menù

sabato 3 ottobre 2026

Nel 2025, l'oceano ha assorbito un calore equivalente a 40 volte l'energia consumata da tutta l'umanità



Articolo da Climática

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su Climática

Il nuovo rapporto Copernicus dipinge un quadro critico che si estende dalla Spagna all'Antartide, con un oceano sempre più acido, un innalzamento record del livello del mare e una biodiversità spinta al limite, dai coralli tropicali ai pinguini imperatore. 

Gli oceani del mondo si stanno trasformando a un ritmo vertiginoso, lasciando le comunità costiere e i fragili ecosistemi marini in prima linea nella crisi climatica. È l'avvertimento lanciato dalla decima edizione del Rapporto Copernicus sullo Stato degli Oceani (OSR10), redatto da Mercator Ocean International e pubblicato questo mercoledì dal Servizio Marino Copernicus. Grazie al contributo di oltre 600 specialisti e alla collaborazione di decine di organizzazioni scientifiche provenienti da decine di paesi, i dati raccolti dimostrano che le alterazioni della fisica e della biologia oceanica si stanno diffondendo a una velocità senza precedenti.

Calore senza precedenti e acque sempre più acide  

Nell'ultimo decennio, i principali indicatori della salute degli oceani hanno costantemente raggiunto livelli record. L'oceano, che funge da grande termostato terrestre, ha assorbito circa il 90% del calore in eccesso generato dalle attività umane. Inoltre, il tasso di questo riscaldamento è raddoppiato negli ultimi due decenni di calore in eccesso , raggiungendo temperature superficiali globali record tra il 2023 e il 2026. Nel 2025, l'oceano ha assorbito la cifra record di 23 zettajoule , equivalenti a quasi 40 volte tutta l'energia consumata dall'umanità in quell'anno. 

L'86% degli oceani del mondo sta già subendo gli effetti delle ondate di calore marine.

Questa massiccia immissione di energia termica sta accelerando l'innalzamento del livello globale del mare. Tra il 1999 e il 2025, il livello medio del mare è aumentato a un tasso di 3,8 mm all'anno, ma tra il 2012 e il 2025 tale tasso è schizzato a 4,2 mm all'anno . Contemporaneamente, l'assorbimento dell'eccesso di anidride carbonica atmosferica ha causato un aumento dell'acidità oceanica del 17% nel 2025 rispetto al 1985, minacciando la struttura stessa delle reti trofiche marine.

L'Europa, epicentro di eventi meteorologici estremi  

Il riscaldamento globale sta provocando ondate di calore e tempeste marine sempre più intense e distruttive . Nel 2024, il Mar Mediterraneo e il Mar Nero hanno registrato ondate di calore marine che hanno battuto tutti i record precedenti. Alcuni di questi episodi sono durati più di 30 giorni, registrando anomalie di temperatura che hanno superato i valori medi di 4,6 °C. 

L'intensità delle ondate di calore marine è raddoppiata nell'ultimo decennio e l'area interessata nel Mediterraneo è quasi quintuplicata . Analizzando i dati complessivi, i ricercatori hanno scoperto che queste ondate di calore non si limitano alla superficie, ma penetrano fino a 40 metri di profondità, rivelando un calore nascosto che minaccia silenziosamente gli ecosistemi.

Nel frattempo, l'Atlantico settentrionale e il Mar Cantabrico hanno subito intense ondate di calore nel Golfo di Biscaglia durante l'estate del 2026, con ripercussioni sull'ecosistema marino a seguito di un'impennata delle popolazioni di acciughe . Nell'Adriatico settentrionale, tempeste estreme come la tempesta Boris hanno causato un massiccio deflusso di acqua dolce nell'autunno del 2024, riducendo drasticamente la salinità superficiale da 35 a meno di 15 g/kg . Analogamente, nel novembre 2024, una tempesta estrema ha provocato un abbassamento del livello del mare nel Golfo di Botnia (Mar Baltico) di 153 cm , paralizzando il traffico dei traghetti per 18 ore.

In Spagna , l'impatto delle tempeste, intensificate dalle acque calde, si è fatto sentire in modo più grave nel febbraio 2024 con l'arrivo della tempesta Louis . Questo sistema ha generato onde superiori agli otto metri, ha causato un morto e gravi interruzioni di corrente, costringendo alla sospensione delle attività nei porti di Langosteira e Tarragona.

