Articolo da La Fionda
Trasformazioni dell’egemonia statunitense
La crisi dell’universalismo occidentale viene spesso letta come un esaurimento dei valori liberali o come il sintomo di una perdita irreversibile di egemonia da parte degli Stati Uniti. Entrambe le interpretazioni colgono solo parzialmente il fenomeno. Ciò che è in crisi non è il riferimento ai valori in quanto tale, o perlomeno non soltanto questo, ma, soprattutto, la loro funzione storica, ossia la capacità dell’universalismo di funzionare come linguaggio neutro dell’ordine mondiale.
L’universalismo liberaldemocratico non è mai stato soltanto un insieme di principi normativi. È stato una tecnologia di governo, capace di tradurre rapporti di forza storicamente situati in criteri di legittimità apparentemente impersonali. La sua forza non risiedeva nella coerenza filosofica, ma nella capacità di rendere invisibile la gerarchia, presentandola come esito naturale della razionalità politica e morale.
La fase attuale segna la perdita di questa invisibilità. L’universalismo continua a essere invocato, ma non produce più integrazione automatica. Da lingua comune dell’ordine globale, diventa linguaggio situato, strumento selettivo, elemento di conflitto. Questa trasformazione non indica la fine dell’egemonia occidentale, ma il suo passaggio a una forma più esplicita e conflittuale. Con “Occidente” non si intende qui una civiltà omogenea, ma lo spazio geopolitico organizzato attorno all’egemonia statunitense.
Universalismo e gerarchia: la logica nascosta dell’ordine occidentale
L’universalismo non ha mai abolito la gerarchia; l’ha naturalizzata. Ha funzionato come un dispositivo implicito che stabiliva chi potesse parlare in nome dell’universale e chi dovesse essere valutato alla sua luce. In questo senso, l’universalismo è sempre stato inseparabile dall’egemonia: non perché fosse “falso”, ma perché era posizionale.
La possibilità di invocare la norma e, al tempo stesso, di sospenderla nei momenti decisivi non rappresenta una contraddizione morale, ma una prerogativa strutturale del centro egemonico. Finché questa prerogativa resta invisibile, l’ordine appare legittimo; quando diventa visibile, l’universalismo entra in crisi.
La crescente difficoltà nel mantenere invisibile questa asimmetria emerge in diversi episodi recenti. Le reazioni occidentali differenziate ai conflitti internazionali — dalla guerra in Iraq nel 2003, giustificata come difesa della sicurezza globale, alla gestione selettiva delle crisi mediorientali o del conflitto israelo-palestinese — hanno progressivamente reso più evidente la distanza tra universalismo proclamato e applicazione situata delle norme.
La crisi attuale nasce precisamente qui: nel momento in cui la distanza tra norma proclamata e pratica selettiva non può più essere neutralizzata simbolicamente. Il problema non è che l’Occidente “non rispetti i valori”, ma che non riesca più a presentare il proprio rispetto selettivo come universalmente valido.
L’eccezione come forma ordinaria di governo
L’eccezione non è una deviazione patologica dall’universalismo, bensì il suo meccanismo di funzionamento reale. Ogni ordine che si pretende universale deve prevedere un’istanza capace di decidere quando la norma vale e quando può essere sospesa. Senza questa facoltà, l’universalismo si trasformerebbe in un vincolo paralizzante.
Nel caso dell’ordine occidentale a trazione statunitense, l’eccezione è stata a lungo naturalizzata. Finché l’egemonia appariva benefica, l’eccezione veniva interpretata come responsabilità globale; oggi viene sempre più percepita come arbitrio. Questo mutamento percettivo segnala non una trasformazione morale dell’egemone, ma una trasformazione sistemica dell’ambiente internazionale.
Quando l’egemonia entra in una fase di competizione strutturale, l’universalismo non scompare: viene riarticolato, frammentato in registri differenti, adattato a una pluralità di pubblici e di contesti.
Infrastruttura ideologica e continuità egemonica oltre le presidenze
L’egemonia statunitense non può essere compresa riducendola alle singole amministrazioni presidenziali. Le presidenze rappresentano nodi visibili di cicli egemonici più lunghi, la cui continuità è garantita da un’infrastruttura ideologica permanente: think tank, fondazioni, università d’élite, apparati burocratici, reti transatlantiche.
Questa infrastruttura produce linguaggi, categorie interpretative e priorità strategiche che attraversano amministrazioni di segno politico diverso. Le fasi egemoniche non coincidono con i mandati presidenziali: possono includere, nello stesso ciclo strutturale, presidenze democratiche e repubblicane, apparentemente antagoniste ma spesso convergenti sul piano sistemico.
In questa prospettiva è possibile distinguere tre configurazioni successive dell’universalismo occidentale: una fase integrativa, tipica dell’unipolarismo degli anni Novanta; una fase coercitiva, associata all’interventismo neoconservatore; e una fase più recente in cui l’universalismo tende a ricodificarsi in termini civilizzazionali. Le trasformazioni dell’egemonia statunitense negli ultimi decenni possono essere lette come il passaggio tra queste diverse modalità di legittimazione dell’ordine occidentale.
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Fonte: La Fionda
Autore: Tiberio Graziani
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Articolo tratto interamente da La Fionda







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