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sabato 26 settembre 2026

Cinquant'anni fa la nube di arsenico e cosa resta oggi della catastrofe di Manfredonia



Articolo da Valori

Due mesi dopo Seveso, dal petrolchimico Anic si sprigionò una nube di arsenico. Manfredonia ha dovuto lottare per conoscere le conseguenze sulla salute

Il 26 settembre 1976 è una domenica mattina qualunque a Manfredonia, nel golfo del Gargano, quando una nube tossica si abbatte sulla città. Il disastro prende il via dallo stabilimento dell’Anic, l’Azienda nazionale idrogenazione combustibili, petrolchimica a partecipazione statale che fa capo al gruppo Eni (diverrà prima Enichem, poi Syndial). Sono le 9:40 e nell’Isola 5 si verifica un cedimento strutturale che sventra la colonna di lavaggio dell’ammoniaca. La decompressione istantanea scarica nell’atmosfera una nube giallastra di anidride arseniosa e monossido di carbonio. Tra le 32 e le 49 tonnellate di composti arsenicali si nebulizzano e ricadono su campi, spiagge e centri abitati.

Poco più di due mesi prima, quasi dall’altra parte dello Stivale, una nube di diossina si è riversata sulle cittadine di Seveso, Meda, Cesano Maderno, Limbiate e Desio. Tutto il Paese per mesi ha parlato di quella contaminazione, dell’ammissione tardiva dei vertici aziendali, dell’intervento affannato da parte dello Stato. Seveso sembra una delle più grandi lezioni della storia recente d’Italia. Eppure in quel momento, a Manfredonia, nessuno sembra averla appresa.

L’azienda minimizza l’accaduto, dicendo alla popolazione locale che c’è stata una fuoriuscita di vapore acqueo. Operai e lavoratori d’appalto vengono mandati a ripulire l’area contaminata armati di scope e senza dispositivi di protezione. Quando le prime analisi rivelano concentrazioni di arsenico nelle urine ben oltre i limiti, pur di non fermare la produzione, il comitato tecnico-sanitario sceglie di innalzare arbitrariamente la soglia di tolleranza da 100 a 300 µg/l.

Manfredonia, il cinquantesimo anniversario di un disastro dimenticato

La diossina dell’Icmesa è diventata il simbolo globale del rischio industriale, con le immagini televisive dell’evacuazione e dei volti di bambine e bambini devastati dalla cloracne. Quanto accaduto nel golfo del Gargano cinquant’anni fa invece è un disastro di Stato dimenticato. Adesso la situazione è diversa: dopo tanti anni le istituzioni e, in particolare la regione, lavorano al fianco della società civile per guardare al futuro del territori e costruirlo insieme. 

Per decenni, però, il disastro di Manfredonia è stato invisibile, perché l’arsenico non lascia segni immediati sulla pelle e i tumori che genera hanno un’incubazione di venti, trent’anni. Taciuto, forse perché – pensano in molti – era coinvolta un’azienda partecipata dallo Stato che, nei cinquant’anni successivi, ha continuato a essere centrale nello sviluppo economico del Paese.

«Ogni anno, e in occasione di ogni ricorrenza, chiediamo alle istituzioni nazionali e al presidente della Repubblica di ricordare Manfredonia con la stessa dignità riservata a Seveso, ma la nostra richiesta cade regolarmente nel vuoto», evidenzia Rosa Porcu, presidente della Casa della salute e dell’ambiente di Manfredonia. «Non abbiamo mai capito il perché di questo oblio», aggiunge. «Dipende dal potere di Eni, che è un vero e proprio “Stato nello Stato”, o dalla sistematica sottovalutazione delle vicende del Meridione?»

La “catastrofe continuata” dovuta al polo petrolchimico di Manfredonia

L’esplosione del 1976 si inserisce in una lunga sequenza di eventi, una “catastrofe continuata”. Imposto dall’alto nel 1967 dal Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe, oggi Cipess) senza alcuna consultazione con la cittadinanza, il polo petrolchimico era stato accolto come la risposta al dramma dell’emigrazione. L’illusione del posto fisso trasformò la salute e l’ambiente in merce di scambio, spaccando la comunità e le stesse famiglie.

Già nel luglio 1972 un’alluvione aveva sommerso lo stabilimento appena avviato, rivelandone la fragilità. Negli anni si susseguirono fughe di ammoniaca che scatenarono il panico in città, nubi di gas nitrosi, sversamenti di acidi e scarichi continuativi di sali sodici in mare. Il 17 maggio 1984 l’incendio del reparto caprolattame, con l’esplosione di bombole d’acetilene a ridosso di tre serbatoi di cloro, sfiorò nuovamente la tragedia. La minaccia permanente aveva solide basi.

Dopo il disastro di Manfredonia, solo bonifiche parziali e soluzioni temporanee

Manfredonia resta, ancora oggi, un territorio beffato. Il Sito di interesse nazionale (Sin), l’area individuata dallo Stato per gli interventi di bonifica, comprende 217 ettari di terra e 853 in mare. La decontaminazione è stata affidata alla più grande impresa a partecipazione statale che si occupa di bonifiche in Italia: Eni Rewind, già Syndial, che fa parte dello stesso gruppo che ha causato il disastro. A cinquant’anni dall’incidente, e a trenta dalla chiusura della fabbrica, solo il 14% dei suoli risulta certificato.

«Le bonifiche svolte finora sono del tutto parziali», denuncia Porcu. «È stata trattata quasi esclusivamente la porzione di terreno di proprietà di Eni, mentre i veleni rimangono diffusi su chilometri di territorio, nelle falde e in mare». Nel frattempo si adottano soluzioni “temporanee”: sessanta pozzi lungo la costa emungono continuamente la falda per impedire all’arsenico di riversarsi nel Golfo. Una ferita aperta su cui continuano a innestarsi nuove minacce industriali, come dimostra la recente battaglia contro il progetto Energas, un gigantesco impianto di stoccaggio di Gpl respinto dalla comunità attraverso un referendum popolare.

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Fonte: Valori

Autore: 
Rita Cantalino

Licenza: Licenza Creative Commons
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Articolo tratto interamente da
Valori


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