I poli e gli stati insulari

Nell'Artico, la temperatura della superficie del mare è aumentata di 4,2 °C negli ultimi 40 anni , mentre la copertura glaciale si sta riducendo a un ritmo del 4% per decennio. Questo scioglimento sta esponendo le coste polari, rendendo il 60% delle infrastrutture costiere artiche vulnerabili all'erosione. Nel Mare di Barents, il processo di "atlanticizzazione" ha subito una temporanea interruzione della desalinizzazione tra il 2016 e il 2022 a causa dell'afflusso di ghiaccio e acqua dolce.

Al polo opposto, l'Antartide ha registrato un minimo storico di ghiaccio marino nel 2022, in concomitanza con un fallimento riproduttivo di massa senza precedenti nelle colonie di pinguini imperatore , un chiaro monito su come la perdita di habitat stia distruggendo la fauna selvatica dipendente dal ghiaccio.

Più vicini all'equatore, i piccoli Stati insulari in via di sviluppo (SIDS) si trovano ad affrontare una vulnerabilità esistenziale. Dal 1999, il 65% delle loro zone economiche esclusive è stato direttamente esposto all'accelerazione dell'innalzamento del livello del mare. Quasi il 28% delle loro acque ospita barriere coralline minacciate o in pericolo critico di estinzione: ecosistemi vitali che mitigano l'impatto delle onde e sostengono intere economie. La perdita di questi coralli moltiplica i rischi di inondazioni costiere e di instabilità alimentare ed economica, poiché in alcuni di questi Paesi le barriere coralline rappresentano oltre il 20% del PIL.

Dai dati all'azione per il clima.  

Nonostante la gravità della diagnosi, il rapporto sottolinea il potere della scienza per l'adattamento . Pierre Bahurel , CEO di Mercator Ocean International, sottolinea che "l'oceano si sta trasformando sotto i nostri occhi", rendendo essenziale convertire i dati spaziali in "intelligenza oceanica" che consenta ai governi di anticipare i disastri. Da parte sua, il Commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, Andrius Kubilius , ha evidenziato il ruolo strategico del programma Copernicus e di iniziative come OceanEye nel rafforzare la resilienza e nel sostenere il futuro Ocean Act . European Union

Continua la lettura su Climática

Fonte: Climática

Autore: Eduardo Robaina

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Condividi allo stesso modo 3.0 Unported.

Articolo tratto interamente da Climática


Lampedusa 3 ottobre 2013- 3 ottobre 2026, per non dimenticare



Articolo da Associazione Diritti e Frontiere – ADIF

Le politiche migratorie rimangono ovunque al centro delle dibattito pubblico ed influenzano in modo determinante, in quasi tutti i paesi del mondo, il consenso elettorale, con l’avanzata di partiti e movimenti chiaramente ispirati a ideologie razziste, xenofobe, suprematiste e comunque discriminatorie. Anche quando questi partiti non prevalgono gli elettorati rimangono divisi con un minimo scarto su posizioni inconciliabili, e le destre più estreme, riescono comunque a condizionare le scelte di governo e la narrazione comune. Parole di rifiuto come i “porti chiusi” o la “difesa dei confini” diventano termini legislativi, formule giuridiche, che codificano l’abbandono in mare ed esprimono soltanto la disumanizzazione del diverso, conseguenza delle esigenze dei politici che ne fanno uso per conquistare consenso elettorale attraverso provvedimenti emergenziali, come i decreti legge. Si ricorre a definizioni stereotipate, come quelle di “paesi di origine sicuri” o di esternalizzazione delle frontiere, piuttosto che di “return hub” per i rimpatri, che non sono rimpatri nel paese di origine, o di “finzione di non ingresso”, con riferimento ai “richiedenti asilo”, comunque presenti sul territorio nazionale. Si tratta di definizioni che non fanno parte soltanto del gergo politico, ma ricorrono anche nella legislazione europea, e che poi vengono riprese a livello nazionale, spesso a mero scopo di propaganda, con distorsioni evidenti nelle prassi applicate, rispetto alle finalità enunciate solennemente nelle sedi istituzionali.

