Articolo da L’Anatra di Vaucanson
Presentiamo qui il primo capitolo della sezione I de Il libro nero del capitalismo
di Robert Kurz, un testo di notevole impatto, uscito in Germania nel
1999, che suscitò sin da subito un grande interesse. L’edizione italiana
è in preparazione oramai da più di un decennio, e speriamo che la
pubblicazione di questo primo capitolo possa rappresentare un viatico
per sbloccare questa faticosa impasse.
Il libro nasce anche come contraltare all’allora imperante narrazione sulla fine del comunismo,
dopo che, dall’89 in poi, sembrava che gli ideali di uguaglianza e
giustizia sociale propri del pensiero comunista fossero ormai stati
sconfitti dalla storia stessa (e, quindi, da riporre in soffitta o,
meglio ancora, gettare in un più moderno inceneritore).
Robert Kurz aveva già risposto, da par suo, a questa lettura miope ed univoca, con un altro testo di grande spessore, Il collasso della modernizzazione.
Qui Kurz metteva in chiaro come il crollo dei socialismi reali dell’est
non rappresentasse la sconfitta degli ideali comunisti, e insieme la
fine della possibilità non solo di progettare, ma financo pensare una
uscita dal sistema del capitale, ma, proprio al contrario, un segnale
significativo e quantomai pericoloso di crisi del sistema-mondo
capitalistico, di cui i regimi dell’est, presuntamente “alternativi” ad
esso, facevano parte a pieno titolo.
La possibilità di un “altro” dal
capitalismo, dunque, permane. Anzi oggi, più che possibile, questo
“altro” appare essere sempre più necessario, nella misura in cui il
capitale, nella sua folle quanto scomposta corsa verso un accumulo di
valore sempre più improbabile, devasta letteralmente i continenti,
lasciando più che mai dietro di sé morte e distruzione, persino anche
negli una volta (apparentemente) sicuri e intoccabili centri
capitalistici di un occidente sempre meno benestante.
Sorge, però, spontanea la domanda su
come possa prendere forma e materialità questo “altro” sempre più
urgente. Sembra in effetti un circolo vizioso, da cui è difficile
uscire: si predica la necessità di andare oltre il capitalismo, ma non
riusciamo mai ad indicare con un minimo di chiarezza “progettuale” in
che direzione possa darsi questo passaggio.
Forse, se non possiamo dirlo in
positivo, è possibile provarci “in negativo”, un po’ alla maniera della
“teologia negativa”. Proviamo dunque a domandarci cosa
l’“oltre-capitalismo” non debba essere.
Lo stesso Kurz, che pure, come suo
solito, anche nel presente testo attacca frontalmente – e con giusta
ragione – il sistema del capitale, ci dà forse proprio nel capitolo qui
tradotto, indirettamente e immagino inconsapevolmente, qualche
suggerimento. Per esempio, quando afferma quanto le scienze abbiano
enormemente accellerato lo sviluppo delle forze produttive, o come la
modernizzazione abbia accresciuto le potenzialità umane, più o meno in
ogni campo, oppure come l’economia di mercato abbia scatenato forze che
vanno oltre se stessa, e che essa non è in grado di gestire né di
controllare. Pare cioè riconoscere – un vecchio vizio marxista – al
sistema del capitale un apporto nonostante tutto positivo ma non ancora
realizzato in quanto tale, che avrebbe diciamo così solo bisogno di
essere capovolto nel suo lato “buono” per dare vita ad un “mondo
migliore”. Il capitalismo sarebbe, allora, una sorta di Giano bifronte, o
una specie di una lastra fotografica, della quale fino ad oggi abbiamo
osservato solo il lato “oscuro”.
La domanda qui è: siamo sicuri che,
nonostante tutto, il capitalismo, pur con tutti i suoi orrori e le
indicibili sofferenze che ha causato all’umanità e al mondo, abbia
comunque portato – o comunque abbia in sé – qualcosa di buono, un
“progresso”, per usare una parola tanto cara al capitalismo stesso?
