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giovedì 20 ottobre 2016

Immagine del giorno

https://www.flickr.com/photos/marittoledo/5071309814/

Atmosfera d'autunno

Photo credit Maritè Toledo caricata su Flickr - licenza foto: Creative Commons



ExoMars, persi i contatti con il lander Schiaparelli

Maquette EDM salon du Bourget 2013 DSC 0192

Articolo da Media Inaf

Doveva essere una notte di festa. Meriterebbe di essere una notte quanto meno in agrodolce, visto il successo dell’ingresso in orbita marziana di TGO. È invece una notte di ansia e di attesa, questa che è calata su Darmstad, in Germania, nella sede dell’ESOC, il centro di controllo delle missioni dell’Agenzia spaziale europea. Una notte che l’intero team di ExoMars sta trascorrendo a cercare di capire cos’è accaduto pochi istanti prima del previsto touchdown del lander (il modulo di discesa) intitolato all’astronomo italiano Schiaparelli. E cercando di ristabilire quel contatto tanto agognato che permetterebbe, finalmente, d’esorcizzare il fallimento di Beagle 2.

«Abbiamo perso il segnale, questo è chiaro», dice il responsabile delle operazioni di missione ESA Paolo Ferri, «ma non è affatto chiaro a che punto lo abbiamo perso, e per quale ragione».

Ma cos’è accaduto? Cerchiamo di rimettere in fila ciò che sappiamo facendo un passo indietro. Riavvolgiamo dunque il nastro fino alle 15:05 ora italiana di ieri, mercoledì 19 ottobre, quando l’orbiter (la sonda destinata, appunto, a rimanere in orbita) TGO aziona i razzi che gli consentono di rallentare di circa 1.5 km al secondo. Una frenata lunga 2 ore e 19 minuti, al termine della quale TGO entra correttamente in orbita ellittica attorno al Pianeta rosso, andando così ad affiancare l’altro orbiter europeo, Mars Express, già lì all’opera da 12 anni. Un indubbio successo, dunque, ma messo per il momento in congelatore in attesa di conoscere le sorti del suo compagno di viaggio, il lander Schiaparelli.

Quest’ultimo, un “vassoio” da oltre mezza tonnellata pieno di tecnologia italiana, da domenica scorsa in viaggio da solo, attorno alle 15:27 inizia a inviare segnali captati dal più grande array interferometrico del mondo, il Giant Metrewave Radio Telescope (GMRT) di Pune, in India: una schiera d’una trentina d’antenne da 45 metri di diametro ciascuna. Si unisce all’ascolto anche Mars Express. E tutto fila liscio fino all’ingresso del modulo nell’atmosfera marziana, avvenuto come da tabella di marcia alle 16:42 ora italiana, alla velocità di 21mila km/h.

Da quell’istante, parte un countdown di circa sei minuti – per l’esattezza, 5 minuti e 53 secondi – durante i quali il lander deve compiere, in modo completamente autonomo, una sequenza rigidamente cadenzata di operazioni cruciali per rallentare la velocità di caduta fino a 4 km/h: aprire il paracadute (siamo a 3’21”), sganciare lo scudo termico e azionare il radar di bordo (4’01”), staccarsi dal paracadute (5’22”), azionare i retrorazzi (5’23”), spegnerli (5’52”) e, infine, adagiarsi sul suolo marziano (5’53”).

Ebbene, a un punto ancora indefinito di questi sei minuti – che gli scienziati della missione chiamano, ora capiamo bene perché, i sei minuti di terrore – qualcosa va storto. Le comunicazioni si interrompono. Il segnale va perduto. E non a causa dei ricevitori.

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Fonte: Media Inaf


Autore: 
Marco Malaspina    

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest' opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Unported.

Articolo tratto interamente da 
Media Inaf


Photo credit Pline (Own work) [CC BY-SA 3.0], via Wikimedia Commons


Lacrima di Arthur Rimbaud


Lacrima

Lontano dagli uccelli, dai greggi, dalle villanelle, bevevo,
accoccolato in qualche landa circondata dai boschi di
nocciuoli, in una tepida e verde foschia pomeridiana.

