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giovedì 29 ottobre 2026

Manovra 2027: più fondi alle armi, ai cittadini restano i voucher



Articolo da Un blog di Rivoluzionari Ottimisti

Ventisei miliardi, circa la metà presi a prestito grazie alla deroga europea per difesa ed energia. Il taglio dell’Irpef tocca soltanto chi dichiara più di cinquantamila euro, la sanità riceve meno di quanto chiedeva il suo stesso ministro, agli anziani si offre un buono da trecento euro. Dentro i numeri dell’ultima legge di Bilancio prima del voto: chi viene protetto, chi paga, chi resta fuori.

Roma, mercoledì 28 ottobre. In mattinata, al Quirinale, Sergio Mattarella celebra i Giorni della Ricerca promossi dall’Airc e parla, in fondo, di soldi. Parla delle risorse che le «guerre dissennate» sottraggono alla scienza e alla medicina, e dei progetti di chi vorrebbe portare il confronto militare ovunque, fin nello spazio. Avverte che un servizio sanitario che accentua le disparità invece di colmarle smette di fare il proprio mestiere, e che nessuno dovrebbe trovarsi la strada delle cure sbarrata dalla mancanza di denaro.

Nel pomeriggio, a Palazzo Chigi, il Consiglio dei ministri approva il disegno di legge di Bilancio per il 2027. In conferenza stampa Giorgia Meloni elenca le misure, ringrazia i leader della maggioranza per la compattezza e si concede una battuta quando arriva alle targhe personalizzate: seicento euro per scegliersi lettere e numeri dell’auto, e la previsione che su questo terreno la creatività degli italiani «potrebbe farsi valere».

Tra quelle due sale c’è tutta la manovra. Da una parte il Capo dello Stato che indica, con la misura imposta dal suo ruolo, il punto in cui la spesa per la guerra comincia a mangiarsi quella per la vita. Dall’altra un governo alla sua ultima legge di Bilancio prima delle elezioni politiche, attese entro l’autunno del 2027, che deve tenere insieme i vincoli europei, il riarmo concordato nella Nato e il bisogno di arrivare al voto con qualcosa da raccontare.

Qualcosa da raccontare c’è. Ma chi legge le tabelle, oltre ai comunicati, scopre che la coperta corta evocata quattro giorni prima dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti non è corta allo stesso modo per tutti. Quando serve, si allunga: verso le armi, che si possono comprare a debito con il permesso di Bruxelles, e verso chi ha già di più. Agli altri restano un buono da trecento euro, bonus con la data di scadenza, promesse rinviate a un decreto di gennaio.

1. Ventisei miliardi, la metà a debito

Il primo numero è quello che la premier ha pronunciato per primo: circa ventisei miliardi. È una cifra vera, ma va smontata. Circa nove miliardi servono soltanto a confermare misure dell’anno scorso che altrimenti scadrebbero il 31 dicembre: non sono novità, sono la manutenzione di promesse già fatte. E circa la metà degli interventi espansivi, ha ricostruito l’agenzia Reuters, viene finanziata in deficit attraverso la clausola di salvaguardia nazionale del Patto di stabilità europeo.

Quella clausola è la chiave di tutto. È nata con il piano di riarmo europeo e consente ai governi di superare i limiti di deficit fino all’1,5 per cento del prodotto interno lordo l’anno, purché la spesa in più vada alla difesa. A giugno la Commissione ne ha esteso una quota, lo 0,3 per cento del Pil, agli investimenti energetici, sotto la pressione della crisi dei prezzi causata dalla guerra in Medio Oriente. L’Italia ha chiesto di usarla per lo 0,6 per cento del Pil nel 2027 e altrettanto nel 2028: circa quattordici miliardi l’anno, metà per la difesa e metà per l’energia. La Commissione ha detto sì l’8 ottobre, il Consiglio dell’Unione ha un mese per l’ultima parola, e il 13 ottobre il Parlamento ha autorizzato uno scostamento di bilancio di circa ventinove miliardi per i due anni.

