porto assegnato, ritenuta da Strasburgo una previsione che impedisce i salvataggi multipli, rischia nella sua applicazione pratica di inibire un’effettiva attività di ricerca e salvataggio, costringendo le navi ad ignorare ulteriori chiamate di soccorso in violazione del diritto internazionale”. Ed è lo stesso decreto “anti ONG” che consente alle autorità di governo di assegnare alle navi umanitarie porti di sbarco sempre più lontani, in modo da tenerle lontano per il maggior tempo possibile dall’area dei soccorsi a nord delle coste libiche e tunisine. Un espediente che serve anche per trasferire sulle autorità libiche (e tunisine) attività di ricerca e salvataggio che, quando non si traducono in intercettazioni su imbarcazioni tracciate da Frontex, comportano ritardi ed omissioni di soccorso che sono costate la vita di migliaia di persone.

Malgrado numerose pronunce dei tribunali italiani che sospendono o annullano i fermi amministrativi, l’applicazione disumana del decreto Piantedosi (D.L. 1/2023) consente alle autorità di governo di sanzionare le navi delle odiate ONG che non hanno comunicato la loro attività di soccorso in acque internazionali alla sedicente guardia costiera “libica”, ritenuta a torto dal governo italiano e dai suoi organi di polizia come “autorità competente” a coordinare le attività di ricerca e salvataggio nella vastissima zona SAR che si continua a riconoscere a diverse entità statali libiche, che non hanno mezzi adeguati per i soccorsi e non garantiscono il rispetto degli obblighi derivanti dal diritto internazionale. Purtroppo neppure la Corte costituzionale è riuscita a bloccare l’applicazione di una normativa disumana, anche se ha enunciato principi che avrebbero dovuto portare all’immediata sospensione dell’attuazione del Memorandum d’intesa Italia-Libia del 2017, ancora in vigore. Ma per le autorità italiane, ancora oggi, chiunque opera soccorsi nelle acque internazionali ritenute di competenza libica, dovrebbe sottomettersi al coordinamento di una guardia costiera che non rispetta gli obblighi di soccorso e sbarco in un porto sicuro (place of safety) sanciti dalle Convenzioni internazionali. Un obbligo di coordinamento con i libici che viene escluso nei provvedimenti giurisdizionali che sospendono o annullano i fermi amministrativi delle navi del soccorso civile.

Il cruscotto statistico del Viminale riporta il numero degli ingressi in Italia, ma non dà notizie sul numero delle vittime di traversata nel Mediterraneo centrale. Nessun politico potrà vantare di avere ridotto il numero delle vittime con il contrasto più rigoroso degli “sbarchi” in Italia, perchè quest’anno, malgrado il calo degli arrivi, si deve registrare un aumento esponenziale delle vittime di naufragio, spesso abbandonate in mare, tanto che nei mesi scorsi decine di cadaveri sono stati raccolti sulle coste siciliane e calabresi, anche a grande distanza dalla zona nella quale le onde avevano avuto il sopravvento sui fragili scafi sovraccarichi utilizzati nei tentativi di traversata verso l’Italia.

Le motovedette donate dall’Italia ai libici, che sparano sulle ONG, e la formazione elargita ai guardiacoste, non garantiscono interventi di soccorso. Continuano nell’indifferenza generale le intercettazioni nel Mediterraneo centrale, con il supporto operativo degli assetti aerei dell’agenzia europea Frontex, senza alcuna garanzia di sbarco in un porto sicuro, ma con il risultato evidente di riconsegnare le persone bloccate in acque internazionali alle milizie che in territorio libico controllano partenze e sbarchi, gestendo direttamente o sorvegliando i centri di detenzione. E si continuano a sommare nel tempo, nell’indifferenza generale, i rapporti delle organizzazioni umanitarie e delle Nazioni Unite che confermano come ancora oggi le persone trattenute in questi centri subiscano torture per praticare estorsione verso i familiari e violenze sistematiche, in particolare le donne ed i minori non accompagnati.