L’ultimo termine di rifiutoche si è diffuso, soprattutto attraverso un uso massivo dei canali telematici, la remigrazione, rimane ancora opaco nei suoi effettivi contenuti, rivolgendosi ora agli immigrati irregolari o con precedenti penali, altre volte anche ad immigrati regolarmente residenti, o addirittura cittadini italiani, ma che avrebbero culture e stili di vita diversi da quelli attribuiti al “popolo italiano”. In realtà la remigrazione non sembra mirare ad espulsioni forzate di massa, che nessun governo potrebbe garantire, ma si traduce già oggi in prassi amministrative ed in leggi nazionali che mirano a dissuadere la ulteriore presenza nel territorio, anche nei confronti di persone che hanno ottenuto un legittimo status di soggiorno per ragioni di protezione e di interi nuclei familiari, compresi anche i minori. L’ultimo imbroglio normativo, legittimato dall’Unione europea con i nuovi Regolamenti, sta nel rilancio delle politiche di rimpatrio forzato e delle prassi di detenzione amministrativa nei CPR, con la esternalizzazione verso paesi terzi delle procedure di accompagnamento forzato nei paesi di origine. Il fallimentare modello Albania viene spacciato per un esempio positivo dei cd. Hub di rimpatrio nei paesi terzi, che nella previsione del nuovo regolamento europeo sui rimpatri sono cosa affatto diversa. Le procedure accelerate di frontiera, la stessa moltiplicazione delle aree di frontiera, sull’intero teritorio nazionale, ed i rimpatri semplificati per chi arriva da paesi nei quali non ci sarebbero in corso conflitti o violazioni dei diritti umani, sono utilizzati addirittura per applicare la finzione di non ingresso e considerare come non presenti sul territorio nazionale, persone che già hanno varcato la frontiera e che vengono mantenute in un limbo giuridico impenetrabile. La categoria di “paese sicuro”, viene così a cancellare di fatto il diritto di asilo.

Sulle paure create sulla presenza di cittadini stranieri immigrati, con il facile ricorso a singoli episodi di cronaca, si continua a costruire una sorta di colpa collettiva delle persone straniere a vario titolo presenti in Italia, che vengono definite semplicemente come “migranti”, anche se sono insediate da tempo nel nostro paese, una criminalizzazione di massa che affiora anche nella produzione legislativa e quindi nella successiva applicazione della legge per via amministrativa. Da un coacervo di disposizioni che giorno dopo giorno cancellano diritti fondamentali come il diritto di asilo o i diritti di difesa, si ricava una narrazione dominante, esaltata dagli strumenti invisibili della intelligenza artificiale, che non viene neppure scalfita dalle pronunce della giurisprudenza, che in molti casi riconduce la normativa interna e le prassi applicate ai principi costituzionali ed ai valori fondanti su cui si basano le convenzioni internazionali e il diritto dell’Unione europea. Ma proprio per questa ragione dilagano gli attacchi alla magistratura e si cerca in tutti i modi di ridurne l’indipendenza.

Come si è potuti arrivare ad una situazione nella quale la notizia falsa o distorta, diffusa con capillari operazioni di disinformazione, prevale sulla verità di fatto, quella che tutti potrebbero verificare quotidianamente, e sui principi di diritto accertati in un procedimento giudiziario? Quanto succede oggi non è un accidente imprevisto ma è conseguenza del ricorso sistematico ad una terminologia giuridica che nel corso degli anni è stata prodotta dalle politiche alimentate dal mantra della sicurezza e della difesa dei confini scapito dei diritti fondamentali della persona. Con una contrapposizione tra diritti umani e diritti sociali che è servita a legittimare una vera e propria guerra tra poveri, oltre che a funzionare come arma totale di distrazione di massa, come si è verificato ad esempio sul cd. “modello Albania”, con i centri di detenzione amministrativa ubicati in territorio albanese ma sotto giurisdizione (anche) italiana. Già dopo la legge Turco-Napolitano 40/1998 si vagheggiava di centri di detenzione per stranieri irregolari in transito da aprire in Tunisia con il supporto italiano, ed allo stesso modello di esternalizzazione si ispirava il Trattato di amicizia stipulato con la Libia nel 2008, ed il più recente Memorandum d’intesa del 2017 con il governo di Tripoli, per non parlare dell’infame protocollo d’intesa con il Sudan, stipulato nel 2016, che permise di riconsegnare decine di richiedenti asilo ad un criminale di guerra come il generale Bashir, allora capo di quel paese.