Senza quella deroga, aveva calcolato Milano Finanza sui numeri del Documento programmatico di bilancio, lo stanziamento non avrebbe raggiunto nemmeno i dieci miliardi. Il dettaglio dice molto. Le regole europee in nome delle quali per anni si sono chiesti sacrifici alla spesa sociale oggi si aprono per due sole voci: i sistemi d’arma e l’emergenza energetica. Per la sanità, l’assistenza, la scuola, la casa, una clausola così non esiste.

La ripartizione indicata dal Documento programmatico, trasmesso a Bruxelles a metà ottobre, conferma la gerarchia: circa 5 miliardi per famiglia e spesa sociale, 4,5 per la difesa, 3,3 per le imprese, 3,1 per le infrastrutture, 2,4 per la sanità, 2,2 per le misure fiscali. Ma la fotografia di un solo anno inganna. Secondo l’analisi di Intesa Sanpaolo sullo stesso documento, la voce sociale scende a circa tre miliardi negli anni successivi, mentre quella militare sale allo 0,20 per cento del Pil nel 2028.

Il deficit passa dal 2,9 per cento del Pil previsto per quest’anno al 3,4 del 2027, oltre la soglia europea del 3, e la Banca d’Italia ha avvertito in Parlamento che un disavanzo sopra quella soglia potrebbe pesare sull’uscita dalla procedura per deficit eccessivo. Una precisazione di metodo, prima di andare avanti: il testo del disegno di legge non è ancora pubblico e il Parlamento potrà modificarlo fino al 31 dicembre. Le cifre che seguono vengono da documenti ufficiali, da dichiarazioni dei membri del governo e dalle ricostruzioni delle principali testate. Dove un dato è incerto, lo segnalo.

2. Le armi, l’unica spesa senza vincoli

Partiamo da ciò che cresce davvero. Nel 2027 la manovra destina alla difesa lo 0,19 per cento del Pil, tra 4,5 e 4,6 miliardi a seconda delle stime. Sommati agli aumenti già previsti dalla legislazione in vigore, portano la spesa militare dall’1,3 per cento del Pil di quest’anno all’1,6 del prossimo, come hanno rilevato sia la Banca d’Italia sia gli analisti di Intesa Sanpaolo. In un solo anno. Con la deroga europea, poi, il governo ha chiesto e ottenuto dalla Commissione di poter spendere in deficit circa sette miliardi l’anno per investimenti militari nel 2027 e nel 2028, quattordici in due anni. Quanto di quella somma coincida con la voce della manovra e quanto vi si aggiunga, i documenti pubblicati finora non lo chiariscono del tutto.

Non sono numeri isolati. L’Osservatorio Milex, che ricostruisce la spesa militare italiana voce per voce, stima per il 2026 una spesa diretta di 33,9 miliardi: record storico, più 45 per cento in un decennio. I fondi per comprare nuovi armamenti superano per la prima volta i 13 miliardi in un anno, il 60 per cento in più rispetto al 2022 e oltre quattro volte il livello del 2006. In poco più di tre anni di questa legislatura il Parlamento ha autorizzato 78 programmi di riarmo per 36,4 miliardi, spesso, osserva l’Osservatorio, con un esame sommario e nessuna verifica indipendente dei costi. Il caccia di nuova generazione Gcap è passato da 2 a 18,6 miliardi per la sola fase di progettazione; gli F35 da acquistare sono risaliti da 90 a 115.

C’è poi un dettaglio contabile che spiega più di molte analisi. A marzo la Nato ha certificato che l’Italia ha raggiunto il 2 per cento del Pil in spesa per la difesa. Secondo Milex non si tratta di spesa reale in più ma di una riclassificazione: nel conto sono entrate voci come le pensioni militari e le funzioni non militari dei Carabinieri, e il perimetro è passato da 31,3 a 45,3 miliardi. La spesa militare in senso stretto resta all’1,46 per cento. È il ritratto di un Paese che prima promette e poi cerca il modo di sembrare in regola. Intanto la promessa si è alzata: al vertice Nato di Ankara, a luglio, il governo ha confermato l’obiettivo del 3,2 per cento del Pil nel 2028, diciannove miliardi in più tra il 2027 e il 2028, lungo la traiettoria che porta al 5 per cento entro il 2035, 3,5 punti di spesa militare e 1,5 di sicurezza in senso largo. Milex stima l’impegno aggiuntivo del decennio in circa 498 miliardi.