Qualificare come law enforcement (contrasto dell’immigrazione illegale) quelli che dovrebbero essere ritenuti come eventi di soccorso in acque internazionali non serve soltanto a contrastare gli sbarchi, e gli interventi di soccorso delle ONG, ma contribuisce a ritardare i salvataggi, magari per aumentare il numero dei naufraghi che possono essere intercettati in alto mare e ricondotti in territorio libico. Per questa ragione, rispetto a quanto avveniva fino al 2019, le attività di ricerca e salvataggio affidate alla Guardia di finanza o alla Guardia costiera italiana al di fuori delle acque territoriali e della zona contigua (24 miglia dalla costa) si sono diradate. Spesso il monitoraggio a distanza delle imbarcazioni già in condizioni di distress (pericolo) attuale, è finalizzato all’attesa di un intervento di una motovedetta libica, se non all’arrivo dei barconi “in autonomia” sulle coste italiane. Se queste circostanze possono portare a ritardi ingiustificabili, è compito della magistratura accertare il complessivo svolgersi degli eventi di ricerca e soccorso, e verificare, al di là delle responsabilità individuali degli operatori, se ricorrano moduli operativi che producono effetti letali e che siano direttamente imputabili alla imposizione di precise linee operative da parte dei vertici politici e militari.

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Fonte: Associazione Diritti e Frontiere – ADIF

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Articolo tratto interamente da 
Associazione Diritti e Frontiere – ADIF


Vita in Cisgiordania: la terra è stata sottratta, ma la memoria resta



Articolo da People's World

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su People's World

La prima volta che ho capito che mi era stata rubata l'infanzia non è stata quando sono stata costretta ad andarmene, ma quando ho visto uno sconosciuto in mezzo a essa, sorridente per una foto come se fosse sempre stata sua.

Quando ero bambino, all'incirca dieci anni, vivevo nel mio villaggio vicino a Nablus, un villaggio che non è mai stato solo un luogo, ma uno stato di pace, un pezzo di cuore e un rifugio dal frastuono del mondo.

Lì, le case non erano muri silenziosi, ma famiglie viventi. Una singola abitazione poteva ospitare nonni, genitori, zii, zie, cugini e nipoti. Oppure le case vicine sorgevano una accanto all'altra come un'unica grande famiglia radicata nella terra. I vicini si conoscevano profondamente; nessuna porta li separava veramente, e nessuna distanza li divideva. Avevano ereditato la terra e le pietre dai loro antenati, finché ogni pietra non portava con sé una storia e ogni angolo non custodiva un ricordo.

Intorno a ogni casa c'era un piccolo paradiso: alberi, uccelli e vita. Non sapevamo davvero cosa significasse "comprare" le cose come si fa oggi. Le verdure provenivano dalla terra e la frutta dagli alberi: uva, arance, mele, fichi e olive che riempivano l'anima prima ancora di riempire le nostre case.

Ricordo mia nonna. Ogni quattro o cinque giorni, sfornava il pane. Al mattino, il profumo del pane appena sfornato mi svegliava dolcemente, non solo dal sonno, ma mi trasportava da un mondo all'altro. Correvo verso il suo calore, verso quel piccolo angolo che per me sembrava un universo intero. Il cinguettio degli uccelli, la brezza mattutina, la sua voce gentile: questi semplici dettagli davano a ogni giorno un inizio pieno di serenità, come se la vita stessa mi sussurrasse: "Sei al sicuro " .

La pace scandiva il ritmo delle nostre giornate. Ci incontravamo sulla porta, sorridenti, e andavamo a scuola insieme, eppure le nostre menti erano sempre altrove, a pianificare ciò che sarebbe venuto dopo. Ognuno di noi portava qualcosa da casa: pane, pomodori, olio d'oliva e timo, cetrioli, a volte tè, come se ci stessimo preparando per una piccola avventura, un semplice viaggio che per noi significava tutto.

Le montagne erano il nostro mondo aperto. Correva liberi, si arrampicava, vagavamo per i boschi e nuotavamo nelle sorgenti. Non c'erano macchine fotografiche a immortalare quei momenti, eppure sono scolpiti nella nostra memoria, vivi e vividi, come se fossero accaduti ieri.