Continua la lettura su Associazione Diritti e Frontiere – ADIF

Fonte: Associazione Diritti e Frontiere – ADIF

Autore:


Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale.


Articolo tratto interamente da
Associazione Diritti e Frontiere – ADIF


Lavorare per permettersi di lavorare




Articolo da Abattoir

Ogni mattina in Africa, come sorge il sole, una gazzella si sveglia e sa che…

– Alias –

Ogni mattina in Sicilia, come sorge il sole, io mi sveglio e so che dovrò correre a fare 20 euro di benzina.

Anticipo i consigli ambientalisti dicendovi che – ops! – vivo in campagna, a 32 km dalla città ove lavoro e a svariati km di strade (non buie e dissestate, ma quasi) da ogni mezzo pubblico, che comunque passa ogni non si sa quando.

Mettendo per un attimo da parte la cosa più importante che dovremmo avere sotto gli occhi ad ogni “pompa di rapina” (ovvero che quel prezzo esorbitante è tale perché Altrove c’è gente che muore…), il focus non vuole qui essere sulla guerra, ma sul fatto che noi – coppia fatta da un dipendente e da un libero professionista + pargolo – facciamo oramai una gran fatica a mettere qualcosa da parte, laddove fino a 3 anni fa riuscivo a risparmiare circa 1000 euro al mese, salvo emergenze. Adesso tutto costa di più e andare a lavoro per guadagnare ciò che serve per fronteggiare le spese è diventato appunto una rapina quotidiana, ché quasi a volte mi chiedo perché andare a lavoro, se non convenga smettere di guadagnare, e quindi anche di spendere tra trasporti e tasse.

Spendiamo infatti in media 150 euro di diesel a settimana, se ci sono emergenze spiacevoli o piacevoli (ad es. gite) anche di più. E mentre tutto sembra normalizzato, io mi sforzo di non dimenticare che, circa 5 anni fa, in un ard discount con 35 euro avevo il carrello pieno di circa 10 giorni di spesa ordinaria; la settimana scorsa, invece, per 7 giorni di cibarie (carni escluse e pargolo a mezza porzione) ho speso circa 60 euro all’eurospin. Considerate anche che lavoriamo entrambi e che, quindi, per pagarci da vivere dobbiamo avere una tata per Noah, con la quale ci sentiamo fortunati, ma per la quale a breve arriveremo a spendere circa 650 euro al mese. Ci sono poi tutte le spese da farmacia, almeno 100 euro a settimana tra tutte le mie camurrie (molte stress-correlate) e poi ovviamente per Noah. Non stiamo considerando le bollette, le tasse (quest’anno siamo a più di 6000 euro tra enpap, agenzia entrate, tari, imu, bollo, assicurazione auto, caf e commercialista) e utenze, il pediatra – privato poiché quelli pubblici che abbiamo a disposizione (siamo già al secondo cambiamento) sono da buttare nell’immondizia per incompetenza -, i detersivi, i rari svaghi, il “lusso” di avere due animali, etc… Considerate che non ci compriamo quasi mai vestiti o cose particolari per la casa. Sulle visite mediche vorrei soprassedere e considerarle eventi stra-ordinari, ma a 43 anni per me non è più così e capita al mese, tra esami strumentali, visite di routine e non, fisioterapie et similia, di spendere anche fino a 300 euro… di mafia… poiché io vorrei tanto pagare il ticket al mio SSN, se non fosse che, ogni volta che ci provo, mi indicano una data nel 2027!!!

Quindi:
150 x 4 = 600 euro +
60 x 4 = 240 euro +
650 euro +
100 x 4 = 400 euro

= 1440 euro circa di spese di base, in media. Escluse OVVIAMENTE manutenzioni, spese mediche, spese ordinarie e straordinarie per auto, per casa e per il bambino, vestiari, regalie, rotture, tasse e bollette.

Io vorrei che potessimo renderci conto che una famiglia monoreddito, magari il cui monoreddito è da normale lavoratore dipendente (circa 1200 euro al mese), non ha così come campare. O sto facendo male i conti?

