Articolo da Associazione Diritti e Frontiere – ADIF
Le politiche migratorie rimangono ovunque al centro delle dibattito pubblico ed influenzano in modo determinante, in quasi tutti i paesi del mondo, il consenso elettorale, con l’avanzata di partiti e movimenti chiaramente ispirati a ideologie razziste, xenofobe, suprematiste e comunque discriminatorie. Anche quando questi partiti non prevalgono gli elettorati rimangono divisi con un minimo scarto su posizioni inconciliabili, e le destre più estreme, riescono comunque a condizionare le scelte di governo e la narrazione comune. Parole di rifiuto come i “porti chiusi” o la “difesa dei confini” diventano termini legislativi, formule giuridiche, che codificano l’abbandono in mare ed esprimono soltanto la disumanizzazione del diverso, conseguenza delle esigenze dei politici che ne fanno uso per conquistare consenso elettorale attraverso provvedimenti emergenziali, come i decreti legge. Si ricorre a definizioni stereotipate, come quelle di “paesi di origine sicuri” o di esternalizzazione delle frontiere, piuttosto che di “return hub” per i rimpatri, che non sono rimpatri nel paese di origine, o di “finzione di non ingresso”, con riferimento ai “richiedenti asilo”, comunque presenti sul territorio nazionale. Si tratta di definizioni che non fanno parte soltanto del gergo politico, ma ricorrono anche nella legislazione europea, e che poi vengono riprese a livello nazionale, spesso a mero scopo di propaganda, con distorsioni evidenti nelle prassi applicate, rispetto alle finalità enunciate solennemente nelle sedi istituzionali.
L’ultimo termine di rifiutoche si è diffuso, soprattutto attraverso un uso massivo dei canali telematici, la remigrazione, rimane ancora opaco nei suoi effettivi contenuti, rivolgendosi ora agli immigrati irregolari o con precedenti penali, altre volte anche ad immigrati regolarmente residenti, o addirittura cittadini italiani, ma che avrebbero culture e stili di vita diversi da quelli attribuiti al “popolo italiano”. In realtà la remigrazione non sembra mirare ad espulsioni forzate di massa, che nessun governo potrebbe garantire, ma si traduce già oggi in prassi amministrative ed in leggi nazionali che mirano a dissuadere la ulteriore presenza nel territorio, anche nei confronti di persone che hanno ottenuto un legittimo status di soggiorno per ragioni di protezione e di interi nuclei familiari, compresi anche i minori. L’ultimo imbroglio normativo, legittimato dall’Unione europea con i nuovi Regolamenti, sta nel rilancio delle politiche di rimpatrio forzato e delle prassi di detenzione amministrativa nei CPR, con la esternalizzazione verso paesi terzi delle procedure di accompagnamento forzato nei paesi di origine. Il fallimentare modello Albania viene spacciato per un esempio positivo dei cd. Hub di rimpatrio nei paesi terzi, che nella previsione del nuovo regolamento europeo sui rimpatri sono cosa affatto diversa. Le procedure accelerate di frontiera, la stessa moltiplicazione delle aree di frontiera, sull’intero teritorio nazionale, ed i rimpatri semplificati per chi arriva da paesi nei quali non ci sarebbero in corso conflitti o violazioni dei diritti umani, sono utilizzati addirittura per applicare la finzione di non ingresso e considerare come non presenti sul territorio nazionale, persone che già hanno varcato la frontiera e che vengono mantenute in un limbo giuridico impenetrabile. La categoria di “paese sicuro”, viene così a cancellare di fatto il diritto di asilo.
Sulle paure create sulla presenza di cittadini stranieri immigrati, con il facile ricorso a singoli episodi di cronaca, si continua a costruire una sorta di colpa collettiva delle persone straniere a vario titolo presenti in Italia, che vengono definite semplicemente come “migranti”, anche se sono insediate da tempo nel nostro paese, una criminalizzazione di massa che affiora anche nella produzione legislativa e quindi nella successiva applicazione della legge per via amministrativa. Da un coacervo di disposizioni che giorno dopo giorno cancellano diritti fondamentali come il diritto di asilo o i diritti di difesa, si ricava una narrazione dominante, esaltata dagli strumenti invisibili della intelligenza artificiale, che non viene neppure scalfita dalle pronunce della giurisprudenza, che in molti casi riconduce la normativa interna e le prassi applicate ai principi costituzionali ed ai valori fondanti su cui si basano le convenzioni internazionali e il diritto dell’Unione europea. Ma proprio per questa ragione dilagano gli attacchi alla magistratura e si cerca in tutti i modi di ridurne l’indipendenza.
Come si è potuti arrivare ad una situazione nella quale la notizia falsa o distorta, diffusa con capillari operazioni di disinformazione, prevale sulla verità di fatto, quella che tutti potrebbero verificare quotidianamente, e sui principi di diritto accertati in un procedimento giudiziario? Quanto succede oggi non è un accidente imprevisto ma è conseguenza del ricorso sistematico ad una terminologia giuridica che nel corso degli anni è stata prodotta dalle politiche alimentate dal mantra della sicurezza e della difesa dei confini scapito dei diritti fondamentali della persona. Con una contrapposizione tra diritti umani e diritti sociali che è servita a legittimare una vera e propria guerra tra poveri, oltre che a funzionare come arma totale di distrazione di massa, come si è verificato ad esempio sul cd. “modello Albania”, con i centri di detenzione amministrativa ubicati in territorio albanese ma sotto giurisdizione (anche) italiana. Già dopo la legge Turco-Napolitano 40/1998 si vagheggiava di centri di detenzione per stranieri irregolari in transito da aprire in Tunisia con il supporto italiano, ed allo stesso modello di esternalizzazione si ispirava il Trattato di amicizia stipulato con la Libia nel 2008, ed il più recente Memorandum d’intesa del 2017 con il governo di Tripoli, per non parlare dell’infame protocollo d’intesa con il Sudan, stipulato nel 2016, che permise di riconsegnare decine di richiedenti asilo ad un criminale di guerra come il generale Bashir, allora capo di quel paese.
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Che tragedia!Buon fine settimana.
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