Ciò che definiva veramente il mio villaggio era la sicurezza. Non c'erano insediamenti israeliani nei dintorni, e già questo, di per sé, era una rara benedizione. Nonostante il passaggio occasionale di jeep e carri armati israeliani, e nonostante la presenza di prigionieri del nostro villaggio, esso ha conservato la sua quiete per anni, quasi a resistere in silenzio.

Ma come in ogni storia palestinese, alla fine il dolore trova la sua strada.

Un paio d'anni fa, tutto è cambiato.

I coloni israeliani arrivarono su una delle montagne del mio villaggio. Montarono delle tende, rubarono il bestiame e seminarono il terrore tra gli abitanti. Si imposero con la forza, rivendicando la terra come loro, affermando di esserne i "custodi", mentre noi eravamo gli stranieri.

La notizia fu come una ferita aperta: terrificante per me e per gli abitanti del mio villaggio, che non erano abituati a tanta oscurità. Da allora, le montagne non sono più le stesse. Non possiamo più andarci liberamente, respirare la loro aria, né viverle come un tempo.

Non posso più portare i miei figli lì per mostrare loro la bellezza che mi ha cresciuto, la bellezza che ha plasmato la persona che sono.

E qualche giorno fa ho visto una foto. Un colono in piedi su una di quelle montagne, che si scattava un selfie, proprio nel luogo che un tempo faceva parte della mia infanzia, delle mie risate, dei miei sogni.

Non si trattava solo di una foto. Era un furto.

Furto di terre, certo, ma anche furto di memoria, di desiderio, di sogni.

Avevo la sensazione che il luogo stesso fosse in lutto, come se ogni pietra soffrisse, ogni albero gridasse, ogni fiore protestasse: "Questo non ti appartiene. Tu non appartieni a questo posto."

Da una singola immagine, si aveva la sensazione che la vita stesse lentamente abbandonando quel luogo: svanendo, affievolendosi, scomparendo.

E la domanda risuona ancora e ancora:

Perché?
Perché dobbiamo vivere così?
E perché ci vengono persino sottratti i ricordi?

Eppure una verità rimane immutata:

L'ingiustizia non dura per sempre e la verità non può essere cancellata.

La terra può essere sottratta, ma ciò che ha seminato in noi – amore, appartenenza, memoria – non può essere portato via. Le nostre storie vivono qui, in ogni pietra, in ogni albero, in ogni granello di terra. E se la terra potesse parlare, direbbe: "Lasciatemi al mio popolo. Non contaminatemi con la vostra presenza " .

Alla fine, la terra può essere sottratta, le strade possono essere chiuse e i corpi possono essere tenuti lontani, ma c'è una cosa che non potrà mai essere portata via: questo senso di appartenenza che vive dentro di noi come un'anima.

Non ci limitiamo a ricordare la terra. La viviamo. La portiamo con noi nei dettagli, nel nostro linguaggio e nelle storie che tramandiamo ai nostri figli, affinché la verità non vada mai perduta.

Potrebbero pensare che la loro presenza sia sufficiente a cancellarci. Ma non sanno che la terra ricorda i suoi abitanti, e che questa memoria è più forte di qualsiasi tentativo di annientarla.

Un giorno, torneremo, non solo per reclamare ciò che ci è stato portato via, ma per risvegliare la vita in ogni pietra e in ogni albero. Per dire: Noi eravamo qui. Siamo ancora qui. E saremo sempre qui.

Noi palestinesi non siamo solo il popolo di questa terra, ma ne siamo anche la pazienza, la speranza, la memoria che non svanisce mai.

E tornerò a quell'albero che ancora mi aspetta. Lo abbraccerò, mi siederò alla sua ombra con i miei figli e racconterò loro le storie che un tempo vivevo qui.

E poi
i suoi rami si piegheranno verso di me,
asciugheranno le lacrime di gioia dai miei occhi
e sussurreranno:

“Bentornato… ci sei mancato.”

Continua la lettura su People's World

Fonte: People's World

Autore: Abo Sam

Articolo tratto interamente da People's World


Dipinto del giorno

 


La primavera di Giuseppe Arcimboldo


Voglio ricordare i profili sociali di questo blog

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Pioggia d'Aprile di Luigi Pirandello


Pioggia d'Aprile 

Attoniti, dai nidi
nuovi, sui vecchi tetti
guardano gli uccelletti.
mettendo acuti gridi,
cadere l'invocata
pioggia di mezzo aprile.
Tu dietro la vetrata,
dalla finestra bassa
come lor guardi e ridi.
E' nuvola che passa.