Continua la lettura su Abattoir

Fonte: Abattoir


Articolo tratto interamente da
Abattoir

Immagine generata con intelligenza artificiale


Anatomia dell’alienazione contemporanea



Articolo da Ibridamenti

Viviamo in un tempo in cui la stanchezza è diventata comune denominatore delle nostre vite, una inevitabilità data per scontata e internalizzata per un processo di assuefazione e abitudine. Le disuguaglianze sociali sempre più evidenti che fanno da sfondo alle nostre vite aumentano il vissuto collettivo di alienazione rispetto alla natura sociale del singolo. Soprattutto, sembrano qualcosa di inevitabile. L’ansia e l’incertezza che molte persone condividono sono un sintomo collettivo, non più individuale, di deterioramento del legame sociale.

In tale panorama, assistiamo a un progressivo aumento delle differenze tra ceti sociali e una sempre maggiore disparità delle condizioni di vita a livello globale, con l’1% della popolazione mondiale che dal 2015 possiede una ricchezza superiore al restante 99% (Oxfam 2018). Ciò si traduce in un costante incremento dei problemi sociali, sanitari, economici, e quindi minore benessere e felicità collettiva (Volpato 2019). La progressiva cristallizzazione di tale assetto sociale comporta profondi cambiamenti rispetto a come l’individuo guarda sé stesso, si concepisce ed esiste, sulla sua etica e sul legame con i propri simili. L’universo tardo capitalistico contemporaneo, che si fonda su ostilità e divisioni (di classe, etnia, genere, di alienazione dai propri simili), promuove lo sviluppo di una società in cui gli individui, con rare eccezioni, sono strumenti e merce gli uni degli altri, si relazionano in base a interessi egoistici e si riuniscono principalmente tramite specifiche ideologie e fedeltà ad esse che sono le norme di produzione e di consumo (Cangiano, 2024).

Già Karl Marx nella magistrale Miseria della filosofia aveva previsto l’arrivo di «un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtù, amore, opinione, scienza, coscienza – tutto divenne commercio» (p. 51). Ricordava a Proudhon che il denaro non è una cosa, ma un rapporto sociale, che esprime il potere alienato dell’umanità.

Se applichiamo l’analisi di Marx alla modernità e al tardo capitalismo, vediamo che il neoliberismo ha esasperato il potere alienante del denaro e delle merci, sottraendo agli esseri umani le loro capacità naturali, poiché ormai tutte reificabili. Attraverso la privatizzazione dei servizi e la libera circolazione dei capitali, il potere si è spostato dalle istituzioni pubbliche alla finanza internazionale. In questo scenario contemporaneo, i grandi capitali nazionali si fondono in un sistema globale unico che impone standard economici comuni a tutti i Paesi, spesso esasperando il divario tra ricchi e poveri.1 Il neoliberismo è infatti la fase del capitalismo in cui il mercato globale prevale sulle sovranità nazionali.

Oggi l’alienazione non avviene più solo nella fabbrica, ma nella reificazione della dimensione sociale dell’uomo. Come indica Axel Honneth nel suo impeccabile scritto sulla reificazione, «non appena gli attori sociali cominciano a regolare le loro relazioni reciproche attraverso lo scambio di merci equivalenti sono costretti a porsi in un rapporto reificante rispetto al loro ambiente, dal momento che non possono più fare a meno di percepire gli elementi di una data situazione soltanto in riferimento all’utilità che questi possono avere», fino a «considerarsi reciprocamente soltanto come oggetti di una transazione vantaggiosa».2 È proprio questa la seconda natura dell’uomo neoliberista. Gli attori sociali moderni si comportano come spettatori distaccati e focalizzati sul calcolo dei benefici, più che partecipanti alla vita sociale. Si entra così in relazione in termini di proprietà (di sé stessi) e merce di scambio (Di Adamo 2020).

La modernizzazione del nuovo homo oeconomicus neoliberista competitivo sul mercato e imprenditore di sé stesso (Foucault, 2015) trasforma l’uomo in un essere che Marcuse (1967) definisce a una dimensione, che si riconosce ovvero nelle sue merci, che trova la sua anima nelle case, automobili e beni che possiede. Egli è proiettato in uno spazio-tempo che promette e valorizza avventura, potere, gioia, piacere, godimento. Tuttavia, non riesce a trascendere tale dimensione del desiderio, del godimento immediato, di altro dalla ricerca del piacere o benessere personale, né a goderne fino in fondo. Harmurt Rosa in Accelerazione e Alienazione delinea un paradosso della modernità: nonostante abbiamo tecnologie che “risparmiano” tempo, ci sentiamo sempre più pressati e senza un attimo di tregua.

