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La strage di Gioia Tauro è stato un attentato terroristico di matrice neofascista compiuto il 22 luglio 1970 nei pressi della Stazione di Gioia Tauro. In esso venne causato il deragliamento del direttissimo Treno del sole (Siracusa-Torino Porta Nuova). La sentenza della corte d'assise di Palmi n 3/96 del 27 febbraio 2001 individuò come responsabili tre esponenti di Avanguardia Nazionale: Vito Silverini, Vincenzo Caracciolo e Giuseppe Scarcella. Le cause non vennero mai accertate, ma nelle conclusioni della relazione del magistrato istruttore del tribunale di Palmi emerse come l'esplosione rappresenti la ipotesi più plausibile.[1].
Nell'estate del 1970, la parte meridionale della regione fu scossa dalla rivolta di Reggio Calabria, causata dalla decisione di Catanzaro come capoluogo di regione[2]. Questo causò scioperi, proteste e agitazione civile a Reggio Calabria, culminando con l'occupazione della stazione ferroviaria, la costruzione di barricate e scontri con le forze dell'ordine. L'attentato a Gioia Tauro avvenne solo una settimana dopo questi eventi tumultuosi. In questo contesto di agitazione, furono registrati anche altri episodi di sabotaggio contro le infrastrutture ferroviarie, tra cui Catanzaro Lido. Complessivamente, si contarono 44 episodi di attentati dinamitardi tra il 20 luglio 1970 e il 21 ottobre 1972, di cui 24 coinvolsero tralicci, rotaie e stazioni ferroviarie.
Il treno, giunto dalla Sicilia intorno alle 14:35 e in viaggio da Villa San Giovanni a Gioia Tauro a una velocità di circa 100 km/h. Nelle vicinanze della stazione di Gioia Tauro, intorno le 17:10, il macchinista e l'assistente macchinista percepirono improvvisamente un violento sobbalzo della locomotiva, segnalando "sobbalzi e strappi" inaspettati al mezzo di trazione. In risposta a questa situazione, è stato attivato il freno rapido. Il treno iniziò a rallentare, ma durante il processo di decelerazione le forze meccaniche fecero deragliare il carrello della sesta carrozza dai binari. Successivamente, anche le altre carrozze deragliarono durante la frenata protrattasi per circa cinquecento metri, provocando la rottura di alcuni ganci di trazione, e a sua volta alla divisione del treno in tre sezioni[3][4]
All'arrivo dei soccorsi composti dai vigili del fuoco di Palmi, Cittanova e Reggio Calabria, dagli uomini della Celere e dei Carabinieri di stanza nel capoluogo, il convoglio si presentava così:
- la locomotiva e le prime cinque carrozze erano ferme sul binario a soli 30 metri dalla stazione
- la sesta carrozza era deragliata solo con l'asse posteriore, rimanendo stabile
- la settima e l'ottava avevano sviato completamente, rimanendo però erette
- la nona si era staccata dal convoglio, venendo lanciata per circa cinquanta metri in cui aveva urtato alcuni pali di sostegno della catenaria svellendone uno, si era girata parzialmente ed era andata a cadere a cavallo del terzo e quarto binario, fortunatamente vuoti al momento
- la decima carrozza, un veicolo cuccette a classe mista, si era inclinata sul lato destro ribaltandosi sulla massicciata
- l'undicesima carrozza (di prima classe) era riuscita a rimanere stabile, deviando con un solo asse e rallentando il resto del convoglio
- dalla dodicesima alla diciassettesima il convoglio era uscito dai binari, a causa dello spostamento dell'ago dello scambio i cui tiranti erano stati distrutti dai primi veicoli incidentati
- la diciottesima carrozza e il bagagliaio si erano staccati dal troncone di convoglio, finendo fuori dalla sede dei binari.
Il treno stava trasportando circa duecento persone, incluso un gruppo di cinquanta pellegrini diretti a Lourdes. L'incidente causò sei decessi e oltre settanta feriti, di cui molti versavano in condizioni gravi. Tutte le vittime mortali si trovavano tra la nona e l'undicesima carrozza del treno.
Il sobbalzo era avvenuto nel breve tratto tra il cavalcavia delle Ferrovie Calabro Lucane e il gruppo di scambi all'ingresso in stazione, a settecentocinquanta metri dall'ingresso delle piattaforme di stazione. Il capotreno Francesco Nazza confermò che fino a quel momento la marcia stava procedendo regolarmente, fatto supportato anche dalla testimonianza di due dei tre uomini in servizio a bordo che avevano percorso tutto il convoglio. Subito dopo l'evento, il capostazione Teodoro Mazzù precisò di aver udito "un botto tremendo" e visto "una colonna di fumo (che) si è subito innalzata alta dal convoglio deragliato. Una scena apocalittica. Il caos più completo. I passeggeri si buttavano giù dalle vetture, cercavano spasmodicamente di afferrare i loro cari, avevano il viso annerito dal fumo e le carni straziate dalle lamiere"[5].
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