Luigi Pirandello 


La missione Artemis II completa la prima fase del volo verso la Luna


Articolo da Tachyon Beam

Era notte in Italia quando la navicella spaziale Orion della NASA si è separata dall’ultimo stadio, chiamato ICPS (Interim Cryogenic Propulsion Stage), dell’SLS (Space Launch System), che era decollato quasi due ore prima dal Kennedy Space Center. La Orion si è immessa sulla traiettoria che la porterà a viaggiare attorno alla Luna per compiere la sua missione di circa 10 giorni. Si tratta del secondo lancio per l’SLS e per la Orion nella sua configurazione completa. L’importanza della missione Artemis II è data dal fatto che è la prima di questo programma con un equipaggio a bordo.

Quasi tre anni e mezzo dopo la missione Artemis I, finalmente è partita la seconda missione di questo programma che ha lo scopo di riportare astronauti sulla Luna. L’obiettivo finale di questo programma è di costruirvi una base permanente seguendo piani che sono stati modificati nel corso del tempo. La versione corrente del programma è stata annunciata in un evento della NASA solo la scorsa settimana.

I quattro astronauti a bordo della navicella Orion che è stata chiamata Integrity sono:

Gregory Reid Wiseman. Nato l’11 novembre 1975 a Baltimore, nel Maryland, negli USA, si è laureato in ingegneria al Rensselaer Polytechnic Institute. È entrato in marina con il programma NROTC (Naval Reserve Officers Training Corps) ed è stato addestrato come pilota di aeroplani. Ha servito in due tour in Medio Oriente per i quali ha ricevuto varie onoreficenze e ha anche ottenuto un master in ingegneria di sistemi alla Johns Hopkins University nel 2006. Nel 2009 è stato selezionato come candidato astronauta. Tra il maggio e il settembre 2014 ha prestato servizio sulla Stazione Spaziale Internazionale come parte della Expedition 40/41.

Victor Jerome Glover. Nato il 30 aprile 1976 a a Pomona, in California, negli USA, ha conseguito un bachelor of science in ingegneria alla California Polytechnic State University nel 1999 per poi arruolarsi nella Marina militare americana. Durante il servizo, è diventato pilota collaudatore, ha conseguito un master in Ingegneria dei voli di collaudo all’Air University nel 2007, un master in ingegneria di sistemi alla Naval Postgraduate School nel 2009 e un master of Military Operational Art and Science nel 2010. È stato selezionato come candidato astronauta nel 2013. Tra il novembre 2020 e il maggio 2021 ha prestato servizio sulla Stazione Spaziale Internazionale come parte della Expedition 64/65.

Christina Hammock Koch. Nata il 29 gennaio 1979 a Grand Rapids, nel Michigan, negli USA, ha conseguito una laurea in ingegneria elettrica e una in fisica alla North Carolina State University e successivamente un master in ingegneria elettrica. Inizialmente ha lavorato per la NASA come ingegnere presso il Goddard Space Flight Center dando il suo contributo allo sviluppo di varie missioni scientifiche. Ha anche prestato servizio presso la base Base Amundsen-Scott e alla Base Palmer in Antartide. Dopo quell’esperienza ha lavorato alla Johns Hopkins University contribuendo ancora allo sviluppo di vari strumenti per le sonde spaziali van Allen e Juno. Dopo un’altra esperienza alla Base Palmer ha lavorato anche in Groenlandia e per il NOAA in Alaska. È stata selezionata come candidata astronauta dalla NASA nel 2013. Tra il marzo 2019 e il febbraio 2020 ha prestato servizio sulla Stazione Spaziale Internazionale come parte della Expedition 59/60/61.

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Fonte: Tachyon Beam

Autore: 

Licenza: This is work is licensed under Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International

Articolo tratto interamente da Tachyon Beamù

Photo credit NASA HQ PHOTO, Public domain, via Wikimedia Commons


Oggi è la Giornata mondiale per la consapevolezza sull'autismo



Oggi è la Giornata mondiale per la consapevolezza sull'autismo


Per maggiori informazioni:




Nella paura

“Nella paura e nel terrore del palcoscenico tengo sempre il controllo, e di solito riesco perfino a inventarmi qualcosa di buono.” 