È quella che Blank (1994) definisce normopatia neoliberale. Il neoliberismo accentua ed esaspera le richieste del sistema tardo capitalista: più competenza, più produttività, più individualismo e meno comunità. Il risultato è l’individuo normale,3 ovvero efficiente e competente, ma malato e affetto dal suo narcisismo, consumismo, alti livelli di angoscia, insoddisfazione e vuoti esistenziali. Parafrasando Foucault e Han, si passa così da biopolitica a psicopolitica di sé stessi, dove per raggiungere l’Ideale dell’Io neoliberale, ci si consuma sempre di più. Dove le bio-psicopolitiche non sono più attuate di forma coercitiva, ma vengono introiettate dal proprio soggetto, che per performare, si logora e si consuma.

Tutto ciò produce una specifica sindrome culturale (Bettache, 2024) con specifici tratti di personalità come competitività (Garcia et al., 2013), autovalorizzazione (Alicke & Sedikides, 2009), individualismo (Hamamura et al., 2018), materialismo (Dittmar et al., 2014), o meglio, in termini Gramsciani, una sindrome di una specifica egemonia culturale, e specifiche ideologie come quella del gioco a somma zero, ideologia della competizione sul mercato, del profitto, della proprietà (Bettache, 2025), indifferenza alle disuguaglianze sociali, ideologia della (tirannia) della meritocrazia e competizione (Bettache et al., 2020).

Si assiste così alla progressiva erosione dei processi empatici e cultura del narcisismo (Gerhardt, 2018), privatizzazione dello stress ed edonia depressa, ovvero, incapacità di non inseguire altro che il piacere (Fisher, 2018), soprattutto nelle nuove generazioni, come indica meglio forse di chiunque altro Mark Fisher. Il dramma contemporaneo, soprattutto nelle ultime generazioni, è disporre raramente di altri modi di investire il proprio tempo, se non nel consumo di cose/esperienze, o ricerca spesso spasmodica di piacere puramente edonico. Ad esempio, la maggior parte dei contenuti condivisi sui social network è di momenti di benessere, raggiungimento di obiettivi. Raramente, di vulnerabilità.

Lo stress è privatizzato, le proposte di cura sono nella stragrande maggioranza di casi focalizzate sull’individuale, e la sofferenza viene slegata dalla sua dimensione politica. La sofferenza di una persona è sua e di sua responsabilità,4 e il sistema viene appunto desresponsabilizzato rispetto alla sua dimensione strutturale.

Il neoliberismo in tal senso, non funziona direttamente solo come un sistema repressivo, ma è ancora più pervasivo, plasmando le soggettività quotidiane. Il senso di colpa dell’uomo moderno è quindi riconducibile spesso ad un proprio Super-Io neoliberista, che propone valori spesso irraggiungibili e quindi un Ideale dell’Io disfunzionale. Il Super-Io neoliberale, ad esempio, permea ormai quasi tutte le attività quotidiane. Il riposo è concepito in funzione di una futura migliore produttività, il lavoro determina il significato che si costruisce riguardo sé stessi, il proprio tempo va ottimizzato e non sprecato; non vi è tempo per non produrre, stare fermi, fare vuoto (Filosofia Cultura Política, 2025). Tranne che in pochi individui, è di comune denominatore la ansia da status sociale, da carriera, riconoscimento. In questo modo ci si autoreifica, e si perdono altre dimensioni come quella esistenziale, spirituale, transpersonale, creativa, nelle più variegate forme.

Magistralmente, Gilles Deleuze, in opere come Poscritto sulle Società di Controllo e l’Anti-Edipo, spiega la sua visione sulle bio-psico politiche neoliberali. Secondo l’autore, la libertà 5 che il neoliberismo proclama sarebbe nulla altro che la forma di controllo più efficace, poiché diventa una forma seduttiva e sottile di asservimento, alla poi inevitabilmente finale libertà di produrre, sempre secondo una specifica cronopolitica e crononormatività, che comprime la dimensione spazio-tempo e impone una accelerazione costante dei nostri modi di essere. Non libertà di pensare nuovi modi di stare al mondo e problematizzare le attuali forme di essere. Secondo Deleuze, infatti, il neoliberismo attua una sottile biopolitica non solo nel controllare ciò che facciamo ma nel plasmare ciò che siamo e ciò che desideriamo. I nostri valori, sogni, paure, desideri, modalità di realizzazione sono sintomi collettive sotto l’egida neoliberale, che va ben oltre il pano strutturale delle disuguaglianze economiche, ma include anche quello sovrastrutturale, delle nostre pratiche sociali, culturali, ed esistenziali su cosa sia l’uomo che è “riuscito” e “ce l’ha fatta nella vita”.6

