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giovedì 8 ottobre 2026

La resistenza dei lavoratori stranieri contro mafie e caporali oltre lo sfruttamento



Articolo da Terrelibere

Mafia, criminalità organizzata e sfruttamento dei migranti sono legati da una storia lunga almeno vent'anni. Da Rosarno a Castel Volturno, da Ballarò ai laboratori tessili di Prato, fino alle frodi sul Decreto Flussi: lavoratori stranieri ricattabili diventano manodopera da sfruttare. Ma sono stati spesso proprio i migranti a ribellarsi contro clan e caporali

Pubblicato su Scorci

Il giovane boss sta attraversando Rosarno in macchina. Non cambia strada, non rallenta. Eppure davanti a lui c’è una folla di africani. Hanno bastoni in mano. Stanno spaccando i parabrezza delle altre auto. Il suo cognome è Bellocco. A Rosarno, fino adesso, è bastato questo. Un migrante colpisce anche la sua auto. Per un attimo Bellocco resta fermo. Poi accelera, vuole investirlo. Non lo prende. Scende dall’auto. I carabinieri arrivano mentre gli sta addosso. Intervengono. Bellocco aggredisce anche loro. Così finisce agli arresti. In quel momento, non aveva procedimenti a carico.

La rivolta di Rosarno

È uno dei momenti più surreali e significativi della rivolta di Rosarno. Era il 7 gennaio del 2010 e sembra passato un secolo. Tutto iniziò quando due africani rimasero feriti alle gambe. Avevano sparato da un’auto, con una pistola ad aria compressa, davanti a decine di testimoni. Un agguato senza senso. Era troppo. Irruppero nelle strade del paese danneggiando auto e negozi. Si diffuse tra loro la voce di numerosi morti. Una donna rosarnese rimase leggermente ferita. Mentre le voci si rincorrevano, alcuni cittadini si organizzarono in squadre con fucili e taniche di benzina. In poche ore la polizia sgomberò tutte le persone di pelle nera. Una vera pulizia etnica. 

La rivolta suscitò sorpresa a tutti i livelli. Il ministro dell’Interno, il leghista Roberto Maroni, parlò di “degrado portato dai clandestini”. Nelle stesse settimane era stato approvato il “pacchetto sicurezza”. Il primo di una lunga serie. La narrazione del governo entrò in crisi. I migranti erano vittime degli italiani, non il contrario. Sui media, nei giorni successivi, prevalse invece la visione della «bomba pronta a esplodere», come se la posta in gioco fosse una generica convivenza tra bianchi e neri. 

Invece la rivolta, nei fatti, era diventata una lotta per i diritti e contro la mafia. In quel momento il territorio rosarnese era controllato militarmente dai clan Pesce e Bellocco, oltre che da una miriade di piccoli gruppi e cani sciolti. Allo sfruttamento nei campi si sommava la violenza diffusa nei confronti dei neri, “colpevoli” di girare soli e indifesi per le strade del paese e nelle campagne. 

In quel momento, la popolazione locale viveva con rassegnazione la sopraffazione mafiosa. La comunità africana scelse invece la strada della ribellione. Decisero per una soluzione collettiva, la rivolta, al posto di una via individuale, la vendetta. Parlavano wolof, bambara, twi, hausa. Discutevano tra rassegnati – inshallah, on verra – e ribelli: danaya, resistenza. La maggior parte aveva attraversato il deserto, i centri di detenzione libici, il Mediterraneo. Dovevano mandare soldi a Bamako, Accra, Ouagadougou. Potevano farsi fermare adesso dai balordi che li usavano come tiro al bersaglio? Avevano un compito. Andare avanti, arrivare a Milano, Parigi o Stoccolma. Quell’anno, poi, si era creato uno strano mix. Non solo quelli appena sbarcati a Lampedusa. C’erano anche tanti africani anglofoni, provenienti dalla politicizzazione di Castel Volturno. E tantissimi ex operai delle fabbriche del Nord, licenziati per la crisi del 2008 e arrivati in Calabria come ripiego. Sicuramente persone poco disposte ad accettare soprusi. Per tutti, il senso dell’onore era fortissimo e collettivo: un’umiliazione subita da uno ricadeva sul gruppo. 

Molti dei protagonisti della rivolta provenivano da Castel Volturno. Si erano spostati in Calabria per la stagione delle arance. Soltanto pochi mesi prima avevano vissuto qualcosa di simile.

 

Un lago di sangue e di proiettili

Una sera di settembre Joseph Ayimbora, ghanese, si ritrovò sull’asfalto di Castel Volturno in un lago di sangue e con le gambe piene di proiettili. Intorno continuavano a sparare. L’unica cosa da fare era fingersi morto. Lentamente si rialzò. Un commando di camorristi mascherati da poliziotti aveva appena lasciato sul terreno centoventi bossoli e i corpi senza vita di sei africani. 

Era il settembre del 2008. Il giorno dopo, tutta la comunità marciò per le strade del paese, sotto la pioggia battente, spaccando tutto quello che trovava lungo il cammino. Fu un vero riot, una rivolta spontanea e rabbiosa. In terra di camorra, diventava una protesta antimafia. 