Giuliana De Sio

Photo credit Gianni_Profita_e_Teresa_De_Sio.jpg: Foto depositoderivative work: RanZag, CC BY 2.0, da Wikimedia Commons


Quando la verità...

"Quando la verità viene sepolta, cresce, soffoca, accumula una tale forza esplosiva che, il giorno che scoppia, fa saltare ogni cosa con sé."

Émile Zola



Al di fuori della cancellata


"Al di fuori della cancellata, sull'orlo del fossetto, tra l'erba verde e folta, c'era una volta una margheritina, sai bene, una piccola pratellina. Il sole splendeva su di essa tiepido e chiaro come sui grandi fiori di lusso dentro della cancellata; e così la pratellina cresceva a vista d'occhio, sin che una mattina si trovò in piena fioritura, con tutte le foglioline bianche e lucenti spiegate come raggi intorno al piccolo sole giallo del centro. A lei nemmeno passava per la mente d'essere un povero fiorellino disprezzato, cui nessuno avrebbe degnato di uno sguardo, là, tra mezzo l'erba."

Hans Christian Andersen


Nun te vortà...


"Nun te vortà perchè vive è come scalà le montagne, nun te devi guardà alle spalle

artrimenti rischi de avecce le vertigini, 

devi d'annà avanti, avanti e avanti 

senza rimpiagne quello che te sei lasciato de dietro, 

perchè sè arimasto dietro significa che nun te voleva accompagnà ner viaggio."

Aldo Fabrizi


mercoledì 1 aprile 2026

Se ci fosse più empatia nel cuore...



"Se ci fosse più empatia nel cuore di ogni essere umano, il mondo sarebbe completamente diverso. L'empatia è un sentimento pacifico, più dell'amore. L'empatia si insegna. È un'educazione affettiva, un modo di guardare al mondo, di mettersi in corrispondenza con gli altri. A me l'ha insegnata mia madre.L'empatia non è un semplice ascoltare gli altri. È piuttosto un sentire, un sintonizzarsi, ascoltare non è tutto. Le persone ascoltano, ma non sentono, o sentono ma non ascoltano. C'è un ascolto emotivo, che è l'ascolto reale, che viene dimenticato."

Geraldine Brooks


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Amo la gente un po’ folle

"Amo la gente un po’ folle. Gli abbracci improvvisi. I gesti spontanei. I sorrisi gratuiti. Chi saluta per primo, chi ti regala attenzione, chi ti punta gli occhi negli occhi mentre ti parla. Amo chi si butta nella mischia, chi apre le danze, chi si ubriaca di emozioni. E ti contagia di gioia."

Paola Felice


Mago Aprile di Angiolo Silvio Novaro


Mago Aprile

Buon giorno, mago Aprile!
Sei tornato? Si desta
al semplice tuo tocco
con tre ghirlande in testa
nell'orto l'albicocco;
l'acacia nel cortile
mette il più bel monile;
le rondini dai nidi
gridano: « Vidi! Vidi!
Buon giorno! ». Lo sparuto
margine del fossato
si veste del più ricco
mantello di broccato
per te, che faccia spicco;
e il ruscello già muto,
ripreso il flauto arguto,
suona portando al mare
argenti e perle rare.

Angiolo Silvio Novaro


Proverbio del giorno

 


Aprile, dolce dormire.


Noi possiamo non arrivare ad essere felici...

“Noi possiamo non arrivare ad essere felici, lottando con coraggio inaudito; ma sarà molto più difficile fallire se dosiamo con giudizio le nostre opportunità e le nostre capacità.” 

Agnes Repplier



Tu sei come un colibrì...

“Tu sei come un colibrì perché come il colibrì metti tutta la tua energia nel restare fermo. Settanta battiti d'ali al secondo per rimanere già dove sei. Riesci a fermarti nel mondo e nel tempo, riesci fermare il mondo è il tempo intorno a te, certe volte riesci addirittura anche a risalirlo, il tempo, e a ritrovare quello perduto, così come il colibrì è capace di volare all'indietro.” 

