Articolo da Krisis
Secondo molti storici, la detenzione dei palestinesi fu un tassello decisivo del progetto di espulsione.
Un’inchiesta di Haaretz, basata su documenti d’archivio scoperti di recente, svela come nel 1948 l’esodo palestinese fu un piano deliberato. Ma studi precedenti hanno aggiunto un altro elemento a sostegno della tesi secondo cui le partenze furono obbligate: i campi d’internamento per palestinesi allestiti da Israele durante la guerra. Ingranaggi essenziali della Nakba, servivano per gestire e poi (in gran parte) deportare chi non se ne era ancora andato.
Nuove verità storiche Recenti inchieste giornalistiche e studi accademici smentiscono la narrazione di una «fuga volontaria» dei palestinesi nel 1948. L’esodo emerge come strategia deliberata per garantire la stabilità demografica del neonato Stato di Israele.
Filo spinato Un tassello fondamentale di questo piano fu la creazione di campi di prigionia per i palestinesi, dotati di filo spinato. Tali strutture non servivano solo alla detenzione. Erano campi di lavoro coatto, dove in media l’80% degli internati era costituito da civili.
Lavoro coatto Nonostante le convenzioni internazionali, i prigionieri erano spesso impiegati in lavori direttamente legati alle operazioni belliche. La manodopera palestinese divenne un’importante risorsa per sostenere Israele durante il conflitto.
Detenzione ed espulsione
I campi rappresentarono anche un fondamentale ingranaggio per la
gestione e la successiva deportazione della popolazione palestinese. Le
ricerche confermano che, al termine della detenzione, il 78% dei
prigionieri fu espulso forzatamente oltre i confini.
Nota della direttrice: L’approfondimento che segue nasce da un accurato lavoro di ricerca condotto da una mia studentessa dell’Università degli Studi di Milano, Camilla Gommaraschi. Come avviene per ogni nostra inchiesta – e in particolar modo in questo caso – i materiali e i riscontri documentali sono stati successivamente sottoposti a rigorose verifiche da parte della redazione di Krisis, per garantire l’accuratezza scientifica e la coerenza con i nostri standard editoriali.
«Il terrore era necessario per far andare via gli arabi». Con questa citazione, il quotidiano di Tel Aviv Haaretz ha rimesso in discussione la narrazione israeliana mainstream sulla guerra del 1948. Il 27 febbraio scorso, il giornale progressista ha pubblicato un’inchiesta dello storico Adam Raz, intitolandola proprio con questa frase. «Migliaia di documenti scoperti di recente» ha spiegato Haaretz «rendono ora possibile raccontare la vera storia dell’espulsione dei palestinesi da parte di Israele nel 1948 e iniziare a comprenderne le amare implicazioni dopo il 7 ottobre».
L’autore dell’articolo ha preso in esame le carte degli archivi dell’Idf e del Ministero della Difesa insieme all’istituto Akevot. Ed è arrivato alla conclusione che l’esodo palestinese non fu un effetto collaterale del conflitto, ma una strategia deliberata. Sebbene queste carte aggiungano dettagli preziosi, la tesi non è nuova: da decenni una parte della storiografia contemporanea documenta come il terrore sia stato uno strumento per svuotare la Palestina.
Ingranaggio fondamentale
Esiste però un tassello meno noto dell’esodo: i campi di prigionia allestiti dal neonato Stato di Israele. Se per molti storici il terrore serviva a svuotare i villaggi dalla presenza palestinese, secondo altri storici i campi di detenzione e di lavoro forzato servivano per gestire, sfruttare e infine deportare chi non se ne era ancora andato.
Come evidenziato dagli studiosi Salman Abu Sitta e Terry Rempel 12 anni fa, e come nuove ricerche negli archivi continuano a documentare, la Nakba fu un processo sistematico di cui i campi di prigionia e di lavoro furono un ingranaggio essenziale. Nel 2014, un articolo del Journal of Palestine Studies portò alla luce questa pagina di storia legata dimenticata o volutamente cancellata.
