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martedì 24 marzo 2026

Amalfi di Henry Wadsworth Longfellow



Amalfi


Dolce il ricordo nel mio cor discende

Del bel paese ch’oltra il mar si stende;

Dove si scontran le montagne e l’onde,

Dove in mezzo al calor che si diffonde,

Siede tra’ gelsi Amalfi, e i bianchi piedi

Nella calma del mar bagnar la vedi.


In mezzo alla città dalle fontane,

Là nelle balze ripide montane,

Per stretta gola, slanciasi e discorre

In giù il Canneto e a precipizio corre

De’ molini a girar le grandi ruote,

E i martelli del fabbro innalza e scote.

Di scaloni è una serie e non è via

Che al profondo burron guida ed invia,

Ove fra roccia e roccia assai vicina

Saltellando il torrente oltre cammina.


Di su da grado a grado affaticate

Portano i pesi lor le villanelle.

Del suol figliuole dal sole abbronzate,

Alte figure maestose e snelle,

Qual fato inesorabil le destina

A faticosa vita e al suol le inchina?


Lungi, il signor de’ paschi e delle vigne

Sta sul convento, e il frate, soddisfatto,

Pel solido terrazzo il passo spigne,

Intrecciando le man, placido in atto,

Mirando il muro e il tetto ch’è all’aperto,

E che di rosse tegole è coperto.


Ei pensa che a quel moto e a quel lavoro

Scopo è una fine placida e serena,

E come degli umani esseri il coro

Fuggir non può da cure nè da pena

Nè del guadagno dal pensier venale;

Che non può, nell’inerzia, essergli eguale.


Dove i navigli son di merci onusti

Venuti dall’occaso e dal levante?

Dove gli armati cavalier robusti

Volgendo i passi alle contrade sante,

Che in guanti avean d’acciaio il pugno stretto

Ed una croce rossa in mezzo al petto?


Dove del campo e della corte i vanti?

Dove colle lor preci i pellegrini?

Colle derrate lor dove i mercanti?

Dov’è mai lo splendor de’ brigantini

Ov’essi navigar senza pensieri,

Vittime, in porto, de’ corsar d’Algieri?


Come un gruppo di nubi, ormai svaniro,

Come di tromba passaggiero suono.

Furo un passato luminoso e miro

Il commercio, la folla ed il frastuono!

Profondamente sotto il mare ascosi

Gli antichi sbarcatoi han lor riposi.


Fur dalle soverchianti onde ingoiati.

Son le strade deserte ed i mercati;

Rovinar tetti e torri e forti mura.

A ogni sguardo mortal sua vista fura

La sepolta città che in sonno piomba.

Han le cittadi ancor la loro tomba!


Terra è d’incanto! Intorno la marina,

Colla sua falce di candide arene,

Là di Salerno la piaggia azzurrina

Tronca da lungi e agli occhi ascosa tiene,

E ancor più lungi, anzi lontan lontano,

Pesto ne appar sull’indistinto piano.


Colle rovine sue si mostra fuore;

E le sue belle rose, tutte in fiore,

Sembrano ravvivar l’aura letale

Di quella terra deserta e fatale.


Su quel terrazzo, nella sua grandezza,

Non cura il frate sì mondane cose;

E mentre dal giardin viene una brezza,

Un leggero spirar d’aure odorose,

Ei dell’api volanti il ronzio sente

Nel castagno che brilla al sol lucente.


Null’altro ei vede o ascolta e tutto sembra

Del pomeriggio ombrar l’ora beata.

Lentamente s’aggira e si rassembra

Su i sensi suoi l’onda del sonno grata;

E, come la città, stanco, si asconde

Entro caverne gelide e profonde.


Da cumuli di neve intorno cinto,

Dell’Aquilon sentendo il soffio fiero,

Bianchi i paesi e il fiume in ghiacci avvinto

Mentre muto rimiro, al mio pensiero

Torna la gioia e la vision riappare

D’un lontan Paradiso oltra del mare.


Henry Wadsworth Longfellow


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