Articolo da Rizomatica
Questa ragione di vivere: vincere.
Victor Serge
da “Memorie di un rivoluzionario”
Ebbene sì, siamo ripiombati nel fascismo! E il fascismo, braccio politico dell’imperialismo, produce la guerra, il genocidio, la distruzione. Ma ciò che è ancor più grave e preoccupante in questo terrificante presente è la totale assenza di una prospettiva strategica di classe, in grado di porre la rivoluzione necessaria come obbiettivo concreto, perseguibile e perseguito. I livelli di atomizzazione a cui è stata spinta la società, attraverso la manipolazione algoritmica profonda, sono senza precedenti e le lotte, lungi dal convergere, si fanno sempre più frammentate e isolate, tra loro e in seno alla società. Le classi subalterne sono talmente soggiogate, da vecchie e nuove forme di controllo e di oppressione, da non essere in grado di sviluppare un pensiero critico autonomo, restando così prive degli strumenti necessari a produrre autocoscienza e spinta rivoluzionaria e, ancor più, capacità di autorganizzazione collettiva.
Tanto il concetto di guerra (in atto) quanto quello di rivoluzione (necessaria) sono stati completamente rimossi dal quadro del pensiero politico anticapitalista, con il risultato che non solo ci troviamo del tutto impotenti rispetto alla devastante realtà di fascismo e guerra che ci circonda, ma anche privi di una prospettiva di riscossa, di liberazione. Al di là della critica delle forme della politica, che ho cercato di sviluppare negli articoli che ho scritto per Rizomatica, e della proposta di un nuovo metodo politico fondato sulla democrazia diretta informatizzata, l’impasse, in cui si vede intrappolato il molteplice e disperso mondo anticapitalista, ha radici profonde. Radici direttamente connesse con la particolare linea di pensiero che, secondo le recenti tesi di Maurizio Lazzarato, a partire da Foucault e dalla sua analisi del neoliberalismo, basata sul concetto di biopolitica, è stata fatta propria dal mondo antagonista in tutto l’Occidente.
Nel tentativo, sempre velleitario – come deve essere ogni prospettiva rivoluzionaria – di rintracciare le carenze del pensiero critico occidentale, successivo al grande momento di rottura rappresentato dal 1968 e di rimettere al centro le nozioni di «guerra», come elemento strutturale del sistema capitalistico, e di «rivoluzione», come necessaria via di uscita dalla catastrofe verso la quale lo stato presente di cose ci sta precipitando e come avvio della costituzione di una società auspicabile, farò riferimento a un autore che, nella sua recente opera, mostra di avere un quadro analitico sufficientemente chiaro e condivisibile insieme a un barlume di prospettiva strategica: il già citato Maurizio Lazzarato.
Per meglio illustrare i nessi e i passaggi logici che utilizzerò in questo articolo, per dimostrare la necessità di attingere a prospettive critiche tralasciate dai movimenti e dal pensiero critico e tuttavia indispensabili a ricollocare la guerra, così come la rivoluzione, all’interno del quadro teorico interpretativo del sistema capitalistico, svolgerò un breve excursus storico nel tentativo di mettere in relazione le origini del capitalismo con l’attuale contesto politico, fortemente caratterizzato, sotto tutte le prospettive, da un evidente crinale paradigmatico.
Capitalismo
Il capitalismo è mutevole fin dalla sua origine. Più esattamente, le sue forme fenomeniche sono storicamente determinate. Se assumiamo che il suo significato è quello di un sistema economico basato sulla centralità del capitale e sul regime giuridico privatistico, il mercantilismo può correttamente definirsi come una prima forma di capitalismo, come un capitalismo di ventura. Fernand Braudel1 ne individua la vigenza in ambito europeo, dal XIV al XVIII secolo, un tempo particolarmente lungo, circa quattro secoli, durante il quale “nelle comunicazioni si assiste al trionfo dell’acqua e della nave, mentre le distese continentali rappresentano un ostacolo, una ragione di inferiorità.”
Con il progresso delle scoperte scientifiche e il conseguente sviluppo di nuove tecniche, tecnologie e macchinari, a partire dall’Inghilterra della seconda metà del XVIII secolo, si affermò in Europa, per poi raggiungere l’America del nord, la Rivoluzione industriale. In Occidente il capitalismo mutò pelle, trasformando la sua natura da mercantile a industriale: il profitto dell’imprenditore non proveniva più dai margini di guadagno derivanti dal processo commerciale che scambiava denaro con merci e queste a sua volta con altro denaro, sfruttando la differenza dei prezzi locali, ma dall’appropriazione del pluslavoro degli operai, in forma di plusvalore.
