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lunedì 7 luglio 2025

I report di Francesca Albanese sul genocidio in Palestina



Articolo da La Fionda

Già Frantz Fanon aveva ben descritto la morfologia di un territorio coloniale: si tratta sempre di uno spazio diviso, in sé fratturato, a-dialettico, in cui sono giustapposte l’opulenza delle città dei coloni e la miseria senza fine della città dei colonizzati. Il potere è esercitato dai primi in maniera diretta e brutale, senza l’interposta figura di istituzioni mediatrici come accade, invece, nei Paesi occidentali. Le due città coabitano lo spazio, ma non lo innervano allo stesso modo, né tra loro esiste una dialettica simbolica: esiste e persiste il solo e unico dominio della città dei coloni, una monodirezionalità impetuosa, omicida e cinica. Ciò imponeva a Fanon una conclusione radicale che è, non a caso, l’incipit del suo opus magnum: ‹‹Liberazione nazionale, rinascita nazionale, restituzione della nazione al popolo, Commonwealth, qualunque siano le etichette impiegate o le formule nuove introdotte, la decolonizzazione è sempre un fenomeno violento. A qualsiasi livello venga studiato: incontri interindividuali, appellativi nuovi delle società sportive, impasto umano dei cocktails-parties, della polizia, di consigli d’amministrazione delle banche nazionali o private, la decolonizzazione è molto semplicemente la sostituzione d’una «specie» di uomini con un’altra «specie» di uomini. Senza transizioni, c’è sostituzione totale, completa, assoluta››[1]. Non c’è liberazione dei territori occupati da coloni, se non mediante sostituzione di quest’ultimi. Non è possibile riformismo o negoziazione, dialogo o accordo.

Leggendo i report della relatrice speciale per l’ONU, Francesca Albanese, per i territori occupati illegalmente da Israele dal 1967, si ha subito l’impressione che a Gaza si tratti esattamente di una situazione simile. I concetti messi in campo dall’insigne studiosa attingono esattamente al vocabolario del discorso coloniale (i soggetti che ritornano sono infatti: settler/colonized). Già il rapporto del settembre 2022 faceva bene emergere l’esistenza di una strategia di dominio brutale a Gaza, caratterizzata da: ‹‹repressione della partecipazione politica e civile, negazione del diritto di residenza, espropriazione delle terre e delle proprietà palestinesi, trasferimenti forzati, omicidi, arresti e detenzioni illegali comprendenti bambini, violenza dei coloni e soppressione violenta della resistenza contro l’occupazione››[2].

I canonici approcci alla questione palestinese la derubricano a drammatica contesa politica, mettendone in risalto tre aspetti: umanitario, politico ed economico. Una volta incasellata in questa categoria, la questione di Gaza si perde nella risma dei tanti conflitti sociali e politici, perdendo la propria specificità storica, assumendo le sembianze di una contingenza conflittuale passibile di risoluzione pacifica tramite un opportuno negoziato. Questo approccio, però, secondo l’autrice, ‹‹confonde causa profonde e sintomi››[3]. Sottostima, inoltre, la dura e prolungata sordità di Israele al diritto internazionale, trattandola come un ‹‹caso isolato›› e non come parte di una strategia strutturale tesa a fiaccare e ad eradicare i palestinesi dai loro territori[4]. Albanese analizza, in seguito, la categoria di apartheid, avanzata già da tempo dalla letteratura critica. Tuttavia, anche questa ha dei limiti, non riuscendo a dar conto delle continue espropriazioni subite dai palestinesi, né del desiderio dei coloni di ‹‹sostituirli con i propri connazionali››. Il caso di Gaza e della Cisgiordania non riguarda un mero confinamento etnico, ma un prolungato tentativo di sostituzione. È questo il motivo che induce l’autrice a ritenere più idonee le polarità concettuali proprie del discorso decoloniale, le quali contemplano in sé, da un lato, gli episodi della prevaricazione violenta e omicida, della sostituzione etnica e, dall’altro lato, l’istanza del diritto all’autodeterminazione da parte dei colonizzati. L’occupazione di Israele non è ‹‹meramente belligerante››, strascico di un conflitto storico, bensì ‹‹coloniale nella propria natura››, ‹‹continuando ciò che il movimento sionista aveva auspicato per Israele più di un secolo fa››[5].