 Sandro Veronesi


Un sogno di Edmond Rostand


Un sogno


Ero solo, su un vasto altopiano, sotto un cielo scuro.
Solo in mezzo a innumerevoli morti e moribondi,
e feriti che gridavano: "Non voglio morire!".
C'erano migliaia di persone pronte ad aiutarmi.
Mi torcevo le mani, così solo, così debole.
Più di uno che si era mosso si immobilizzò.
Intuii che erano lì da giorni,
che non avremmo dovuto aiutarli ancora a lungo.
Salii su un cumulo di terra e, nell'ombra blu,
vidi che la gente moriva così per chilometri e chilometri!
E tesi le braccia verso tutti loro, desolato,
soffrendo terribilmente per essere stato chiamato invano
da un capo all'altro di questo campo di battaglia!

E sentii: "Un po' d'acqua fresca per la mia ferita!"
"Ho sete! Vieni a passarmi la borraccia del morto!
" "Dammi la mano per un ultimo sforzo!"


— Rum! Sto morendo! — Mi coglieresti un rametto
di questi fiori? — Porta via questo cadavere, mi sta soffocando!
— Un drink! — Mi sto addormentando, scrollami di dosso!
— Vieni a scacciare questo stormo di corvi!
La loro fascia nera torna sempre da me!
— Sollevami la testa con un sacco! — Un drink!
— Ecco, guarda nella mia tasca se c'è un ritratto sbiadito…
— Guarda e dimmi cosa si è rotto.
— Il tuo cappotto! — Vai a chiamare i barellieri!
Vieni a spostare la mia gamba, è sotto il mio cavallo!


"Acqua!" — Ehi! Non lo faresti per me... Sto soffrendo!...
Cosa sarebbe stato fatto per te in tale angoscia?
— Un colpo di pistola, per pietà, nell'orecchio!
A me! — No, no! A me! — Sto per morire! — Sto morendo!
Acqua! — Acqua!" Ahimè! E molti altri lamenti!

Il tempo passò. I lamenti si placarono. La
cosa orribile era che sentivo che era del tutto possibile
salvarne alcuni. Avrei potuto salvarne due o tre.
Ma il mio cuore non riusciva a rassegnarsi alla scelta.
Andavo di qua e di là, non sapendo più cosa fare.
Mormorai: "Grande Dio! Devo scegliere?
Oh! "Quali aiutare?" Non riuscivo a decidere;
e la pietà mi faceva vagare!
Temevo di commettere una terribile ingiustizia.
Occuparmi di uno, forse, vedendo l'uniforme
di un amico, trascurare uno dei nemici!
Perché questo ufficiale decorato, così ben vestito,
piuttosto che questo soldato scalzo e senza grado?
Avanzo bruscamente, e poi indietreggio!
Un bambino mi tocca il cuore: intravedo un antenato!
Penso troppo a tutti per preoccuparmi di uno solo!


Infine, disperando di fronte all'immenso compito,
non sapendo più da dove cominciare,
credendo che salvare due o tre persone sarebbe stato inutile,
mi sono lasciato cadere sul bordo di un burrone,
singhiozzando e gridando: "Cosa devo fare?" ,
coprendomi disperatamente il viso con entrambe le mani.
Rimango accasciato, gemendo, inattivo,
disperato.
Sento un lamento.
Apro gli occhi. Vedo, nell'atroce erba marrone,
un ruscello serpeggiante, tutto argentato dal chiaro di luna,
che, per caso, e pur passando attraverso
tutti questi corpi aggrovigliati, è rimasto puro di sangue.
Un uomo va avanti e indietro, si inginocchia.
Poi, si precipita verso questo ruscello, disseta
un ferito, poi torna, inzuppa un panno nell'acqua
e va a medicare la fronte di una nuova, sfortunata anima.