Ferguson (2017) nella sua analisi di stampo psicologico risalta l’importanza del punto di vista storico verso la salute mentale, che considera, ad esempio, come l’isteria fosse la “malattia” più in voga ad inizio secolo scorso e l’ansia come condizione più rappresentativa nell’era neoliberale e anche maggiormente riscontrata tra gruppi socialmente sfavoriti (come la comunità LGBT).7 Per ultimo, anche quello dialettico, in cui il significato delle esperienze che ognuno fa individualmente è il prodotto anche della esperienza collettiva sotto l’egida del capitalismo. L’ansia, la depressione, il burnout, il fallimento, l’alienazione sono sintomi e nevrosi piú sociali che individuali. Non possono essere considerati in modo individuale, neutro e apolitico (Prillentesky & Nelson, 2017). Anche le nuove “malattie” della modernità come l’ADHD, rientra nella più ampie bio/crono politiche dell’attenzione (interessante è il lavoro di Citton sulla Ecologia dell’Attenzione).

La modernità neoliberale si costituisce quindi come una prigione invisibile rispetto alla performance, dove allo stesso tempo siamo sia vittime che carnefici, il tutto mascherato sotto forma di culto verso la autonomia e autorealizzazione. Quella contemporanea è la ossessione dell’essere felici, di consumare esperienze, contenuti, invece di creare, esprimere e sentire nel qui e ora. Le reti sociali sono, nella stragrande maggioranza dei casi, permeate da contenuti di momenti di benessere, positività, raggiungimento di traguardi. Raramente, si condivide la vulnerabilità e le difficoltà che si incontrano nel quotidiano. Questa quasi dittatura della felicità (con tutta la banalità che ciò porta con sé) e del benessere sono favorevoli al capitale, così si è sempre più produttivi e performanti.

Lo scenario contemporaneo, che tranne che in pochi casi vede l’uomo moderno barcollare tra ricerca di posizione sociale e accumilazione di denaro per momenti di edonismo e/o consumo, non combacia con la natura e fine non solo di matrice collettivo ma anche di individuazione dell’uomo, il cui compito è integrare le varie dimensioni della sua esistenza, come la tristezza, la perdita, il vuoto, la vulnerabilità. Non, impoverirsi in una spasmodica ricerca di felicità (quanto mai banale). Ancora, quando si tratta in modo strumentale l’ambiente, l’altro, la natura, l’animale, l’essere umano aliena tutta la sua potenza esistenziale. Parafrasando l’immenso Eric Fromm, è proprio questa la neoliberale fuga dalla libertà.

I miti della inevitabile lotta per l’esistenza e la necessità della competizione per produrre meglio, sono unicamente ideologie che favoriscono il potere. Il lavoro di Kropotkin sul mutuo appoggio riporta in primo piano la legge di natura della cooperazione, rispetto a quella della spietata lotta per la vita. Anche gli scritti di Alex Honneth sulla reificazione affermano che il rapporto epistemico dell’uomo con il mondo deriva da un atteggiamento di cura e di coinvolgimento esistenziale. Allo stesso modo gli studi di Fromm sulla distruttività umana e biofilia/amore per la vita. Ancora, gli studi sulla predisposizione innata all’altruismo e alla condivisione delle risorse nei bambini più piccoli (Warnekenen & Tomasello, 2009).

La potenzialità umana relazionale ed evolutiva è così corrotta dal neoliberale. Nelle parole di Emilio del Giudice: «La legge della biologia richiede la cooperazione. La legge dell’economia richiede la competizione. Quindi, una società competitiva è intrinsecamente patologica. La competizione è l’esatto contrario della risonanza: come faccio a risuonare con qualcuno, se debbo competere con lui, perché o vinco io o vince lui? Finché esiste un regime fondato sulla competizione tra gli esseri umani il problema della felicità non potrà mai essere risolto».