A partire dagli anni ’80 del secolo scorso, sotto la spinta di un’altra rivoluzione tecnologica, la Rivoluzione digitale, il capitalismo ha subito un’ulteriore profondissima trasformazione, da industriale a cognitivo2. Con questa trasformazione, a essere messo in produzione non è più tanto il corpo del lavoratore, la sua forza fisica, la sua motilità corporea, ma la sua mente, le sue capacità linguistiche, comunicative, affettive, cognitive in genere. Questa nuova fase del capitalismo occidentale è stata inizialmente indicata con il termine postfordismo, come “ciò che emerge dopo il fordismo”, a indicare l’assetto produttivo di beni materiali derivante dalla massiccia automazione della catena di montaggio, con la sostituzione pressoché integrale del lavoro operaio con quello di robot e la tendenziale riduzione dell’attività umana a funzioni di mero controllo e supervisione del ciclo produttivo.
L’automazione della produzione dei beni fisici e la contestuale, crescente smaterializzazione della produzione (dove il valore dei beni immateriali, cioè dei servizi in senso ampio – dall’industria dell’intrattenimento ai sistemi sanitari, dal turismo alla scuola e all’università – ha da tempo superato quello della produzione industriale), hanno visto il passaggio del controllo capitalistico dal corpo alla mente del lavoratore. Mentre nella tradizionale produzione industriale il rapporto tra capitale e lavoro era di natura conflittuale e le due componenti costituivano delle reciproche controparti, la produzione immateriale richiede la piena adesione del lavoratore ai fini d’impresa; esso è cooptato nelle funzioni di controllo, direzione e comando dell’impresa che lo spingono verso una pressoché totale autonomia operativa e nel contempo a una auto-responsabilizzazione rispetto ai risultati. La cooperazione sociale, con il suo immenso patrimonio naturale rappresentato dal general intellect, rimpiazza così le funzioni di organizzazione della produzione proprie dell’imprenditore-capitalista, poi del manager, con l’ulteriore accentuazione della loro natura parassitaria. Questo cruciale passaggio dal sistema fordista a quello postfordista è stato accompagnato da un pervasivo processo di finanziarizzazione dell’economia, che ha reso possibile la deterritorializzazione del capitale, la sua tendenziale globalizzazione3. Ciò a sua volta ha determinato un’enorme concentrazione dei flussi di rendita e profitto con l’annientamento del tessuto produttivo basato su piccole e medie aziende (con effetti particolarmente gravi in un paese come l’Italia il cui tessuto produttivo è da sempre caratterizzato da aziende di piccole e medie dimensioni) a favore di imprese multinazionali, quasi tutte statunitensi, a forte impronta monopolistica.
A partire dai primi anni del nuovo millennio, con la nascita nel 2005 del così detto web 2.0, internet subisce una radicale trasformazione, passando a essere da strumento unilaterale (l’informazione va dal sito all’utente) a interattivo (scambio incessante di informazione sito-utente, utente-sito). È sulla base di questa innovazione tecnologica che nascono le piattaforme digitali, stack informatici di tipo interattivo dove, su di una base informatica dall’architettura definita dai loro proprietari, si trovano a operare gli utenti (users) che, in tal modo divengono prosumers cioè, allo stesso tempo, produttori e consumatori di informazione. Sulla natura insieme volontaria e gratuita di questa attività di produzione in rete ha scritto Tiziana Terranova nel suo Free Labor: Producing Culture for the Digital Economy che ho già avuto modo di richiamare in altre occasioni nei miei precedenti articoli usciti su questa rivista.
Nel capitalismo delle piattaforme, il lavoro volontario e gratuito di miliardi di utenti produce i contenuti dei vari social network che si contendono l’attenzione e l’azione (produttiva) degli utenti della rete a scopi di profilazione e vendita di inserzioni pubblicitarie. Sulla base di questo immenso, automatizzato lavoro di tracciamento, sono prodotti i così detti big data, vale a dire enormi banche di dati tanto massivi quanto personali: se da un lato è saliente il dato statistico generale (la percentuale di gradimento di un certo bene, per esempio), tecnicamente definiti dati aggregati, è altrettanto rilevante l’identità associata a ogni specifico dato, cosicché sia possibile inviare messaggi pubblicitari personalizzati ai singoli utenti della rete. I dati in sé divengono una risorsa economica che viene estratta, raffinata (trasformazione del dato grezzo in dato aggregato) e scambiata sul mercato.
