Articolo da Effimera
Blocchi e solidarietà
I blocchi lungo le strade e autostrade del Sud Italia hanno assunto caratteristiche vicine a quelle di un’insorgenza sociale che sicuramente non si chiude con la loro progressiva e non semplice rimozione. Ciò che è stato vissuto nel Mezzogiorno dagli inizi di ottobre è un’emergenza politica che difficilmente potrà essere normalizzata. Le mobilitazioni sono iniziate dapprima in Calabria, si sono successivamente estese alla Sicilia e alla Puglia per, poi, diffondersi in tutto il resto del Sud. Sono state coinvolte tutte le aree geografiche, ma quelle interne e semi-periferiche più di altre perché sono le parti di territorio maggiormente interessate dalle produzioni agricole e dai nodi della logistica. La mobilitazione ha trovato un consenso diffuso, soprattutto da quelle aree della popolazione più vicine alle rivendicazioni economiche degli autotrasportatori e degli autisti che parlano esplicitamente non solo di caro-gasolio ma di carovita.
Nel frattempo, gli alimenti freschi sono scomparsi per alcuni giorni dalle catene dei supermercati, mentre si è ridotta la disponibilità del carburante per il trasporto tanto pubblico quanto privato e i blocchi hanno tenuto per alcuni giorni anche di fronte agli annunci del ministro delle infrastrutture e della stampa vicina al Governo e alle iniziative repressive avviate. Addirittura, nei due giorni successivi ai comunicati governativi che invitavano a smobilitare l’affluenza e soprattutto la solidarietà ai blocchi sono aumentati. Parti crescenti della società meridionale si sono mostrate, anche con mobilitazioni sociali e studentesche, sostenitrici della mobilitazione. Questa lotta non è stata né criminalizzata né osteggiata dalle aree popolari, che, in realtà, l’hanno appoggiata. Questa simpatia, che, in modo puntiforme nel contesto meridionale, è anche diventata esplicito sostegno, è, in realtà, un segnale di un’insofferenza più profonda.
Contro il declassamento sociale
Il tema scatenante è stato quello del prezzo del gasolio, a causa del quale, in una struttura economica debole e dipendente, con tanti autotrasportatori che lavorano in subappalto e con margini ridotti al minimo, la maggioranza delle imprese tanto del trasporto quanto della produzione agricola si è trovata a lavorare in perdita. Parlando con alcuni dei protagonisti dei blocchi, si comprende che i forti rincari hanno colpito soprattutto i piccoli operatori indipendenti, che, a differenza di quanto accade nel Nord Italia, affrontano ampie distanze logistiche vedendo accresciuti i costi a fronte di ricavi rimasti stabili. I rincari del gasolio colpiscono soprattutto questa parte degli autotrasportatori, che devono sostenere investimenti elevati e orari di lavoro molto lunghi, ottenendo redditi spesso modesti. Dunque, siamo dentro la conclamata crisi del lavoro autonomo meridionale che si è percepito in passato come parte della classe imprenditoriale. I piccoli trasportatori, pur essendo formalmente imprenditori indipendenti, sperimentano una crescente difficoltà a sostenere economicamente le proprie attività.
Nelle mobilitazioni, il caro-gasolio è risultato la spia di una situazione socioeconomica e di rapporto con il governo centrale di crisi conclamata. Non a caso, nei blocchi sono circolate parole d’ordine sul futuro negato, sulla necessità di lottare per i propri figli e territori, ma anche sul rifiuto delle promesse o delle elemosine governative. Chi all’interno dei blocchi ha letto la situazione in termini più generali ha indicato anche il tema della distribuzione del valore tanto lungo le filiere agricole quanto lungo quelle della logistica. Le imprese più piccole reggono i profitti enormi della Grande Distribuzione Organizzata, da un lato, e delle grandi imprese e multinazionali del trasporto, dall’altro.
L’opposizione (di fatto) all’economia di guerra
Certo, a questo proposito, nella mobilitazione che si è sviluppata, che ha compreso anche gli agricoltori e parti delle grandi imprese agricole, è stato assente il lavoro dipendente, specialmente quello dei e delle braccianti, dei soggetti più sfruttati sui quali si scaricano tutti i costi delle filiere agricole, che avrebbero tutto il diritto invece a rivendicare finalmente la loro parte di ricchezza e dignità negata. Tuttavia, il tema dei rapporti di forza tra i vari attori delle filiere è stato riconosciuto. Non è stato quello centrale delle rivendicazioni esplicite – che si sono concentrate sul tema dei costi, specialmente del gasolio – ma è stato presente. Così come lo è stato quello della guerra: i soldi per il riarmo ci sono, quelli per ridurre i costi di chi produce no. È un discorso che è stato fatto, anche in connessione con quello della dignità personale e familiare sotto attacco. Le famiglie degli autotrasportatori e degli autisti vivono spesso con un solo reddito: se quello si assottiglia la povertà si avvicina. E, prima di tutto, si rende reale il sentimento dell’impoverimento, l’esperienza del declassamento sociale. Un’esperienza che aiuta a comprendere perché il sostegno popolare a questo tipo di mobilitazione è stato alto e addirittura crescente. La guerra toglie risorse e fa aumentare i prezzi. Il rifiuto dell’economia di guerra è evidente. Ha motivazioni quotidiane, economiche e simboliche: essa sta impoverendo parti della popolazione meridionale, sia direttamente con i prezzi del carburante che salgono, sia indirettamente, con le possibili risorse pubbliche di sostegno che scompaiono per favorire il riarmo.
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Fonte: Effimera
Autore: Gennaro Avallone
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Articolo tratto interamente da Effimera
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