«Sotto scorta fummo portati a Umm Khalid. Lì fummo condotti in un campo di concentramento con filo spinato e cancelli». La testimonianza di Marwan ‘Iqab al-Yahya, allora quindicenne, dà uno spaccato del trattamento riservato ai civili palestinesi internati durante la guerra del 1948. Le sue parole, insieme a quelle di altri prigionieri, sono state pubblicate da Salman Abu Sitta e Terry Rempel nel volume 43 del Journal of Palestine Studies.
Detenzioni di civili
Attraverso documenti del Comitato Internazionale della Croce Rossa e testimonianze raccolte sul campo, il testo descrive la detenzione sistematica dei civili. Dall’analisi delle fonti emerge che nel 1948 Israele istituì quattro campi di prigionia «riconosciuti» e 17 «non riconosciuti». Per comprendere il ruolo di queste strutture è necessario collocarle all’interno della Nakba(in arabo النكبة, letteralmente “catastrofe”), ossia l’espulsione di circa 700.000 palestinesi dalle loro case durante e dopo la guerra scoppiata in concomitanza con la nascita dello Stato di Israele.
Alcuni israeliani appartenenti al gruppo dei «Nuovi storici» sostengono che, durante il conflitto, avvenne una pulizia etnica. A loro avviso, i palestinesi non avrebbero lasciato volontariamente le loro case, come sostiene la narrazione israeliana tradizionale, per la quale l’esodo è stato una «fuga volontaria». Secondo questi storici, tra cui Ilan Pappé, i palestinesi sarebbero stati cacciati con metodi più o meno violenti, ma, soprattutto, seguendo un piano organizzato.
In base a numerose fonti d’archivio, compresi i diari di Ben Gurion, questi storici identificano il piano Dalet come il masterplan per la pulizia etnica della Palestina. Va tuttavia segnalato che altri storici, pur riconoscendo espulsioni e violenze, non credono all’esistenza di un piano sistematico unitario di pulizia etnica. Uno di questi è Benny Morris, l’autore del celebre libro Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001.
Obiettivo di Ben Gurion: 80 per cento
L’obiettivo perseguito dai vertici del neonato Stato d’Israele era la creazione di un Paese etnicamente compatto. Lo conferma un discorso di David Ben Gurion pronunciato il 3 dicembre 1947 – quindi prima ancora della nascita ufficiale dello Stato di Israele – di fronte ai membri anziani del suo partito, Mapai (il partito dei lavoratori di Eretz Israel). Il futuro primo ministro spiegò esplicitamente come affrontare la realtà che la Risoluzione di spartizione dell’Onu lasciava prevedere.
Come scrive Pappé ne La pulizia etnica della Palestina, citando il libro In the battle, Ben Gurion disse: «C’è il 40 per cento di non ebrei nell’area assegnata allo Stato ebraico. Questa composizione non è una base solida per uno Stato ebraico. E dobbiamo affrontare questa nuova realtà con rigore e chiarezza. Tale equilibrio demografico mette in questione la nostra capacità di mantenere la sovranità ebraica… Soltanto uno Stato con almeno l’80 per cento di ebrei è uno Stato stabile e sostenibile».
Annotazione storica: nel 1948 circa l’82 per cento degli abitanti di Israele era ebreo. Tra il 1950 e il 1965, grazie alle grandi ondate di immigrazione dai Paesi islamici, la percentuale ha raggiunto il picco, arrivando nel 1955 e nel 1960 a sfiorare l’89%. Fino agli anni Novanta è rimasta sopra l’80%, toccando l’81,9% nel 1990 e l’80,6% nel 1995, grazie anche all’ondata migratoria dall’ex Urss. Tra il 1989 e il 2000, circa un milione di ebrei immigrò in Israele dai Paesi dell’ex Unione Sovietica.
Poi la curva è iniziata a scendere. Oggi in Israele circa 7.771.000 abitanti sono classificati come «ebrei e altri» (inclusi ebrei propriamente detti più non-ebrei con parentela ebraica, cristiani non arabi e così via), pari al 76,3% della popolazione.
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Fonte: Krisis
Autore: Camilla Gommaraschi
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