È solo come me. Cosa farà? Non importa!
Solleva le fronti, incoraggia, trasporta,
si prende cura e dà da bere. Si è avvicinato al primo che giaceva lì.
È solo, come me. Nessuno lo aiuta. Agisce.
Salva chi può. Gli altri, se mai ci pensa,
non lo distraggono dai pochi di cui si prende cura.
Versa un cordiale, poi assume un'aria soddisfatta…
Come se, in questa sofferenza, ciò che fa avesse importanza!
E lo riconosco: è un essere volgare,
un uomo, per la precisione, che a malapena mi piace
perché appartiene a quella schiera di menti mediocri
di cui tutto ciò che amo, o quasi tutto, è frainteso.
Il suo ragionamento è pesante, e il suo stile altrettanto.
Perché questo tipo si intromette nel mio sogno?
È un sempliciotto. L'ho sempre tenuto in scarsa considerazione.
Non può essere considerato tra i raffinati.


Ironicamente, spesso lo prendevamo di mira.
Non ha un animo tenero, né nervi sensibili.
Non è scomposto da nulla, oh! in modo morboso.
La sua banale pietà non sente
nessuno dei raffinati e dolorosi scrupoli
miei. Non è un uomo di crepuscoli,
di sfumature, non ha sofferto quando ho sofferto io.
A due o tre feriti offre la sua biancheria pulita.
Gli basta. Nessun rimpianto, nessuna lotta interiore.
Può agire con calma e deliberatamente, questo bruto!

Arriva il giorno. Nessun grido. Tutti i moribondi sono morti.
Vago, e sento dentro di me un vago rimorso:
E, vedendo tre soldati in piedi nell'alba rosata,
scopro che dopotutto ha fatto qualcosa,
quest'uomo; e tutti i morti cessano di perseguitarmi
quando sento cantare i tre sopravvissuti!
Lui, grave, li osserva.
Nei suoi gentili occhi grigi, c'era quasi felicità,
guardando i tre che solo lui era riuscito a salvare.
E quel sogno mi ha fatto sognare molto da allora.

Edmond Rostand


L’uomo...



"L’uomo attraversa il presente con gli occhi bendati. Può al massimo immaginare e tentare di indovinare ciò che sta vivendo. Solo più tardi gli viene tolto il fazzoletto dagli occhi e lui, gettato uno sguardo al passato, si accorge di che cosa ha realmente vissuto e ne capisce il senso."


Milan Kundera




Buon mese di aprile a tutti


 "Io canterò come un sole improvviso in un giorno d'aprile." 

Pierangelo Bertoli

Buon mese di aprile a tutti!


Calcio: Italia eliminata dalla Bosnia


Articolo da Wikinotizie, le notizie a contenuto aperto 

La Nazionale italiana viene eliminata ai calci di rigore dalla Nazionale maschile di calcio della Bosnia ed Erzegovina nella finale del turno di spareggio.

Gli azzurri erano passati in vantaggio grazie ad una rete di Moise Kean al 15º minuto del primo tempo ma poi, complice un errore del reparto difensivo, Alessandro Bastoni viene espulso per fallo da ultimo uomo al 42º minuto di gioco. La Bosnia ha attaccato a spron battuto per tutto il secondo tempo ed è riuscita a trovare la rete del pareggio grazie a Haris Tabaković a dieci minuti dal termine della partita.

L'Italia è riuscita a resistere fino alla fine dei tempi regolamentari e supplementari arrendendosi ai calci di rigore per gli errori di Pio Esposito e Bryan Cristante.

L'Italia non parteciperà al Campionato mondiale di calcio 2026, il terzo di fila. 

Fonte: Wikinotizie, le notizie a contenuto aperto

Autori: vari

Licenza: 
This work is licensed under a Creative Commons Attribution 2.5 Generic License.

Articolo tratto interamente da Wikinotizie, le notizie a contenuto aperto


martedì 31 marzo 2026

Israele approva l'impiccagione di prigionieri palestinesi nel contesto di una nuova escalation regionale



Articolo da ANRed

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Il parlamento israeliano, la Knesset, ha approvato una legge che autorizza la pena di morte accelerata per impiccagione per i prigionieri palestinesi condannati per l'omicidio di israeliani in casi classificati come "terrorismo". Questa misura eccezionale, persino all'interno del sistema legale israeliano, arriva in un momento di crescente repressione contro la popolazione palestinese. Nel frattempo, il genocidio a Gaza continua. Oltre 9.000 prigionieri palestinesi, tra cui 360 bambini, temono esecuzioni di massa. In diverse città israeliane si sono svolte proteste contro la "guerra infinita" e il "sionismo", represse violentemente. (Di ANRed.)