Intorno continuavano a sparare. L’unica cosa da fare era fingersi morto

Eppure ancora oggi non sono scomparse le ombre sulle vittime, sospettate di essere spacciatori da punire nell’ambito di un regolamento di conti. I parenti, per anni, hanno ribadito che si trattava di lavoratori e, in qualche caso, di attivisti politici. Nel casertano, infatti, era molto attivo un movimento che riuniva missionari comboniani, centri sociali e rifugiati. Questi ultimi, per prima cosa, aprirono vertenze col Ministero dell’Interno, chiedendo permessi di soggiorno per tutti. 

Qualche settimana dopo la strage, scioperarono da Casal di Principe a Villa Literno, da Afragola a Scampia. Si radunarono nei kalifoo ground, le rotonde stradali dove all’alba venivano prelevati dai caporali. Quel giorno non erano più manodopera a basso costo nei campi e nei cantieri. Alzarono cartelli con scritto: «Oggi non lavoro per meno di 50 euro». 

Maqueda. La rivolta dei bangladesi

“Chi ci talii?, Che cosa guardi?”. I nuovi boss di Ballarò non tolleravano neppure le occhiate. Figurarsi il rifiuto di “dare qualcosa per i carcerati” rivolto ai commercianti del Bangladesh. 

Tutto cominciò nell’aprile del 2016. Yusupha Susso, gambiano di ventun anni, reagì all’ennesima sopraffazione. Emanuele Rubino, legato alle cosche del centro storico, gli sparò alla testa. Il ragazzo entrò in coma.

Quella pallottola diventò una molla per i negozianti bangladesi di Ballarò, dopo anni di pizzo settimanale pagato in silenzio, tasse non richieste su piccoli negozi di alimentari, call center e money transfer. Chi non pagava subiva pestaggi, serrature bloccate con la colla. Persino rapine punitive pistola alla mano, anche di fronte ai bambini piccoli che stavano in negozio con i genitori.

Allora si fecero forza l’uno con l’altro. Ruppero il muro dell’omertà. Erano in  dieci più un tunisino. Si presentarono in questura. Denunciarono.

Era l’operazione “Maqueda”: dieci arresti all’alba. Estorsione, tentato omicidio, rapina e violenza privata, tutti aggravati dal metodo mafioso e dalla discriminazione razziale.

Nel 2019, la sentenza: otto condanne, sessant’anni di carcere in totale. Addiopizzo la definì «storica». Per la prima volta una denuncia collettiva di migranti smantellava un’intera rete estorsiva. L’operazione portava all’arresto di diversi membri del clan responsabile, evidenziando un sistema criminale radicato ma anche vulnerabile di fronte a una denuncia corale. Era un fatto “senza precedenti”, perché per la prima volta un numero così ampio di migranti si è esponeva direttamente contro la mafia.

Anche in questo caso, la ribellione non era nata spontaneamente. Era il risultato di un percorso di consapevolezza e integrazione, sostenuto anche da reti civiche e istituzionali locali. Associazioni antimafia e organismi di rappresentanza dei migranti avevano contribuito a rafforzare la fiducia nelle istituzioni e nei diritti, trasformando la paura in azione collettiva. «Da stranieri abbiamo dimostrato il nostro coraggio. Palermo non è una tappa. È casa nostra»

Ventisei coltellate

La sera del 5 giugno 2020 il telegiornale del Pakistan aprì con una notizia proveniente da Caltanissetta: un nostro connazionale è stato assassinato in Sicilia.

Si concludeva così la vita di Adnan Siddique. Aveva 32 anni. Nato a Lahore, capitale del cinema pakistano e megalopoli che produce emigrati e inquinamento, era arrivato nel centro della Sicilia, dopo un lungo percorso che lo aveva visto passare per la Germania e la Grecia. 

Faccia da bravo ragazzo, lavoratore, gentile, polo e occhiali da sole, era benvoluto sia tra gli italiani che tra i pakistani, che lo cercavano per un consiglio o una mediazione. Aveva documenti in regola e un buon lavoro. Da quattro anni nel centro dell’isola, frequentava una famiglia italiana che lo trattava come un figlio. Pur non essendo direttamente coinvolto, è rimasto stritolato da un sistema criminale. E dalla sfiducia delle istituzioni, per cui alla fine era soltanto un migrante. Nulla che valesse una protezione o un impegno maggiore.

Il meccanismo era semplice e brutale: gli imprenditori agricoli siciliani chiamavano i capi del clan pakistano. «Abbiamo bisogno di 20 operai, ti diamo 50 euro a testa». Fornivano continuamente braccia da sfruttare nelle raccolte di pesche, uva da tavola, carciofi, pomodori. I lavoratori venivano trasportati verso sud: nei paesi dell’agrigentino – Canicattì, Delia – e in quelli del nisseno fino al mare: Sommatino, Licata e Gela. I caporali intascavano 20 euro, ne giravano 30 al bracciante. Lo caricavano su un furgone all’alba e lo riportavano in città la sera. Nessuno parlava. Tutto andava bene, finché i 30 euro non sono arrivati più.

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Fonte: Terrelibere

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Articolo tratto interamente da Terrelibere

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