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lunedì 21 settembre 2026

Il capitale sogna robot, i lavoratori vivono tagli



Articolo da Citta` Futura on-line

Con la conclusione, avvenuta soltanto pochi giorni fa, del Salone Auto Torino, le luci sui prototipi avveniristici, sulle carrozzerie lucenti e sui padiglioni espositivi che hanno popolato il centro cittadino si sono spentamente riavvolte. Tuttavia, le eco di questa grande vetrina industriale continuano a far sentire la loro presenza nel dibattito pubblico. Se al centro dei riflettori vi erano ufficialmente i motori elettrici, la transizione ecologica e le nuove filiere della mobilità sostenibile, uno sguardo attento alle tecnologie di contorno rivela una trasformazione ben più profonda: l’industria moderna sta tentando di travalicare i tradizionali confini dell’ingegneria per avventurarsi nel terreno della replica dell’operatore umano.

Negli stabilimenti produttivi, nei magazzini della logistica e nelle catene di montaggio della nostra regione, la ricerca dell’efficienza è già garantita da decenni attraverso bracci robotici di precisione, rulli automatizzati e complessi algoritmi di calcolo invisibili. Eppure, le grandi aziende del settore manifatturiero e tecnologico continuano a destinare budget imponenti allo sviluppo e al perfezionamento di robot umanoidi: macchine dotate di due braccia, due gambe, un torso articolato e persino sembianze facciali simili alle nostre. Sorge allora spontanea una domanda che va dritta al cuore del nostro modello di sviluppo: perché questa ostinata e costosa necessità di conferire un aspetto antropomorfo alle macchine laddove basterebbe un semplice automatismo funzionale?

La risposta a questo interrogativo non risiede nei bilanci aziendali o nei meri parametri di ottimizzazione dei processi produttivi, ma nella struttura stessa della nostra cultura. Fin dalle sue origini più remote, l’umanità ha intessuto con la tecnologia un rapporto ambiguo e viscerale. Dai miti fondativi della Grecia antica con gli automi dorati, passando per le oscure leggende medievali del Golem impastato d’argilla, fino ad arrivare alle narrazioni della fantascienza contemporanea, l’uomo ha sempre coltivato il desiderio di plasmare la materia inerte a sua immagine.

La creazione di un’entità antropomorfa rappresenta il tentativo di costruire uno specchio tecnologico entro il quale guardarsi per misurare i propri limiti e tentare di superare le fragilità della nostra natura biologica.

In questo scenario, il rischio più strisciante per il mondo del lavoro contemporaneo è l’affermazione progressiva di un parametro di efficienza del tutto disumano. Di fronte ad automi capaci di operare ininterrottamente nell’arco delle ventiquattr’ore, senza mai mostrare un attimo di stanchezza, senza cedere all’esitazione, senza nutrire dubbi paralizzanti e senza avanzare richieste di tutela o diritti, la tentazione del management d’impresa è quella di considerare il corpo umano come un intollerabile elemento di intralcio. Con le sue pause necessarie, le sue flessioni emotive e la sua strutturale fallibilità, il lavoratore in carne ed ossa rischia di essere percepito come un imperfetto margine d’errore da ridurre o eliminare.

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Fonte: Citta` Futura on-line

Autore: Maurizio Grassi

Licenza: Licenza Creative Commons
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Articolo tratto interamente da Citta` Futura on-line

Immagine generata con intelligenza artificiale


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