"Nulla, a mio avviso, è più riprovevole di quelle abitudini mentali dell'intellettuale che inducono all'elusione, a quella caratteristica tendenza a distogliere lo sguardo da una posizione difficile e di principio, che si sa essere quella giusta, ma che si decide di non assumere. Non si vuole apparire troppo politicizzati; si ha paura di sembrare controversi; si vuole mantenere la reputazione di persone equilibrate, oggettive, moderate; si spera di essere richiamati, di fare da consulenti, di far parte di un consiglio o di un comitato prestigioso, e quindi di rimanere all'interno di una corrente responsabile; un giorno si spera di ottenere una laurea honoris causa, un premio importante, forse persino un incarico di ambasciatore. Per un intellettuale, queste abitudini mentali sono corruttrici per eccellenza. Se qualcosa può snaturare, neutralizzare e infine uccidere una vita intellettuale appassionata, è l'interiorizzazione di tali abitudini. Personalmente le ho riscontrate in una delle questioni contemporanee più difficili, la Palestina, dove la paura di parlare apertamente di una delle più grandi ingiustizie della storia moderna ha ostacolato, reso ciechi, imbavagliato molti di coloro che conoscono la verità e sono in grado di servirla. Perché, nonostante. Nonostante gli abusi e le diffamazioni che ogni sostenitore schietto dei diritti e dell'autodeterminazione dei palestinesi si guadagna, la verità merita di essere detta, rappresentata da un intellettuale impavido e compassionevole."
Edward W. Said







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