sabato 16 marzo 2013

I diritti civili in Sudamerica e il confronto italiano

Evo Morales
 
 
È un continente strano, quello latinoamericano. Deve il suo nome ai colonizzatori che lo “scoprirono” e conquistarono. Quella parte di Terra che va dai deserti del Messico del nord alle gelide coste di Capo Horn racchiude in sé gran parte delle fasce climatiche del pianeta, ospita la più grande riserva verde del Mondo, fiumi tra i più lunghi e vette tra le più alte ma è nota a tutti come “quella parte d'America in cui si parlano lingue latine”. L'America latina vive nel continuo ricordo di chi la conquistò e ne distrusse l'originalità. Per secoli fu terra d'altri, un luogo ove attingere ricchezze da portare in madre patria. Quattrocento anni di colonialismo l'hanno calpestata e offesa; ne hanno offeso le popolazioni autoctone che si sono viste espropriare la terra, ne hanno offeso la natura e l'ecosistema. Il tutto è proseguito con il decolonialismo, che in molti casi ha sostituito i padroni e le denominazioni ma che raramente ha cambiato la sostanza delle cose. Per decenni abbiamo visto capi di Stato latinoamericani bianchi come cenci e dai lineamenti sicuramente più europei che indios. Le politiche economiche, le politiche sociali e ambientali sono state sempre di stampo occidentale e liberale, capitalista e imperialista anche quando non esisteva più nessun impero.

Solo negli ultimissimi decenni (eccezion fatta per la rivoluzione cubana), i popoli nativo-americani (o ciò che ne resta) si sono potuti autodeterminare in nazioni. Così abbiamo visto inaspettatamente che Paesi come la Bolivia, il Venezuela, il Brasile, l'Uruguay e molti altri hanno saputo prendere in mano le redini del proprio governo, dando un taglio alle ingerenze estere che tuttora tentano di controllarne l'economia. 

È superfluo ricordare la ricchezza in termini di materie prime di questo continente e, quindi, la ricchezza che rappresentano queste economie in pieno sviluppo. Piuttosto è poi da ricordare lo splendore culturale di queste terre. Troppo spesso si dimentica che qui sorgevano delle civiltà con usi e costumi che sono sopravvissuti ancor oggi nella memoria e nell'immaginario collettivi. Una cultura con luci ed ombre, fatta di comunitarismo e solidarietà ma anche di una spiccata misoginia e patriarcalità. Vedere quindi uno stato come quello boliviano, il primo in Sudamerica per numero di assassinii di donne e secondo, dopo Haiti, per numero di violenze sessuali, varare questa settimana una legge che punisce il femminicidio è una conquista culturale prima ancora che sociale e giuridica. 30 anni di reclusione senza possibilità di grazia per chiunque compia “ogni azione o omissione che provochi la morte o la sofferenza di una donna (…), danno fisico, sessuale e psicologico ad una donna (…), ogni azione che generi un pregiudizio al suo patrimonio o alla sua occupazione per il solo fatto di essere donna”: la pena più alta prevista ad oggi nel codice penale boliviano. La “Ley Integral para Garantizar a las Mujeres una vida libre de Violencia”, varata dal governo di Evo Morales, pone la legislazione boliviana a un livello rispetto al quale molte "democrazie" occidentali non sono ancora arrivate.

Lo stesso discorso vale per l'Uruguay, dove nel dicembre scorso è stato approvato dalla Camera dei Deputati il disegno di legge che legalizza i matrimoni gay ("Matrimonio Igualitario"), ora in attesa di approvazione da parte del Senato . L'Uruguay ha la legislazione più avanzata di tutto il continente in materia di diritti civili e di coppie omosessuali: permette già il riconoscimento delle coppie di fatto e l'adozione di bambini da parte di coppie gay. Questo in una cultura, quella latino-americana, notoriamente omofobica

Vivo/viviamo in un Paese che non riconosce alcuna forma di diritto a coppie dello stesso sesso e non riconosce che uccidere, percuotere o maltrattare una donna solo in quanto tale rappresenta un'aggravante. In Italia l'unico dibattito pubblico sull'argomento è rappresentato dai post-it del sito Repubblica, dai monologhi della Litizzetto a Sanremo o dal grido di due promessi sposi: ma occorrono leggi e non solo iniziative creative. Abbiamo bisogno che certa carta stampata, invece di trasmettere palesi menzogne senza fondamento riguardanti la "bara vuota" di Chavez e invece di stigmatizzare governi e presidenti eletti e sostenuti dal popolo, verifichi le fonti e ci parli della realtà dei fatti. Abbiamo bisogno che politici e società civile che hanno rinnovato il Parlamento si rendano conto che esiste già un ruolo che sono tenuti ad adempiere per mandato elettorale, quello del legislatore: stilare leggi e farle approvare è il loro compito, tenere d'occhio la questione di genere piuttosto che le discriminazioni sessuali è ormai una priorità che dovrebbe riguardare ogni partito a cui sarà assegnato il mandato per formare il govermo ma che purtroppo manca dalle agende elettorali degli eletti.
 
Autore: Giulio Gezzi


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Articolo tratto interamente da Il Corsaro - l'altra informazione


Photo credit Marcello Casal Jr./ABr [CC-BY-3.0-br], attraverso Wikimedia Commons

 

1 commento:

  1. Vibrante rievocazione storica. Il mio auspicio che si vada avanti sulla strada del progresso morale e civile.

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