Che cosa potevo bere in quella giovine Oise – olmi senza
voce, erba senza fiori, cielo coperto-, che cosa attingevo alla
zucca di colocasia? Qualche liquor d’oro insipido, e che fa
sudare.

Parevo una brutta insegna d’albergo. Poi l’uragano mutò il
cielo, fino a sera: furono paesi neri, laghi, pertiche, colonnate
sotto la notte azzurra, stazioni.

L’acqua dei boschi si perdeva in sabbie vergini, il vento
scagliava dal cielo ghiaccioli ai pantani… E dire che, come un
pescatore d’oro o di conchiglie, non mi sono dato pensiero di
bere!

Arthur Rimbaud

20 ottobre 1944 - Strage dei piccoli martiri a Gorla (Milano)


Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

La strage di Gorla è stato un fatto di guerra che causò la morte di 184 bambini (chiamati anche piccoli martiri di Gorla), a seguito di un bombardamento aereo alleato che colpì la scuola elementare "Francesco Crispi" di Milano, nel quartiere di Gorla, il 20 ottobre 1944, durante la seconda guerra mondiale.

Il comando alleato aveva costituito la 15ª Air Force USAAF con lo scopo di colpire gli obiettivi sensibili in tutto il sud Europa. Negli ultimi mesi del 1944, si occupava principalmente di neutralizzare la residua resistenza delle forze italo-tedesche, dislocate nel nord Italia. Verso la metà di ottobre, dietro segnalazione della RAF, era stato affidato alla "15ª " il compito di distruggere le strutture produttive meccanico-siderurgiche che ancora operavano nella periferia settentrionale milanese, territorio facente parte della Repubblica Sociale Italiana.

Nell'ambito di questa missione, il mattino del 20 ottobre 1944, dall'aeroporto di Castelluccio dei Sauri, vicino Foggia, decollarono i 36 bombardieri "B-24" del 451º Bomb Group, al comando del colonnello James B. Knapp, con il compito di distruggere gli stabilimenti della Breda di Sesto San Giovanni.

Fu una giornata particolarmente dura per la cittadinanza milanese, considerando che erano contemporaneamente decollati anche i 38 "B-24" del 461º Bomb Group, con obiettivo gli stabilimenti Isotta Fraschini, e i 29 "B-24" del "484º", diretti sugli stabilimenti Alfa Romeo.

Mentre le missioni del "461º" e del "484º" ebbero pieno riscontro, centrando gli obiettivi assegnati e causando un limitato numero di vittime tra la popolazione civile, l'azione del "451º" fu caratterizzata da una serie di incidenti ed errori, risolvendosi in un fallimento dal punto di vista militare e, ben peggio, in una enorme tragedia umana.

Alle ore 7.58, i bombardieri del 451° Bomb Group erano decollati dalla pista dell'aeroporto di Castelluccio dei Sauri, nei pressi di Foggia. Il piano d'attacco prevedeva di raggiungere, con un largo aggiramento, il punto di riferimento iniziale, posto a circa 4 km ad ovest dal bersaglio, per effettuare una virata a sinistra di 22° e trovarsi sopra gli stabilimenti della Breda. Allo scopo di non divenire facile bersaglio per la contraerea, l'attacco venne ripartito in due successive ondate.

L'azione della prima ondata non ebbe successo, a causa di un corto circuito al comando di lancio del "B-24" capo formazione che attivò improvvisamente e prematuramente la procedura di lancio, subito imitata dai rimanenti piloti della formazione seguente. Le bombe, fortunatamente, finirono in aperta campagna senza provocare vittime.

La seconda ondata, probabilmente per l'errata trascrizione o interpretazione delle coordinate in codice, una volta raggiunto il punto iniziale sopra Milano, virò per 22° a destra invece che a sinistra. Quando l'errore venne rilevato, era ormai troppo tardi per cambiare direzione e impossibile effettuare un secondo volo di allineamento. Il carico di bombe, ormai tutte innescate, impediva, per ragioni di sicurezza, l'atterraggio del bombardiere alla base; il comandante, invece di liberarsi del carico sganciando le 342 bombe da 500 libbre durante il viaggio di ritorno sulla campagna cremonese o sull'Adriatico, decise di disfarsene immediatamente, facendole cadere sul centro abitato sottostante.

