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lunedì 14 luglio 2025

Cinque anni dal lockdown



Articolo da Giap - Il blog di Wu Ming

di Stefania Consigliere e Cristina Zavaroni *

Per comprendere i tempi non ordinari, le categorie dei tempi ordinari non bastano. Bisogna cercare altrove ed è così che certi autori diventano pienamente comprensibili. Che bastasse l’induzione di paura per dominare intere popolazioni l’avevamo letto nei libri di Hannah Arendt, George Orwell, Christopher Browning e Zygmunt Bauman, ma abbiamo cominciato a crederci davvero solo nell’inverno del 2020. Ancor più difficile trovare una spiegazione per la strage delle coscienze che immediatamente ha diviso la popolazione italiana in fazioni avverse mai più ricomposte e per lo strano oblio che oggi avvolge il biennio pandemico.

A cinque anni e qualche mese dal suo incipit, l’evento più significativo (speriamo) della nostra vita collettiva sembra ai più un episodio lontano, politicamente irrilevante e per nulla attivo nel presente.

Il fatto è, però, che quella stagione non è mai finita.

1. Rimasti e disvedenti

A partire dal settembre 2021, quando scrivevamo della necessità di ritrovarsi, abbiamo viaggiato molto come ambulanti dell’antropologia medica. Dappertutto abbiamo trovato lo stesso quadro: un piccolo gruppo di rimasti pandemici che non si dà pace per l’accaduto e una maggioranza di disvedenti che quasi non se ne ricorda. Esso ricalca, a grandi linee, la divisione in fazioni cristallizzata nel marzo 2020 e poi continuamente ribadita dagli eventi successivi.

Le due famiglie, che ancora non si sono ritrovate, schivano il confronto. La distanza tra loro non discende da un disaccordo argomentativo, da scelte consapevoli o dalla normale dialettica della lotta politica, ma da qualcosa di più profondo: la risposta di ciascuno agli eventi è stata dettata non tanto dalla ragione, ma proprio dalla sensibilità, dalla percezione, ovvero dallo strato primo della presenza al mondo e della possibilità di fiducia. Prima e oltre qualsiasi riflessione o confronto, alcuni hanno sentito lockdown / zone rosse / green pass / obbligo vaccinale come misure sanitarie giuste e salvifiche, altri come intollerabili violenze di stato. A partire da lì, complici i media, nessuna ragionevolezza ha più avuto corso.

Fra i rimasti pandemici c’è un dolore che non passa: quello per la rapidità e la protervia con cui la maggioranza ha ceduto su tutto ciò che, fino all’attimo prima, sembrava intoccabile, dall’umana solidarietà al buon senso, dalla logica aristotelica a certi principi costituzionali. In molti di loro non è mai guarita la ferita per gli insulti degli amici, per le esclusioni dai pranzi di famiglia, per il disprezzo dei compagni, per l’ostilità dei colleghi.

Quando poi si è tornati ad abitare gli stessi spazi, di scuse ne sono arrivate poche. A fronte di ciò, ai rimasti è successa una cosa minuscola e tremenda: è venuta meno la possibilità di fiducia nella tenuta di ciò che li circonda. «Se è possibile questo, allora è possibile tutto», scrive Christa Wolf in Cassandra. Romanzo che, oggi, parla come non mai.

Se alla gran parte dei nostri contemporanei è parso sensato lasciare i vecchi da soli, non salutare i morti, sfilare il mondo da sotto i piedi dei figli, accogliere come se nulla fosse le contraddizioni logiche più evidenti [1] e ostracizzare chiunque esprimesse un dubbio, si fa difficile pensarli come prossimi, e men che meno come compagni di lotta. I rimasti temono che, al prossimo comando impartito dai vertici, la maggioranza risponderà come a quello precedente: ottemperando.

I disvedenti, per parte loro, alla pandemia non ci pensano più e non capiscono perché i rimasti continuino a rimuginarci sopra, se non per via di un baco masochista o per sottrarsi alle ben altre impellenze del mondo. Che, a onor del vero, sono tante e sempre più pesanti. Moltissimi non ricordano, o forse non hanno mai avuto bisogno di sapere: quando arrivano le diverse varianti della Sars-Cov-2? Nell’autunno 2020 eravamo in lockdown o no? Come funzionavano le zone a colori? Qual era la differenza fra green pass, super green pass e green pass rafforzato? In quali mesi serviva l’autocertificazione per uscire di casa e in quali per prendere un treno? Qual era la struttura logica del pass vaccinale? In che periodo era vietato ai ragazzi al di sopra dei 12 anni prendere un bus se non vaccinati? Quando sono cominciate le sospensioni dei sanitari e quando quelle degli insegnanti? E quando sono finite? L’obbligo di mascherina per strada? E cosa c’entrano in tutto ciò i portuali di Trieste, la sede della CGIL di Roma, la lettera di Scurati a Draghi?

