menù

mercoledì 25 marzo 2026

Il punto di rottura: Hormuz e la fragilità dell’Occidente



Articolo da Strategic Culture Foundation

Lo Stretto di Hormuz è il nuovo «scenario di guerra». Nel giro di pochi giorni, il mondo ha cominciato a tremare, ancora più di quanto non facesse già.

Che si aprano le danze

Ci siamo. Lo stretto di Hormuz è il nuovo “war game”. Nel giro di pochi giorni, il mondo ha cominciato a tremare, più di quanto non stesse già facendo.

Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei passaggi marittimi più importanti del sistema economico globale. Situato tra la penisola arabica e l’Iran, esso collega il Golfo Persico con il Golfo dell’Oman e, attraverso il Mar Arabico, con l’Oceano Indiano. La sua posizione geografica lo rende un vero e proprio “collo di bottiglia” del commercio energetico mondiale, poiché gran parte delle esportazioni di petrolio e gas naturale liquefatto provenienti dal Medio Oriente deve transitare attraverso questo stretto corridoio marittimo. Per questa ragione lo Stretto di Hormuz assume una rilevanza non soltanto economica, ma anche strategica e geopolitica, costituendo uno dei punti più sensibili per la sicurezza energetica globale.

Dal punto di vista geografico, lo stretto ha una larghezza minima di circa 33 chilometri, mentre le corsie di navigazione utilizzate dalle navi commerciali sono molto più ristrette, organizzate secondo un sistema di traffico marittimo con due corridoi di circa tre chilometri ciascuno separati da una zona di sicurezza. Questa conformazione rende il traffico marittimo particolarmente vulnerabile a eventuali interruzioni, incidenti o tensioni militari. Proprio per questo motivo, il controllo e la sicurezza dello Stretto di Hormuz sono considerati una priorità strategica per numerosi Stati e organizzazioni internazionali.

Dal punto di vista geoeconomico, lo stretto rappresenta uno snodo fondamentale per il commercio mondiale di idrocarburi. Secondo le principali analisi energetiche internazionali, circa un quinto del petrolio consumato a livello globale transita attraverso questo passaggio. Ogni giorno transitano nello stretto tra i 20 e i 21 milioni di barili di petrolio e prodotti petroliferi, pari a circa il 20% del consumo mondiale. Oltre al petrolio greggio, una quota significativa del commercio mondiale di gas naturale liquefatto (GNL) attraversa questa rotta, soprattutto quello esportato dal Qatar, uno dei principali produttori mondiali di GNL. Si stima che circa il 25–30% del commercio globale di gas naturale liquefatto passi attraverso lo Stretto di Hormuz.

Le principali merci che transitano attraverso questo passaggio sono dunque il petrolio greggio, i prodotti raffinati e il gas naturale liquefatto. Tuttavia, oltre alle risorse energetiche, lo stretto è attraversato anche da navi container, navi portarinfuse e petroliere che trasportano altre tipologie di merci, come prodotti chimici, metalli, materie prime industriali e beni di consumo destinati ai mercati asiatici, europei e nordamericani. La presenza di grandi porti commerciali nel Golfo Persico, come quelli situati negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita, contribuisce ulteriormente all’intensità dei flussi commerciali che attraversano lo stretto.

Gli attori principali coinvolti nella dinamica geopolitica dello Stretto di Hormuz sono innanzitutto gli Stati rivieraschi, in particolare l’Iran e l’Oman, che si affacciano direttamente sullo stretto e ne condividono il controllo territoriale. L’Iran, in particolare, esercita una forte influenza strategica sulla regione, anche grazie alla presenza militare lungo la costa e nelle isole vicine allo stretto. Dal punto di vista politico e militare, Teheran ha più volte dichiarato, in situazioni di tensione internazionale, la possibilità di limitare o bloccare il traffico marittimo nello stretto come strumento di pressione geopolitica.

Accanto agli Stati direttamente affacciati sullo stretto, altri attori fondamentali sono i grandi paesi esportatori di petrolio del Golfo Persico, tra cui l’Arabia Saudita, il Kuwait, l’Iraq, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti. Questi Stati dipendono in larga misura dallo Stretto di Hormuz per l’esportazione delle proprie risorse energetiche verso i principali mercati internazionali. Di conseguenza, la stabilità e la sicurezza della navigazione nello stretto sono considerate essenziali per la loro economia e per l’equilibrio dei mercati energetici globali.

Un ruolo di primo piano è svolto anche dalle grandi potenze internazionali, in particolare dagli Stati Uniti, che mantengono una significativa presenza militare nella regione del Golfo Persico. La Marina statunitense, attraverso la Quinta Flotta con base in Bahrein, svolge operazioni di pattugliamento e di sicurezza marittima per garantire la libertà di navigazione nello stretto. Anche altre potenze, come il Regno Unito e la Francia, partecipano periodicamente a missioni navali di sorveglianza e sicurezza nella regione. Negli ultimi anni, inoltre, anche la Cina ha manifestato un crescente interesse strategico per la stabilità delle rotte energetiche del Medio Oriente, data la sua forte dipendenza dalle importazioni di petrolio provenienti dal Golfo Persico.