Alle ore 11.29 gli abitati di Gorla e Precotto furono investiti da quasi 80 tonnellate di esplosivo.

La maggior parte delle bombe raggiunse il quartiere milanese di Gorla. I danni furono ingenti e numerose le vittime, nonostante buona parte della popolazione avesse raggiunto i rifugi antiaerei, avvertita dal primo allarme delle ore 11.14 e dal successivo delle 11.24. Uno degli ordigni, fatalmente, centrò il vano scale della scuola elementare "Francesco Crispi", raggiungendo il rifugio sotterraneo dell'edificio e causando la morte di 184 bambini e dell'intero corpo docente (19 persone).

Nella città di Milano, in quel 20 ottobre, vi furono 614 vittime estratte dalle macerie, oltre ad alcune centinaia di feriti.

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mercoledì 19 ottobre 2016

Sciopero generale delle donne in Argentina


Articolo da NarrAzioni Differenti

Lucia Perez, lo sciopero generale delle donne in Argentina, #nonunadimeno

Il volto di Lucia Perez.


Un volto che vorremmo associare solo ad una ragazza di 16 anni che vive la sua adolescenza, e invece no, i volti delle donne che ci ricordiamo più spesso, sono sempre i volti di donne straziate, uccise, stuprate. Così ce li regalano ipocritamente alla memoria visiva, i media.

E ancora una volta il volto di Lucia Peres lo vediamo in un’immagine scattata con un telefono,  pubblicata, e sbattuta sulla prima pagina di tutti i social media. Perché Lucia Perez è l’ennesima ragazza, di 16 anni, la cui vita è stata interrotta trivialmente.

Lucia è una ragazza argentina, di Mar de Plata, una città situata sulla costa dell’oceano Atlantico; è una studentessa all’ultimo anno di liceo, e proviene da una famiglia modesta. Questo è tutto quello che riusciamo ad evincere della sua vita. Come se tutto si riducesse solo a questo. Eppure qualunque testata giornalistica elargisce i particolari più scabrosi e disumani del suo assassinio.

E’ stata abusata da un gruppo di uomini, fino a provocarle la morte. E non ho intenzione di inserire altri dettagli, che sono reperibili in qualsivoglia altro articolo, perché non ho intenzione di privarla ancora, per l’ennesima volta, della sua dignità di persona e della sua autodeterminazione, sciorinando con morbosa perizia in che modo il suo corpo, ormai straziato, sia stato torturato.

Perché è stata torturata, e sul suo corpo non è stato concesso nessun rispetto, nessuna dignità, nessuna pietà.
E io non voglio che questo accada anche alla sua persona.
No, io non ho intenzione di farlo.

In questi giorni, infatti, l’omicidio di Lucia Peres ha sollevato un’ondata di proteste, inizialmente tra i cittadini di Mar del Plata, che il mercoledì 19 ottobre ha unito in piazza centinaia di donne in segno di protesta contro il brutale omicidio in quello che è stato definito Mercoles Negro.

Così, con profonda solidarietà e rabbia, sono scesi tutti in piazza per chiedere giustizia, per lei e le altre donne uccise, per la critica situazione femminile argentina, e per i continui abusi e stupri dei quali le donne argentine sono vittime. Ogni trenta ore, infatti, in Argentina una donna è uccisa da un uomo; dove quest’uomo nella maggioranza schiacciante dei casi o è il suo compagno attuale, o è il suo ex compagno.

Sono scese in piazza, soprattutto, migliaia di donne, per chiedere giustizia per le violenze e l’omicidio della giovane, avvenuto mentre a Rosario 70mila persone sfilavano per il Raduno Nazionale Femminile.

Ed è qui che il lutto si è trasformato in forza, rivincita e rivalsa.

E’ proprio in questi giorni che il volto di Lucia ha acquistato e infuso una forza unica, una scossa di rivalsa, di lotta e di coscienze, ha innescato enormi manifestazioni in tutte le principali città del paese e migliaia di donne in tutta l’argentina, indossando abiti di colore nero in segno di lutto, sono scese in piazza scandendo lo slogan #NiUnaMenos (Non una di meno), mentre a Buenos Aires è stato organizzato uno “sciopero al femminile” per ribadire l’importanza e i diritti delle donne.

