menù

venerdì 6 marzo 2026

Il peso del silenzio



Articolo da Internazionale

Questo articolo è parte della campagna Unite a cui hanno aderito scrittrici e giornaliste italiane per denunciare la violenza di genere e nominarla.

Faccio parte di quell’esercito di ragazze maltrattate che rompono il silenzio. Potete rintracciarmi, minacciarmi, insultarmi. Non cambierà niente. Abbatteremo il muro”.-Virginie Despentes

Il mio primo lavoro retribuito è stato quello di hostess nei supermercati o nelle discoteche. Le uniche caratteristiche richieste erano l’altezza e la taglia. La divisa consisteva in un tubino d’argento e tacchi alti. Si trattava semplicemente di distribuire gadget e si guadagnava bene. Lo svantaggio era quello di sentirsi un po’ come animali del circo, esposti a qualsiasi tipo di commento.

Poi feci altri lavoretti, la cameriera, la modella per l’Ipercoop, lavorai insieme a un gruppo di amici alla fiera dell’erotismo di Pescara, si chiamava “Erotica”. Dopo i primi giorni in cui lavorammo tutti al montaggio degli stand, a me era stato assegnato il punto informazioni. Seduta all’interno di un gabbiotto, me ne stavo tutto il giorno lì dentro, alla mercé di mandrie di avventori, principalmente maschi, che fingevano di chiedere informazioni o peggio mi chiedevano prestazioni sessuali, a volte scambiandomi pretestuosamente per una delle meravigliose pornostar che il festival ospitava. Era il 1995 e all’epoca non sapevamo cosa fosse il catcalling o la molestia verbale. La fiera fallì, nessuno venne pagato.

Sarà per questo – mi chiedo – che ho sempre avuto un pessimo rapporto con il lavoro da dipendente? Che ho sviluppato una tendenza a instaurare rapporti malsani, asimmetrici, tra silenti sottomissioni e rapidi disamoramenti? Per un lungo lasso di tempo devo aver esercitato un certo magnetismo sugli approfittatori, i manipolatori, i narcisisti camuffati da intellettuali, personaggi diffusissimi nel mondo dell’editoria.

Sul finire del millennio ero una giovane e volonterosa redattrice arrivata a Roma dalla provincia emiliana. Dopo uno stage non pagato di sei mesi per una piccola casa editrice emergente, andai a lavorare per un altro editore indipendente. “Candy Candy, mi spiace non poterti pagare”, mi disse dopo due mesi che lavoravo senza stipendio, “ma sai come mi sono fatto la barba stamattina? Al lume di candela. E sai perché? Perché non ho i soldi per pagare la bolletta della luce, come pensi che potrei pagare te?”.

A 25 anni ne dimostravo ancora meno e, ripensandoci ora, dovevo avere un’aria distrattamente candida. Detestavo che quell’uomo si rivolgesse a me in quel modo (“Candy Candy”), ma ogni volta mi paralizzavo e non riuscivo a ribellarmi.

Dopo tre mesi, me ne andai.  

Il problema non erano solo il modo in cui mi parlava, i mancati pagamenti, l’ipocrisia. Il problema era il potere, il potere e la vergogna. Per quanto mi riguardava, parafrasando Gisèle Pelicot, la vergogna non aveva ancora cambiato lato.

Tuttavia, è stata la mia esperienza successiva che ha segnato tutta la mia vita lavorativa. Già dal primo colloquio con il mio nuovo datore di lavoro, avrei dovuto capire che qualcosa non andava, avevo 26 anni e lui molti più di me, ma mi disse subito di dargli del tu, come si usava in Inghilterra, dove aveva a lungo lavorato, poi mi lasciò il suo cellulare dicendo di chiamarlo.

Mi chiamò lui, qualche giorno dopo, durante il fine settimana, e mi disse che potevo cominciare a lavorare subito. Aveva un tono di voce che oggi definirei lascivo, inopportunamente confidenziale. Quei primi giorni furono assurdi: tutto quello che dicevo era oro colato e lui mi ascoltava imbambolato come fossi la madonna. Mi imbarazzava tantissimo questo atteggiamento, ma nessuna delle colleghe sembrava davvero stupita: evidentemente era un sistematico love bombing che metteva in pratica con le nuove arrivate.

Dopo qualche mese di lavoro decise che sarei dovuta andare a Francoforte, alla fiera del libro, insieme al direttore editoriale e altri colleghi. Tra tutte le redattrici e i redattori scelse me, non potevo rifiutare.

Oggi mi chiedo perché nessuna delle colleghe più grandi mi abbia messo in guardia. Forse erano comprensibilmente infuriate perché meritavano assai più di me di partire.

 Una bolla di autonomia

Arrivati in Germania, la prima sera lui si ubriacò e mi saltò addosso nel sottoscala dell’appartamento che avevamo preso in affitto. Ricordo di aver sentito su di me il peso di un grosso elefante scoordinato mentre lo respingevo. Ero paralizzata. La mattina dopo arrivarono delle scuse premurose, “Perdonami ho bevuto troppo, non so cosa mi ha preso”.

Io non avevo chiuso occhio né avevo raccontato a nessuno l’accaduto, chiusa in una vergogna devastante. Non riuscivo più a capire se fossi brava nel mio lavoro o meno, se in effetti ero lì perché lui voleva davvero formarmi come futura editor o invece gli interessava altro. Con l’autostima sotto i piedi, passai quei giorni di fiera in uno stato di trance.

Tornati al lavoro, lui continuò a essere per un po’ disponibile e in ascolto, fino a quando dopo qualche mese, non lo fu più e divenne maltrattante, crudele. Piangevo tutti i giorni, lavoravo, tornavo a casa e piangevo. Era impossibile continuare così, ogni mia idea, ogni mia proposta editoriale veniva respinta. Andò avanti così per un po’. Poi, con grande disappunto dei miei familiari, poco prima del mio trentesimo compleanno, mi licenziai e partii per una traversata in barca di due mesi.  

Continua la lettura su Internazionale

Fonte: Internazionale

Autore: 


Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale.


Articolo tratto interamente da Internazionale  


Nessun commento:

Posta un commento

I commenti sono in moderazione e sono pubblicati prima possibile. Si prega di non inserire collegamenti attivi, altrimenti saranno eliminati. L'opinione dei lettori è l'anima dei blog e ringrazio tutti per la partecipazione. Vi ricordo, prima di lasciare qualche commento, di leggere attentamente la privacy policy. Ricordatevi che lasciando un commento nel modulo, il vostro username resterà inserito nella pagina web e sarà cliccabile, inoltre potrà portare al vostro profilo a seconda della impostazione che si è scelta.