Dal punto di vista giuridico e diplomatico, la navigazione nello Stretto di Hormuz è regolata da diverse norme e accordi internazionali. Il principale quadro normativo di riferimento è rappresentato dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), adottata nel 1982. Questa convenzione stabilisce il principio del “diritto di transito” negli stretti utilizzati per la navigazione internazionale, garantendo alle navi civili e militari la possibilità di attraversare tali passaggi senza interferenze ingiustificate da parte degli Stati costieri. Tuttavia, l’Iran non ha ratificato formalmente l’UNCLOS e ha più volte espresso interpretazioni restrittive del diritto di transito, sostenendo la necessità di regolamentare il passaggio delle navi da guerra straniere nelle proprie acque territoriali.

Oltre al quadro giuridico internazionale, esistono anche diverse iniziative multilaterali e missioni di sicurezza marittima volte a garantire la stabilità dello stretto. Tra queste si può citare l’International Maritime Security Construct (IMSC), una coalizione internazionale creata nel 2019 con l’obiettivo di proteggere la navigazione commerciale nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz. A questa iniziativa partecipano diversi paesi, tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e altri partner regionali.

Un ulteriore elemento di rilievo è rappresentato dagli investimenti infrastrutturali volti a ridurre la dipendenza dallo stretto. Alcuni paesi del Golfo hanno sviluppato oleodotti alternativi che permettono di esportare petrolio senza transitare attraverso Hormuz. Un esempio significativo è l’oleodotto che collega i giacimenti dell’Arabia Saudita al porto di Yanbu sul Mar Rosso, oppure quello che collega Abu Dhabi al porto di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti. Tuttavia, la capacità di queste infrastrutture alternative rimane limitata rispetto al volume complessivo delle esportazioni energetiche della regione.

Dunque uno snodo cruciale della geografia economica mondiale e uno dei punti più sensibili del sistema energetico globale, la cui sicurezza e stabilità possono spostare la bilancia finanziaria di intere regioni del mondo.

Prospettive geopolitiche

Ora che è chiaro il valore strategico e geoeconomico dello stretto, proviamo a pensare al disastro che sta avvenendo e, soprattutto, a chi giova. A chi, appunto, è la domanda. Ad una prima e fredda analisi, questa operazione rientra coerentemente nel progetto di dissoluzione dell’Europa con i suoi poteri politici e finanziari.

È infatti l’eurozona a subire il colpo più duro, in maniera drammatica. La possibilità che la logistica, i trasporti e anche la produzione industriale subiscano un brusco rallentamento, è un timore fondato e, purtroppo, molto vicino. Anzi, sta già succedendo. Ma questo è coerente, lo ripetiamo, con l’intenzione di distruggere l’architettura europea. Una missione che Trump ha dichiarato e che fa comodo anche alla Russia di Putin, e non solo: il vecchio ordine di potere europeo non piace a nessuno degli altri Paesi, soprattutto quelli che hanno subito per decenni o secoli l’imposizione del colonialismo europeo. E, a dirla tutta, non piace nemmeno l’America con il suo imperialismo di ritorno, erede di quello europeo, ma ogni cosa deve essere trattata a suo tempo e ora è il momento del collasso del vecchio continente.

Ora, data la sua funzione di nodo centrale per il commercio energetico globale, qualsiasi modifica significativa della libertà di navigazione nello stretto avrebbe effetti immediati non solo sui mercati energetici, ma anche sugli equilibri geopolitici tra le principali potenze mondiali. In una prospettiva di analisi strategica è possibile ipotizzare almeno tre scenari distinti: la chiusura totale dello stretto al traffico navale, una chiusura selettiva orientata a favorire alcuni partner commerciali e una militarizzazione prolungata dell’area.

Continua la lettura su Strategic Culture Foundation

Fonte: Strategic Culture Foundation

Autore: Lorenzo Maria Pacini

Licenza: Copyleft 

Articolo tratto interamente da Strategic Culture Foundation


Nessun commento:

Posta un commento

I commenti sono in moderazione e sono pubblicati prima possibile. Si prega di non inserire collegamenti attivi, altrimenti saranno eliminati. L'opinione dei lettori è l'anima dei blog e ringrazio tutti per la partecipazione. Vi ricordo, prima di lasciare qualche commento, di leggere attentamente la privacy policy. Ricordatevi che lasciando un commento nel modulo, il vostro username resterà inserito nella pagina web e sarà cliccabile, inoltre potrà portare al vostro profilo a seconda della impostazione che si è scelta.