Il successivo report, datato 20 ottobre 2023 e, dunque, successivo al fatidico attacco terroristico di Hamas, è dedicato ad un focus sulla condizione minorile nei territori occupati. Albanese esordisce presentando una caratteristica del tutto peculiare di quel territorio: circa metà dei residenti è costituita da bambini, con il 30% della popolazione costituita da bambini sotto i 15 anni[6]. Sono costoro a rappresentare quella parte di popolazione a Gaza che più risente dei drammi dell’occupazione: la studiosa utilizza il concetto tecnico di unchilding, che è possibile tradurre con privazione dell’infanzia, ossia, della normalità, dell’innocenza, dell’affetto e della leggerezza che dovrebbe caratterizzare ogni infanzia umana. Il sospetto di essere dei bambini “minori”, ossia, bambini la cui vita possiede meno valore umano, è diffuso nella popolazione minorile di Gaza. Riporta la Albanese: ‹‹I bambini palestinesi vivono in spazi segregati e in comunità ostili. Il sostentamento delle loro famiglie, l’accesso al lavoro, all’assistenza sanitaria, le opportunità di svago, le prospettive future e la mobilità sono tutti controllati da Israele. I bambini palestinesi sono consapevoli delle sfide che affrontano “in quanto palestinesi”. Sentendosi alienati nella loro terra, si chiedono: “Perché è così? Siamo meno umani?” o “Abbiamo meno valore?”››[7].

Già prima dell’attacco israeliano, la mortalità infantile dei bambini fino ai 5 anni era salita a 14,8 su 1000 nascite. Dal 2008 a prima dell’invasione, i bambini uccisi raggiungevano il numero di 1434, mentre altri 32175 sono stati gravemente feriti[8]. Lo spettro della morte dominava già, ben prima della reazione israeliana al 7 ottobre, l’universo mentale dei bambini palestinesi. In un passaggio toccante, la Albanese scrive: ‹‹Lo spettro della morte incombe come elemento dominante nella vita dei bambini palestinesi. Questa realtà ha un impatto psicosociale su coloro che riescono a sopravvivere, come espresso in modo toccante da Ouadia, 14 anni: “Temere la morte non ti impedisce di morire, ma ti impedisce di vivere”››[9]. L’uccisione di bambini non costituiva solo un fatto accidentale degli attacchi israeliani, ma era spesso volontariamente perseguito: lo dimostra la storia di Sadeel Naghniyeh, una quindicenne uccisa dal colpo di un cecchino mentre era nel suo cortile a Jenin, dopo il ritiro israeliano[10].

Questa disumanità diffusa era già sfociata nell’attacco ripetuto ad ospedali e cliniche mediche (ben 180), colpendo 80 ambulanze e uccidendo 41 medici. La violenza, inoltre, non sembrava essere perpetrata esclusivamente dalle forze armate di Israele, ma dagli stessi coloni. Ancora nel report del 2023 leggiamo: ‹‹Forme estreme di violenza dei coloni includono incursioni nelle proprietà palestinesi, anche notturne, regolari “pogrom”, incendi di infrastrutture e aggressioni fisiche contro i residenti palestinesi, il tutto sotto gli occhi delle forze di occupazione israeliane, alcune delle quali pubblicamente elogiate da alti funzionari israeliani. In questi incidenti, i bambini vengono presi di mira anche quando fuggono dai soldati, come Ramzi Fathi, 17 anni, che è stato colpito a morte al petto e all’addome. “La vita dei bambini dovrebbe essere sacrosanta”, ha affermato una madre di tre figli del campo profughi di Jenin. Invece, “i nostri figli vengono uccisi, minacciati, intimiditi; è un intero sistema progettato per questo”››[11].

Analizzare i dati raccolti dalla Albanese, prima dei famigerati dossier sul genocidio e sulle aziende coinvolte nel business della morte, è molto importante perché introduce nella discussione pubblica una prospettiva inedita: dai suoi report emerge che lo smisurato attacco israeliano non è solo una reazione all’attacco terroristico del 7 ottobre, bensì una mossa decisiva all’interno di una strategia di più ampio respiro, che chiama in causa convinzioni politiche coloniali della classe dirigente israeliana, sedimentatesi nel corso di decenni. Gli atroci fatti del 7 ottobre commessi da Hamas hanno svincolato la classe dirigente israeliana da ogni remora politica e morale, permettendole di perseguire fino in fondo il proprio antico progetto coloniale. Nel rapporto dell’ottobre 2024, infatti, il genocidio dei palestinesi è descritto nei termini di colonial erasure, ossia, “cancellazione coloniale” e nell’introduzione leggiamo: ‹‹In questo rapporto, la Relatrice Speciale estende l’analisi delle violenze commesse contro Gaza dopo il 7 ottobre 2023, che si sono diffuse fino alla Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. Si concentra in particolare sull’intento genocida, collocando la situazione nel contesto di un processo decennale di espansione territoriale e pulizia etnica che mira a liquidare la presenza palestinese in Palestina. Propone di considerare il genocidio come parte integrante dell’obiettivo di Israele di colonizzare completamente le terre palestinesi eliminando il maggior numero possibile di palestinesi››[12].

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Fonte: La Fionda


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Articolo tratto interamente da 
La Fionda


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