Oppure, lo stesso Kurz, nonostante le buone, anzi ottime, intenzioni,
rimane invischiato nelle insidiose trappole proprie della narrazione
capitalistica? Si tratterebbe così, “dialetticamente”, di un apporto sia
pure “indirettamente” benefico, quello che la “modernità capitalistica”
(un pleonasmo, probabilmente) ha apportato, un contributo di cui fino
ad ora abbiamo visto solo la faccia “oscura”, e che aspetterebbe
semplicemente di essere “redento” (dal proletariato?) e così mostrare la
sua vera faccia – quella che permetterà (permetterebbe) all’umanità di
emanciparsi dai lacci e lacciuoli delle costrizioni legate al rapporto
“metabolico” con la natura? Oppure proprio qui si annidano i più letali
inganni e la più temibile trappola? È forse proprio questo inganno che
il “passaggio oltre” l’epoca del capitale deve evitare, il “non” verso
cui fare attenzione?
In altre parole, il post-capitalismo
dovrà avere come capisaldi quegli stessi che hanno reso solido il
capitalismo, potrà venerare la scienza come gli idola baconiani, potrà
ancora poggiare su una fede indiscussa e indiscutibile sulle sorti
progressive dell’umanità, o avrà piuttosto sempre più bisogno di uno
sguardo critico, anche e soprattutto sui dogmi intoccabili della
modernità?
Lo stesso Kurz, alla maniera di Marx,
occhieggiando ai “benefici nascosti” del sistema del capitale, non paga
piuttosto lo scotto delle credenze illuministe, che peraltro altrove critica aspramente,
ma che invece evidentemente lavorano sottotraccia e per le quali il
capitalismo rimane comunque un “progresso” che ha portato buoni frutti,
sia pure in un contesto bacato (ma tolto il baco…)? Questa fissazione
teleologica della sinistra, e comunque della modernità (della quale la
sinistra è figlia), per la quale l’umanità dovrebbe “svilupparsi”
all’interno di un percorso “progressivo” che porti verso un presunto
“meglio”, dove nasce, quando nasce? E, sarebbe un meglio rispetto a
quale “peggio”? Quale interpretazione del mondo si cela dietro questo
paradigma, che tanti danni ha fatto a qualsiasi ideale di “liberazione”?
“Come è stato possibile un così
drastico declino sociale rispetto a tutti i secoli conosciuti
dell’antichità e del Medioevo, nonostante le crescenti conoscenze
scientifiche?” chiosa Kurz alla fine di questo capitolo, lamentandosi
della caduta in verticale delle condizioni di vita dei popoli durante
l’ascesa del capitalismo. La domanda successiva, qui, potrebbe però
essere: forse proprio quest’ultime hanno contribuito in modo decisivo a
determinare questo declino? Una domanda che, crediamo, meriterebbe una
attenta riflessione, possibilmente non preconcettuale né ideologica.
***
Modernizzazione e povertà di massa
Che l’economia di mercato avrebbe fondamentalmente prodotto un
“benessere crescente”, è solo l’ultimo pietoso residuo di una ottusa
coscienza storica, una leggenda secondo la quale, prima della
modernizzazione capitalistica, l’umanità avrebbe languito nella miseria.
In realtà, per la grande maggioranza della popolazione mondiale è vero esattamente il contrario.
È indubbio che il capitalismo abbia scientificizzato le forze produttive
e ne abbia accelerato enormemente lo sviluppo. Tuttavia, curiosamente
l’aumento del benessere è stato sempre solo temporaneo, e limitato a
determinati segmenti sociali e regioni del mondo. Questo perché il
capitalismo è un gioco brutale tra vincitori e vinti, il cui carattere
totalitario ha come posta in gioco l’esistenza stessa delle persone, sia
sociale che fisica, e fin dall’inizio ha prodotto più perdenti che
vincitori.
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Fonte: L’Anatra di Vaucanson
Autore: Robert Kurz e Massimo Maggini
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Articolo tratto interamente da L’Anatra di Vaucanson