Articolo da East Journal
Il fascismo trasformò il confine orientale in un laboratorio di italianizzazione, repressione e anti-slavismo, nel tentativo di cancellare identità e culture slovene e croate. Ma per il regime quella frontiera rimase sempre una spina nel fianco.
Il confine orientale fu una delle grandi ossessioni dell’Italia fascista. Agli occhi del nazionalismo italiano esso rappresentava una sorta di frontiera “incompiuta”, una linea politica dietro la quale vivevano popolazioni che rendevano evidente quanto il nuovo confine non coincidesse con quello linguistico ed etnico tanto caro al regime. Prendiamo spunto dall’anniversario della nascita dello Stato dei Serbi, Croati e Sloveni il 29 ottobre 1918 (poi diventato Regno il 1° dicembre dello stesso anno) per riflettere sul fenomeno del fascismo di frontiera.
Una frontiera incompiuta
Per comprendere questa vicenda occorre in primis chiarire la geografia del confine orientale: la Venezia Giulia, intesa nel suo significato storico più ampio, comprendeva Trieste, il Goriziano e l’Istria, che divennero parte del Regno d’Italia al termine della prima guerra mondiale, mentre Fiume, annessa all’Italia nel 1924, rappresentava un ulteriore nodo della contesa adriatica. In questi territori convivevano da secoli comunità italiane e popolazioni slovene e croate, in una realtà plurilingue e composita, segnata da identità, appartenenze e rivendicazioni diverse. Fu su questo equilibrio complesso che il fascismo intervenne, trasformando la tutela dell’italianità in un progetto di assimilazione forzata e repressione delle minoranze.
Dopo la Prima guerra mondiale la Venezia Giulia divenne così uno degli spazi più delicati del nuovo ordine europeo: Trieste, l’Istria e Fiume erano diventate simboli della vittoria mutilata, mentre dall’altra parte del confine il nuovo stato jugoslavo – nato dalla lunga gestazione jugoslavista – rivendicava territori nei quali vivevano importanti comunità slovene e croate. La frontiera era dunque una questione nazionale oltre che territoriale, e proprio qui il fascismo trovò uno dei suoi terreni di coltura più favorevoli.
Lo squadrismo come “sintesi” anti-slava e anti-comunista
Lo scontro sociale raggiunse il culmine nell’Istria del 1920, contrapponendo operai e contadini da una parte, proprietari terrieri e industriali dall’altra; nel mezzo, la paura del comunismo e quella, profondamente intrecciata, del nazionalismo slavo. Per usare le parole di Davide Conti nel suo L’occupazione italiana dei Balcani, lo squadrismo si presentò come elemento di sintesi dell’opposizione anti-slava e anti-comunista.
Se lo squadrismo quindi si impose come forza capace di ricomporre interessi diversi, la frontiera forniva al fascismo un nemico facilmente identificabile e consentiva di saldare la paura della rivoluzione sociale con quella della minaccia slava. L’attivismo fascista anti-jugoslavo e anti-socialista riuscì così ad aggregare settori significativi della società della Venezia Giulia, sostenuto dalla stampa locale e nazionale e da un’opinione pubblica fortemente intimorita dal pericolo rosso.
Dallo squadrismo all’italianizzazione
Tra il 1921 e il 1922 iniziò una politica sistematica di snazionalizzazione, in cui la violenza squadrista fu affiancata da una legislazione che voleva distruggere l’identità slovena e quella croata. Si procedette alla cancellazione delle associazioni e delle strutture jugoslave, alla repressione della cultura slovena e croata, all’imposizione dell’italiano e all’italianizzazione dei cognomi. E quando nella seconda metà degli anni ’20 il regime si consolidò, la repressione si fece ancora più capillare: scioglimento delle organizzazioni politiche, culturali e sociali, soppressione della stampa non italiana, chiusura delle scuole e delle strutture economiche e associative della minoranza.
La scuola divenne uno degli strumenti fondamentali. La legge del 1923 impose l’italiano come lingua dell’insegnamento e nell’arco di pochi anni gli insegnanti sloveni e croati furono progressivamente sostituiti da docenti italiani: nel giro di cinque anni fu completata la sostituzione degli insegnanti nelle oltre 130 scuole croate e nelle oltre 70 slovene dell’Istria. La frontiera veniva così trasformata attraverso due direttrici principali: quella della repressione politica, e quella che potremmo chiamare della “ingegneria dell’identità”.
Autore: Paolo Garatti
Articolo tratto interamente da East Journal









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