A tutto questo si aggiungono i prestiti europei del programma Safe, nato per finanziare acquisti militari: l’Italia, ha riferito Euronews, ne ha chiesti 8,9 miliardi. Altro debito, contratto per comprare armi. E nel frattempo, sempre secondo Milex, le esportazioni italiane di armamenti sono salite da 8 a 11,1 miliardi in quattro anni.

Si dirà che la sicurezza ha un prezzo e che l’Europa deve imparare a difendersi da sola. È l’argomento del governo e della Commissione, e merita una risposta seria, non uno slogan. La risposta sta nei numeri. Questo riarmo non nasce da una valutazione delle minacce discussa apertamente in Parlamento, ma da obiettivi percentuali fissati in sede Nato, che misurano la sicurezza in punti di Pil e non in capacità reali. E lo stesso rapporto Milex mostra che a trainare la crescita è l’acquisto di nuove piattaforme, a vantaggio dell’industria, mentre l’esercizio operativo delle forze armate resta compresso. Chi ci guadagna è evidente. Chi paga lo vedremo.

C’è infine un’asimmetria che dovrebbe inquietare chiunque abbia a cuore la Costituzione. Il Patto di stabilità riformato ha una porta di servizio per gli armamenti e, da giugno, per gli investimenti energetici. Non ne ha una per gli ospedali, per le residenze per anziani, per gli asili nido. È una scelta politica compiuta a Bruxelles con il consenso del governo italiano, non una legge di natura. Lette accanto a queste cifre, le parole pronunciate quella mattina al Quirinale suonano molto meno astratte.

3. Il ceto medio che dichiara più di cinquantamila euro

La misura di bandiera è il fisco. Dal 2026 l’aliquota Irpef del secondo scaglione è scesa dal 35 al 33 per cento per i redditi tra 28 e 50mila euro. Con la manovra 2027 lo scaglione si allarga fino a 55mila: la fascia tra 50 e 55mila euro, oggi tassata al 43 per cento, passerà al 33. Il beneficio massimo, ha detto Meloni, è di circa 500 euro l’anno.

Il punto è semplice e non dipende dalle opinioni: dal nuovo intervento guadagna soltanto chi dichiara più di 50mila euro lordi. Chi supera i 55mila, cioè chi incassa lo sconto pieno, è il 6,2 per cento dei contribuenti, secondo le elaborazioni dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica su dati del ministero dell’Economia. Il reddito medio dichiarato in Italia è di 25.820 euro. E 11,3 milioni di contribuenti versano un’Irpef pari a zero perché i loro redditi ricadono nell’area esente: per loro qualunque taglio di aliquota vale zero, quest’anno come il precedente.

Non è un incidente, è un metodo. Già sul taglio del 2026, in audizione davanti alle commissioni Bilancio, l’Istat aveva calcolato che oltre l’85 per cento delle risorse andava alle famiglie dei due quinti più ricchi: in media 102 euro l’anno alle famiglie del quinto più povero, 411 a quelle del quinto più ricco. Chiamarlo sostegno al ceto medio significa spostare l’asticella molto in alto, fino a farla coincidere con la parte più agiata del lavoro dipendente e dei pensionati.

La premier ha previsto l’obiezione. Qualcuno, ha detto, potrebbe trovare la misura ancora modesta, ma andrebbe letta insieme alle precedenti, con le quali lo Stato avrebbe rinunciato a circa 21 miliardi; chi guadagna 55mila euro, ha spiegato, pagava 16.550 euro di Irpef all’inizio della legislatura e oggi ne paga 15.350. Sono cifre del governo e vanno prese per quel che sono. Ma vanno affiancate a un altro dato: dall’insediamento di Meloni la pressione fiscale, cioè il peso di tasse e contributi sul prodotto interno lordo, è salita di circa un punto e mezzo, fino al 43 per cento, come ha ricordato Reuters. Vi contribuisce anche il drenaggio fiscale, che l’Ufficio parlamentare di bilancio segnala da tempo: con scaglioni non indicizzati all’inflazione, quando i salari nominali inseguono i prezzi, e a settembre l’inflazione è risalita al 4,2 per cento, lo Stato incassa di più senza che nessuno abbia votato un aumento.