Ovviamente, l’aspetto economico connesso alla sistematica raccolta dei dati prodotti (con la diffusione capillare dello smartphone anche nei paesi più poveri) dalla quasi totalità della popolazione mondiale, è quello che, pur di non immediata evidenza, è di dominio pubblico e può essere studiato da ricercatori ed economisti. Ma è il libero e sistematico accesso, in tempo reale, a questa enorme disponibilità di dati da parte degli apparati militari e polizieschi di Stato che più impatta in termini politici, per le sue funzioni di controllo e repressione sociale, anche preventive.
Un ulteriore, decisivo, salto qualitativo nella natura del capitalismo si ha con la recente massificazione dell’uso di quella che viene definita, con un’enorme forzatura epistemica, Intelligenza artificiale. Come considerazione preliminare vi è infatti da dire che l’AI non ha proprio nulla dell’intelligenza animale, di cui fa parte quella umana, fondata sull’inferenza logico-deduttiva, cioè sulla pregnanza. L’AI non è altro che una elaborazione di natura statistica, in tempo pressoché reale, di enormi masse di dati (i così detti LLM Large Language Model) attraverso cui è possibile estrapolare apparenti risposte ai quesiti e/o ai compiti che le si pone. La natura del suo funzionamento non è la pregnanza bensì la salienza (Paolo Vignola – intervento al Seminario “Baite filosofiche” di Lecco).
Sull’onda di questo stravolgimento del concetto di intelligenza, in un articolo ormai celebre uscito su Wired nel lontano 2008 con il titolo The End of Theory: The Data Deluge Makes the Scientific Method Obsolete, Chris Anderson, allora caporedattore della nota rivista di informatica, annunciava in toni entusiastici che, per effetto del progressivo sviluppo della capacità di calcolo e della crescente mole di dati disponibili, lo stesso metodo scientifico, basato sulla formulazione di teorie la cui validità andava comprovata in forma sperimentale, poteva dirsi ormai obsoleto: non è più necessario affinare una teoria per spiegare i fenomeni del mondo, è sufficiente osservarli in modo massivo ricavandone dei modelli (modellazione matematica). Al metodo della teorizzazione può così essere sostituito quello della modellazione. Si possono solo vagamente immaginare, specialmente in termini di prospettiva, le enormi implicazioni che questa trasformazione è in grado di produrre, con il tendenziale abbandono non solo del concetto di scienza e del suo assetto epistemologico ma dello stesso apparato gnoseologico e, con essi, del metodico esercizio dell’intelligenza umana, che ha caratterizzato sino a oggi l’evoluzione della nostra specie fin dalle sue origini, e lo stesso dato esistenziale.
I primi evidenti segni di questa profondissima trasformazione antropologica sono identificati da Bernard Stiegler attraverso il concetto di proletarizzazione dei saperi4, dove l’articolata e complessa attività di progettazione di oggetti, strumenti, programmi, che implicava lo sviluppo di specifiche professionalità e rispettive scuole, è resa superflua dalla capacità di modellazione propria dell’AI.
Tutte le trasformazioni tecnologiche hanno portato e portano a un aumento della produttività, anzi esse sono state introdotte a questo specifico scopo. Tale incremento, attraverso l’azione politica neoliberalista, è stato interamente appropriato dal capitale; nulla è stato redistribuito alla società sotto forma di riduzione generalizzata del tempo di lavoro, disattendendo così in modo clamoroso e totale le previsioni che uno dei più importanti economisti del secolo scorso, John Maynard Keynes, aveva formulato nel suo Prospettive economiche per i nostri nipoti5. Attribuire per questo ingenuità politica a Keynes non ha molto senso dal punto di vista storico ma questo suo clamoroso errore di previsione certamente evidenzia come l’economista teorico dello stato sociale avesse una considerazione sostanzialmente positiva del capitalismo, ritenendolo un sistema in grado di autoemendarsi. Meglio, è forse proprio nella capacità della Politica di perseguire l’interesse collettivo, anche attraverso la civilizzazione del capitalismo rispetto alla sua forma più primitiva e selvaggia, che Keynes riponeva la sua fiducia. Il secolo di avvenimenti che ci separa da quell’ottimistica previsione dimostra in modo inequivocabile quanto Keynes si sbagliasse sulla natura politica del capitalismo e sul carattere della politica in regime capitalistico: sono questa natura e questo carattere, infatti, ad aver storicamente forgiato le concrete forme economiche, sociali, giuridiche del capitalismo stesso.

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