
Articolo da Centro Studi Sereno Regis
Fukushima dopo 15 anni: convivere con i focolai radioattivi e lo stigma mentre il governo giapponese spinge per più reattori
Il Bollettino degli scienziati atomici iniziò le sue pubblicazioni nel 1945: nacque come un’azione di emergenza, creata da scienziati che avvertivano l’immediata necessità di una presa di coscienza pubblica in seguito ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Uno degli obiettivi era quello di sollecitare i colleghi scienziati a contribuire alla definizione delle politiche nazionali e internazionali. Un secondo obiettivo era quello di aiutare l’opinione pubblica a comprendere il significato dei bombardamenti per l’umanità. Questi scienziati prevedevano che la bomba atomica sarebbe stata “solo il primo di molti pericolosi regali dal vaso di Pandora della scienza moderna”. E avevano perfettamente ragione.
Nel numero di Marzo 2026 il giornale ricorda il disastro avvenuto in Giappone nel 2011, quando in seguito a un devastante maremoto furono danneggiati alcuni reattori della centrale nucleare di Fukushima, dando avvio a una serie di conseguenze a cui ancora oggi non si riesce a porre rimedio.
In questo numero del Bollettino degli Scienziati Atomici si può leggere un’ interessante serie di notizie e considerazioni: invito lettori e lettrici a leggere l’articolo completo, che contiene anche molte fotografie, alcune scattate dall’autore dell’articolo, Thoma Bass.
Nuovo look per il nucleare civile in Giappone
Dopo il disastro di Fukushima, nel marzo 2022, nel giro di pochi mesi tutti i 54 reattori del paese vennero progressivamente spenti. L’atomo, che prima del disastro copriva circa un terzo della produzione elettrica nazionale, sembrava destinato a un declino irreversibile. Dopo 15 anni lo scenario è completamente mutato. Il 9 febbraio 2026 il Giappone ha riavviato l’Unità 6 della sua più grande centrale nucleare, la centrale nucleare di Kashiwazaki-Kariwa nella prefettura di Niigata, chiusa in seguito allo tsunami e all’incidente nucleare di Fukushima del 2011.
Con il ritorno a pieno regime del reattore, è probabile che il conseguente aumento della produzione nucleare sostituisca la produzione da fonti fossili, principalmente gas naturale, che rappresentava il 33% di tutta la produzione di energia elettrica del Giappone nel 2024. Con il riavvio, il Giappone ha ora 15 reattori nucleari operativi, con una capacità di generazione elettrica combinata di 33 gigawatt (GW). L’Unità 6 di Kashiwazaki-Kariwa è il primo reattore della Tokyo Electric Power Company (TEPCO) a riprendere le operazioni dopo che tutti gli altri erano stati chiusi per ispezioni di sicurezza obbligatorie e aggiornamenti di sicurezza a seguito dello tsunami e dell’incidente nucleare del 2011. I recentissimi blocchi alle forniture di combustibili fossili nello stretto di Hormuz rende più appetibile la conversione al nucleare.
A Fukushima tutto come prima?
Mentre il progetto energetico nucleare del Giappone riparte con decisione, continuano a essere pubblicate testimonianze della difficoltà o impossibilità di tornare alla normalità per alcune zone nell’area di Fukushima. Alcuni luoghi sono rimasti ‘congelati’ nella stessa situazione in cui erano stati abbandonati, altri ospitano adesso una fauna che potrebbe rendere problematica la convivenza con gli umani (orsi, cinghiali, scimmie). La presenza discontinua di tracce radioattive sconsiglia di concedere libera circolazione, soprattutto nelle foreste sui pendii a monte delle aree costiere, e di riprendere le coltivazioni di riso e gli allevamenti.
In alcune interviste riportate da Thomas Bass sul Bollettino degli Scienziati atomici (sopra citato) emergono situazioni critiche che gli abitanti dell’area di Fukushima stanno imparando a convivere. Per esempio stanno imparando a decontaminare le loro città e i loro campi. Stanno costruendo laboratori di ‘citizen science’ per controllare il loro cibo e monitorare i livelli di radiazioni. Compilano archivi e organizzano viaggi a Chernobyl per imparare da chi vive in altre zone di esclusione nucleare.
Ai Kimura è la direttrice di un Laboratorio, molto attrezzato e mantenuto soprattutto grazie a donazioni, per monitorare in modo indipendente la presenza di sostanze radioattive in campioni di acqua e di suolo nel cibo e nei dintorni di scuole e parchi.
“Ci sentiamo traditi”, afferma Tadaaki Sawada, portavoce della Federazione delle Associazioni Cooperative della Pesca di Iwaki. “Il governo aveva promesso di consultarci. Avevano altre opzioni oltre a scaricare l’acqua nell’oceano, ma hanno continuato a farlo comunque”. Non possiamo più vendere il nostro pesce come facevamo prima. Finché il danno persiste, vogliamo essere risarciti”.
Tomoko Kobayashi sta mostrando l’asilo che frequentava da bambina. Con l’orologio fermo e i banchi dei bambini esattamente come erano l’11 marzo 2011, l’asilo si è conservato come memoriale del terremoto del Tohoku. Prima di riaprire la locanda tradizionale che gestiva prima del disastro, Tomoko (insieme a Takenori, suo marito) hanno radunato volontari da tutto il Giappone. Hanno pulito tutto e filtrato l’aria. Hanno aperto un laboratorio per testare le radiazioni del loro cibo, e poi a testare il cibo per tutti a Fukushima.
Ryoichi Sato, coltivatore di riso di nona generazione in una valle vicino a Fukushima Daiichi, ha avuto un’ottima annata nel 2025. Le risaie della sua valle non sono state gravemente colpite dal cesio. Dopo un’aratura profonda e l’applicazione di zeolite, potassio e abbondante materiale organico, Sato è tornato a coltivare riso e a venderlo commercialmente nel 2017. Tuttavia stima che il raccolto di riso a Fukushima sia solo il 60% di quello precedente.
Anche Haruo Ono ha avuto un anno positivo. Ha un nuovo peschereccio di 15 metri, che parte dal porto di Shinchi, il porto più settentrionale di Fukushima. L’anno scorso il pescato è stato buono, ma Ono è ancora arrabbiato per il disastro di Fukushima. Parla con amarezza, quasi urlando di frustrazione, dello scarico di acqua radioattiva nell’oceano da parte della Tepco. “Lo stanno trattando come una fogna”, dice.
La “querelante n. 8” è una giovane donna affetta da cancro alla tiroide che ha intentato una causa contro la Tepco, chiedendo il risarcimento dei danni per l’esposizione alle radiazioni subite durante l’infanzia. La querelante n. 8 è il nome con cui viene identificata: deve rimanere anonima a causa delle minacce rivolte alle persone di Fukushima, in particolare alle donne malate di cancro, considerate personalmente pericolose e politicamente dannose per la reputazione del Giappone. Il cancro alla tiroide era raro nella prefettura di Fukushima, con un caso su un milione. Dopo cinque cicli di screening, il tasso di incidenza è ora di 400 casi su 380.000 persone, 1.000 volte superiore a quello precedente al disastro.
Nonostante i problemi non risolti e la persistente opposizione di molti giapponesi, secondo il governo in carica la sicurezza energetica deve essere considerata al pari della sicurezza militare: la risposta è l’energia nucleare, presentata come una fonte stabile e relativamente indipendente dalle turbolenze politico-economiche esterne.
Fonte: Centro Studi Sereno Regis
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Articolo tratto interamente da Centro Studi Sereno Regis
Photo credit Digital Globe, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons








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