Poi ci sono gli autonomi. La soglia di ricavi per accedere alla flat tax del 15 per cento sale da 85 a 100mila euro. Reuters descrive i lavoratori autonomi come uno dei pilastri del consenso della destra al governo, e la scelta parla da sé. Un lavoratore dipendente con 60mila euro di reddito continuerà a pagare il 43 per cento sulla parte che supera i 55mila; un professionista in regime forfettario con ricavi fino a centomila euro pagherà un’imposta sostitutiva del 15 per cento su un reddito calcolato in modo forfettario. L’articolo 53 della Costituzione stabilisce che il sistema tributario è informato a criteri di progressività. Questa manovra allarga ancora l’area in cui quel principio non vale, e la stessa premier ha ammesso che sull’esenzione dall’Iva collegata servirà un negoziato con la Commissione europea.

4. Banche ed energia: il contributo che si chiede per favore

Sul fronte delle coperture il governo rivendica di aver chiesto ai più forti. Il settore finanziario verserà oltre cinque miliardi: l’Ires delle banche sale dal 27,5 al 30,5 per cento, quella delle assicurazioni dal 24 al 27, aumenta la tassa sulle transazioni finanziarie. Imprese energetiche e settore dei giochi contribuiranno con circa 700 milioni ciascuno. Bene, si potrebbe dire. Ma conviene guardare la forma, oltre alla sostanza.

La forma è quella della trattativa. La premier ha spiegato di non aver avuto modo di raggiungere un accordo preventivo con il settore finanziario, che ha comunque voluto ringraziare; il viceministro dell’Economia Maurizio Leo ha precisato che l’aumento è stato disegnato per non intaccare i coefficienti patrimoniali delle banche. Secondo il Documento programmatico, il contributo vale lo 0,21 per cento del Pil nel 2027, ma scende allo 0,13 nel 2028 e allo 0,10 nel 2029: 10,7 miliardi in tre anni, che si sommano ai circa 12 già previsti dalla manovra precedente fino al 2028. Un prelievo che si assottiglia anno dopo anno non è una riforma fiscale. È un pedaggio negoziato.

Mettiamolo accanto ai profitti. Nel 2025, secondo il Centro studi di Unimpresa, il sistema bancario italiano ha chiuso con utili netti per 47,5 miliardi, il massimo di sempre; dal 2018 al 2025 gli utili cumulati sono stati 209,6 miliardi, con un’aliquota media del 20,5 per cento, inferiore, osserva la stessa associazione, a quella sostenuta da molte piccole e medie imprese. Le prime cinque banche, secondo la Fondazione Fiba della First Cisl, nel 2025 hanno distribuito agli azionisti 17,2 miliardi di dividendi e altri 7 miliardi in riacquisto di azioni proprie.

Ancora più netto è il caso dell’energia. Il 23 ottobre, cinque giorni prima del Consiglio dei ministri, Eni ha annunciato un utile netto rettificato di 2,8 miliardi nel solo terzo trimestre, più 125 per cento in un anno, un dividendo straordinario da circa 1,3 miliardi e un piano di riacquisto di azioni proprie salito a 3,8 miliardi. Il direttore finanziario Francesco Gattei ha rivendicato per il 2026 dividendi in contanti per 4,4 miliardi, il livello più alto nella storia del gruppo. L’intero settore energetico, per la manovra, ne verserà 0,7. Eni è controllata dallo Stato, che di quei dividendi incassa la sua parte: ragione in più per chiedersi perché lo Stato, da azionista, lasci distribuire una cifra simile e, da esattore, si accontenti di un contributo così modesto.

Mentre le compagnie macinano utili sostenuti anche da quotazioni gonfiate dalla guerra, nelle stesse settimane i camionisti del Sud bloccavano le strade contro il caro carburante, e lo Stato spendeva, secondo la Corte dei conti, 2,3 miliardi nel solo 2026 per tagli temporanei delle accise: soldi di tutti per attenuare prezzi dai quali pochi hanno guadagnato. L’articolo 53 non chiede contributi volontari né ringraziamenti. Chiede che tutti concorrano alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva. Una capacità che, in questi anni, si è concentrata esattamente lì.

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Fonte: Un blog di Rivoluzionari Ottimisti

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Articolo tratto interamente da Un blog di Rivoluzionari Ottimisti

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