Non solo lutto e disperazione: le giornate tenutesi a Rosario tra l’8 e il 10 ottobre hanno disarticolato la dialettica del dolore silenzioso e un fermento inedito e primordiale ha iniziato a scorrere per le vie del paese.

In un paese, infatti, dove, pochi giorni dopo la morte di Lucia, almeno altre quattro donne sono state assassinate (una donna di 55 anni e una di 28 sono state uccise dai loro ex mariti, un’altra donna di 38 dal suo attuale marito, e un’adolescente di quindi anni è stata ritrovata morta nel fine settimana), insomma in un paese dove è chiaro che nascere donne comporta una serie di pericoli aggiunti, e dove persiste una totale abnegazione di qualunque dignità, persino spesso della vita. 


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Fonte: 
NarrAzioni Differenti  


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Articolo tratto interamente da 
NarrAzioni Differenti


Alla radice dello spreco alimentare


Articolo da Italia che Cambia

Secondo le stime ogni anno finiscono nella spazzatura mille miliardi di dollari di alimenti, senza considerare l'altissimo impatto ambientale dello spreco di cibo, problema che riguarda tutte le fasi della filiera. Per saperne di più del fenomeno, Anna Buzzoni, Agente del Cambiamento che vive a Berlino, ha intervistato Anke Klitzing, studiosa e scrittrice di cibo, popoli e luoghi.

Il 14 settembre 2016, l’Italia è diventata la seconda nazione europea a dotarsi di una legge contro lo spreco alimentare dopo che la Francia ha approvato la sua a febbraio 2016. Anche Spagna e Gran Bretagna dibattono da tempo sul fenomeno. I numeri abbondano ma non raccontano l’intera storia. Per approfondire il tema ho deciso di impiegare alcune delle mie ore da Agente del Cambiamento per intervistare a Berlino, la città in cui vivo, Anke Klitzing, studiosa e scrittrice di cibo, popoli e luoghi.

Gli esperti dicono che l’umanità non sia mai stata nutrita meglio di così, in termini calorici. Perché dunque preoccuparsi di spreco alimentare?

Calorie e nutrimento non sono la stessa cosa: le patologie causate dalla qualità e quantità delle calorie che assumiamo sono notevoli. Lo spreco, peraltro, non è solo un problema di sicurezza alimentare, ma significa perdere nutrimento, acqua, suolo, lavoro, energia e denaro.

Secondo il Ministero dell’Agricoltura spagnolo, le famiglie buttano circa un terzo della frutta comprata, ma raramente gettano surgelati e lattine. Alcuni hanno attribuito la responsabilità al cambio demografico: più piccolo il nucleo familiare, maggiore lo spreco (effettivamente, non solo in Spagna). Bisogna eliminare i single?

No, prima di tutto c’è da chiarire che la cosiddetta “catena” alimentare del sistema industriale predominante oggi ha lo spreco programmato in tutti i suoi passaggi. Questo aspetto è spesso trascurato. I due problemi principali che vedo sono: la linearità della catena, e la mancata condivisione delle responsabilità. Già a monte, il contadino è obbligato a comprare nuovi semi ogni anno, e a sovraprodurre per contrastare le perdite dovute a standard estetici, di impacchettamento, o a preferenze per particolari tagli di carne. Ne parlo sull’ultimo numero di Slow Food Magazine Germania.

A livello individuale abbiamo bisogno di una nuova economia domestica. Forse suona datato, ma in realtà è management, dove le rimanenze di un processo diventano lo spunto di un altro. Ovviamente ciò richiede tempo e spesso pensiamo di non averne, ma va a discapito di salute e portafoglio.

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Fonte: Italia che Cambia


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Licenza: Copyleft 



Articolo tratto interamente da Italia che Cambia



Anche gli studenti dicono NO





Video credit Comitato per il NO caricato su YouTube



Video credit Comitato per il NO caricato su YouTube