Il regolamento stabilisce condizioni altamente discutibili dal punto di vista legale: non richiede un verdetto unanime per emettere una sentenza, non contempla la possibilità di grazia e fissa un periodo di esecuzione di soli 90 giorni dalla data della sentenza. Ciò apre la strada a esecuzioni accelerate in un sistema ripetutamente denunciato dalle organizzazioni internazionali per la sua strutturale discriminazione nei confronti dei palestinesi.

Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha celebrato pubblicamente l'approvazione della legge, tentando persino di stappare una bottiglia di champagne all'interno dell'edificio del parlamento, in una scena parzialmente contenuta dal personale di sicurezza.

Oltre 9.300 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane

Secondo i dati diffusi da organizzazioni per i diritti umani, attualmente più di 9.300 palestinesi sono detenuti nelle carceri israeliane, tra cui almeno 350 minori e 66 donne. Diverse segnalazioni descrivono la loro detenzione in condizioni che violano i diritti fondamentali, compresa la detenzione amministrativa senza processo.

L'approvazione di questa legge desta preoccupazione per la possibilità che centinaia di questi prigionieri possano essere giustiziati a breve.

Le Nazioni Unite hanno avvertito che la pena di morte obbligatoria costituisce una violazione diretta del diritto alla vita, oltre a contraddire le norme fondamentali del diritto internazionale. Anche i ministeri degli esteri europei hanno espresso critiche, sebbene senza annunci concreti di sanzioni o tattiche di pressione.

Escalation militare: attacchi in Libano e tensioni con l'Iran

Parallelamente a questi progressi legislativi, Israele ha intensificato negli ultimi giorni gli attacchi contro il Libano meridionale, una dinamica che acuisce il conflitto regionale. I recenti bombardamenti hanno colpito aree in cui operano forze legate a Hezbollah, aumentando il rischio di una guerra aperta al confine settentrionale di Israele. La resistenza libanese ha già registrato oltre cento attacchi contro le forze israeliane, tra cui la distruzione di veicoli blindati.

Nel frattempo, sono stati registrati nuovi lanci di missili dall'Iran verso il territorio israeliano, in quella che diversi analisti interpretano come una risposta indiretta nel quadro di un conflitto che si sta già estendendo oltre Gaza e minaccia di assumere una dimensione ancora più regionale.

Proteste contro la guerra all'interno di Israele

In questo contesto di crescente militarizzazione, stanno emergendo dissidenti anche all'interno di Israele. Circa un migliaio di persone hanno manifestato sabato scorso in diverse città del Paese contro quella che hanno definito una nuova "guerra perpetua".

Le proteste si sono svolte in oltre 30 località, tra cui Tel Aviv, Haifa, Gerusalemme e Beersheba, con lo slogan "Per tutte le nostre vite". Le manifestazioni sono state organizzate da ex membri del parlamento in collaborazione con organizzazioni pacifiste come Standing Together, Peace Now e Women Wage Peace. Sono stati inoltre esposti striscioni antisionisti.

Secondo gli organizzatori, le manifestazioni sono state represse violentemente dalla polizia. "Attivisti di destra e polizia hanno ricevuto l'ordine di effettuare arresti e mettere a tacere il dissenso", ha dichiarato Standing Together. Secondo le notizie, almeno otto persone sono state fermate, sebbene le autorità non abbiano confermato ufficialmente il numero.

Nella piazza Habima di Tel Aviv, uno dei principali punti di ritrovo, i manifestanti hanno esposto immagini di bambini uccisi negli attacchi israeliani in vari territori, tra cui Iran, Libano e Cisgiordania occupata. Ad Haifa, città particolarmente colpita dai combattimenti, sono stati srotolati striscioni con slogan come "Netanyahu è un pericolo per Israele" e "Il sionismo è morte".

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Fonte: ANRed

Autore: ANRed - Agencia de Noticias RedAcción

Articolo tratto interamente da ANRed - Agencia de Noticias RedAcción