Articolo da Il Manifesto
Istat: tasse record al 43,5%, cala il potere di acquisto. Oltre all’inflazione c’è un prelievo occulto che opprime lavoratori e pensionati. Cgil: «È colpa del fiscal drag»
I dati diffusi ieri dall’Istat hanno confermato che nel secondo trimestre di quest’anno la pressione fiscale in Italia ha raggiunto il 43,5%, segnando un incremento di 0,5 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il potere d’acquisto è diminuito dello 0,9% mentre la propensione al risparmio è calata rispetto al trimestre precedente (-1,2%). La combinazione di questi fattori è stata giudicata dalle opposizioni come la prova del «fallimento di quattro anni di governo Meloni». In particolare l’aumento della pressione fiscale è stata intesa come una smentita della strombazzata riduzione delle tasse da parte del governo. La maggioranza, invece, ha bollato le critiche come propaganda di chi «piega i numeri» pur di attaccare il governo. L’aumento della pressione fiscale non deriverebbe da un rialzo delle aliquote, ma da una crescita delle entrate legata all’aumento degli stipendi, dei consumi (+1,7%) e dell’occupazione.
CHI HA RAGIONE? ENTRAMBI. Maggioranza e opposizioni descrivono lo stesso fenomeno da prospettive politiche opposte. La pressione fiscale non misura direttamente gli effetti delle intenzioni di un governo, ma è il risultato del rapporto tra il totale delle entrate incassate dallo Stato e il Prodotto interno lordo. Quando il cassetto delle tasse si riempie più velocemente di quanto cresca la ricchezza nazionale, l’indice sale anche se l’esecutivo non ha introdotto una nuova tassa. Per questo i meloniani rivendicano i maggiori incassi generati da una crescita che l’Istat dà all’1% su base annua (+0,2% nel secondo trimestre). In più ci sarebbe l’aumento degli stipendi nominali, ma non di quelli reali.
QUESTO APPROCCIO non spiega però la natura dell’extra-gettito che ha aumentato la pressione fiscale. A mettere a nudo il meccanismo che alimenta il boom delle entrate è stato il segretario confederale della Cgil Christian Ferrari: «L’aumento della pressione fiscale pesa prevalentemente su lavoratori dipendenti e pensionati». Il motore di questa dinamica si chiama drenaggio fiscale, il cosiddetto «fiscal drag». Tra il 2022 e il 2025, sostiene Ferrari, questo meccanismo è costato oltre 30 miliardi di euro ai redditi fissi. E il conto continua a salire. In sostanza, con l’inflazione – oggi al 4,2% a causa della guerra di Trump contro l’Iran – che fa impennare il costo della vita, gli aumenti salariali registrati negli ultimi tempi hanno creato un’illusione: il lavoratore incassa qualche euro in più sulla carta, ma le soglie dell’Irpef restano bloccate. Il contribuente può essere così spinto verso gli scaglioni di tassazione superiori, oppure perdere le detrazioni previste per i redditi bassi. In ogni caso si trova a versare una quota percentuale di tasse più alta, mentre il potere d’acquisto sta crollando di nuovo a causa dell’inflazione.
LA CGIL CHIEDE la neutralizzazione immediata del drenaggio fiscale indicizzando l’Irpef all’inflazione. Tutte le altre misure prese negli ultimi mesi dal governo – dal taglio delle accise all’abolizione del bollo auto e moto fino ai «tetti» ai carburanti concessi da Eni e da altre aziende – risultano insufficienti a compensare il drenaggio, restando inutili misure spot. Oltre a una reale riforma fiscale di cui non si intravede l’ombra, servirebbe non destinare oltre 14 miliardi alle spese militari nel prossimo biennio. Ma una simile scelta non avverrà sotto Meloni, ed è tutto da vedere se un governo di segno diverso avrà la forza di fare una riforma fiscale progressiva e dire no alla Nato, alla Commissione Ue e a Trump.
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Fonte: Il Manifesto
Autore: Roberto Ciccarelli

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Articolo tratto interamente da Il Manifesto







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