La linea taglia la società nella sua interezza ed è esiziale nella compagneria. Qui quasi tutti i disvedenti hanno trovato, negli anni seguenti, che molto non tornasse: l’anatema sulla cultura russa, le giustificazioni del genocidio dei palestinesi, gli inni alla storia europea e ai suoi nuovi missili. La mancata connessione della miseria attuale agli eventi pandemici, però, dà alle loro analisi un timbro crepuscolare, come se i contorni restassero sempre un po’ sfocati.

Dall’altra parte, molti fra i rimasti trovano più facile restare nella ferita aperta dalla gestione pandemica – leggere articoli che ne parlano, ripercorrere i fatti con altri rimasti – che ricostruire un senso di profonda alleanza con chi, quella volta, era dall’altro lato del fossato; e quelli con meno strumenti critici a disposizione – o con specifici interessi economici – sarebbero disposti ad alimentare, tanto in ambito medico quanto in ambito educativo, religioso e politico, movimenti “anti-sistema” di carattere socialmente reazionario.

In entrambi i casi c’è qualcosa di anomalo, che fa pensare a «strutture di sentimento» innestate come corpi estranei nella nostra configurazione psicofisica, come fossimo biglie con un peso nascosto che non riescono più a rotolare dritte. Quelli più accorti stanno lavorando la questione singolarmente ma – anche dal punto di vista di chi li sostiene – è una fatica immane sanare nel singolo una ferita che si riapre continuamente perché ciò che la provoca è collettivo.

2. Tu chiamala, se vuoi, accumulazione primitiva

Primo esercizio psico-storico: se alla fine del 2019, quando un gran numero di rivolte in giro per il mondo dava filo da torcere ai governi, un qualche Nostradamus avesse previsto che, nel giro di pochi anni, avremmo finanziato una guerra contro una potenza nucleare, votato un governo dichiaratamente fascista, abbandonato i nostri figli agli schermi, rotto le catene di approvvigionamento del gas, acclamato il «nucleare pulito», tifato per uno stato coloniale nel genocidio live di un popolo colonizzato, saremmo scoppiati a ridere e la faccenda si sarebbe chiusa lì. A valle, invece, è facile constatare con quanta rassegnazione abbiamo sopportato l’insopportabile. Com’è stata costruita questa rassegnazione?

In quanto fatto sociale totale, la pandemia ha investito ogni aspetto della vita soggettiva e collettiva. Accelerando bruscamente una serie di processi già in corso, è stata volano di un rivolgimento nelle strategie di accumulazione capitalista e di governo delle popolazioni nel Nord globale. Con il venerando strumentario marxista, la si può descrivere come inizio di una nuova fase di produzione, distribuzione, scambio e consumo la cui locomotiva è una joint venture fra le industrie del digitale, del biotech e della guerra. Con lo strumentario libertario, la si può declinare come inizio di una nuova fase politica autoritaria, se non anche pre-totalitaria. Accumulazione e controllo non possono essere separati, pena l’illeggibilità del quinquennio 2020-2025.

Per descrivere la filosofia economica della Scuola di Chicago, Naomi Klein ha parlato di shock economy, l’imposizione di politiche neoliberiste approfittando di uno shock causato da un evento contingente o, se il caso, creato ad arte. In questo senso, la pandemia può essere letta come prima applicazione massiccia, in terra NATO, di strategie economico-militari già lungamente rodate altrove. O forse è una storia ben più antica, che ciclicamente si ripete. Per potersi imporre, e poi per continuare la sua espansione, la logica del plusvalore deve ogni volta distruggere le condizioni precedenti di esistenza ed espropriare ciò che prima era comune, che si tratti di terre, corpi, saperi, affetti, attenzione, genoma, sonno. Ciò è fatto, nel modo più rapido, applicando pura e semplice violenza.

Il nome tecnico di questo fenomeno è accumulazione primitiva e, secondo i compagni di Midnight Notes, non è solo il momento fondativo dell’economia capitalista, ma la sua condizione di possibilità, un esproprio che si ripete ogni volta che i cicli produttivi devono cambiare. Dalle recinzioni all’AI, ogni nuovo ciclo riversa sulle popolazioni tutta la violenza necessaria per disciplinarle alle nuove esigenze: ogni nuovo ciclo costruisce la sua antropologia distruggendo quella precedente.

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Fonte: Giap - Il blog di Wu Ming

Autore: 
Stefania Consigliere e Cristina Zavaroni 

Licenza: This work is licensed under Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0 International

Articolo tratto interamente da Giap - Il blog di Wu Ming


2 commenti:

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