Oggi, 11 maggio 2026, sono quattro anni esatti da quel giorno terribile. Quattro anni da quando Shireen Abu Akleh, giornalista palestinese di Al Jazeera, è stata uccisa da un colpo sparato da un soldato israeliano durante un’incursione a Jenin. Indossava il giubbotto antiproiettile e l’elmo con la scritta PRESS ben visibile. Stava facendo ciò che ogni società libera dovrebbe proteggere: raccontare, testimoniare, dare voce a chi non ne ha.
Ma la sua storia non è un’eccezione. Dal 2022 e soprattutto dopo il 7 ottobre 2023 a Gaza, le forze israeliane hanno ucciso decine di reporter.
Penso a Wael Dahdouh, caporedattore di Al Jazeera, ferito gravemente dopo aver perso familiari e colleghi.
A Hamza Al Dahdouh e Ismail Al-Ghoul, colpiti in raid aerei.
A Anas al-Sharif, Mohammed Salama, Mariam Abu Daqa, uccisi nel 2025 in attacchi contro ospedali e aree civili.
Secondo il Committee to Protect Journalists e Reporters Sans Frontières, sono oltre 200 i giornalisti caduti a Gaza. L’ONU ne conta 247 dall’ottobre 2023. È la guerra più letale mai registrata per la stampa. E questi non erano combattenti. Erano lì per informare il mondo, nonostante tutto.
E la giustizia? Ancora niente. Nessun processo per Shireen. Nessuna responsabilità per gli altri.
Eppure il loro coraggio non svanisce. Resta. Brucia. Ispira.
È la prova che la verità, anche quando viene colpita, non si arrende.
Shireen, Wael, Hamza, e tutti voi: la vostra penna vale più di qualsiasi arma. Non vi dimenticheremo. Riposate in pace.
Autore: Partigiana Cyber







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