Possibili atti di rifiuto e sono il ripristino della importanza del valore della vulnerabilità, quale rinuncia attiva alla continua imposta produttività. Permettere ed elogiare il non conforme, nella sua legittimità di esistere. Permettersi di fare per il piacere che reca l’atto in sé, e non per ciò che si può ottenere e trasformare in guadagno. Come indica Luciano Gallino: il lavoro non è merce. Permettersi di esistere in una prospettiva di decolonizzazione della produttività. Sostituire quindi alla cultura del narcisismo, e regressione psichica (collettiva) conseguente, una cultura di umanesimo e solidarietà. Costruire spazi demercificati come infrastrutture materiali di solidarietà, comunità di cura (una cura che sia una cura del mondo, come nel pensiero di Joan Tronto). Integrare le pratiche di cura (che spesso sono ridotte a tecniche di adattamento individuale allo stress) con reti territoriali di supporto e accessibilità, dove la salute mentale viene sottratta alle dinamiche di mercato e trattata come bene comune. Rimettere al centro dell’uomo l’amore per la vita rispetto al principio di prestazione.

Continua la lettura su Ibridamenti

Fonte:
Ibridamenti

Articolo tratto interamente da Ibridamenti
Immagine generata con intelligenza artificiale


Violenza fascista al Liceo Einstein di Milano: studente ferito gravemente da 12 militanti di Blocco Studentesco



Articolo da Milano In Movimento

Nella notte tra lunedì 28 e martedì 29 settembre, davanti al liceo scientifico Einstein di Milano, un gruppo di militanti di Blocco Studentesco ha circondato e pestato uno studente universitario della Statale, colpendolo alla testa con una bottiglia di vetro. Il risultato è una frattura cranica: martedì mattina il ragazzo è stato operato e una parte della calotta gli è stata sostituita con una placca in titanio. Ora sta meglio e dovrebbe essere dimesso in queste ore.

A ricostruire i fatti è chi era in contatto con lo studente quella notte. La sua versione è confermata dal Collettivo Politico Einstein, che giovedì mattina ha denunciato l’aggressione sui social: Blocco Studentesco «si è presentato fuori scuola per attaccare i [propri] poster e ha picchiato a sangue un ragazzo».

Lo studente era seduto con due amici sulle panchine davanti al liceo quando, tra mezzanotte e mezzanotte e mezza, alcuni militanti di Blocco sono arrivati ad attaccare manifesti sulla scuola. Erano gli stessi poster già comparsi sui muri del liceo Verri, quelli che celebrano il ventennale della nascita dell’organizzazione: «Antichi sogni, nuovi eroi. 2006–2026». Il ragazzo ha chiamato il collettivo per avvisarlo e organizzare la risposta all’attacchinaggio per la mattina dopo.

Quando si sono accorti della telefonata, i militanti gli si sono avvicinati per intimidirlo, gli hanno chiesto con chi stesse parlando e poi se ne sono andati. Lo studente ha allora staccato i manifesti e si è spostato nel parchetto di fronte. Quando ne è uscito, davanti alla scuola si erano fermate tre auto con a bordo dodici militanti. È salito in bici per andarsene mentre salutava i suoi amici: i militanti lo hanno circondato e picchiato, poi gli hanno spaccato una bottiglia in testa.

A chiamare i soccorsi è stato lui stesso. Con l’ambulanza sono arrivati anche i carabinieri. In ospedale i medici hanno riscontrato una frattura al cranio, con frammenti ossei spinti verso il cervello e il rischio concreto di un’infezione alle meningi, per fortuna scongiurata. Prima dell’intervento chirurgico il ragazzo ha avuto anche una crisi epilettica.

Blocco Studentesco è l’organizzazione giovanile che CasaPound ha fondato nel 2006 e ne rivendica l’eredità. Il manifesto del ventennale lo dichiara apertamente: un ragazzo con il megafono, l’elmo e la lancia di un oplita, e sopra lo slogan sugli «antichi sogni». Quali siano quei sogni lo sa chiunque conosca la storia di CasaPound.

Lunedì notte, alla propaganda è seguito lo squadrismo: una dozzina contro uno. Non è un evento isolato: pensiamo all’uomo pestato lo scorso aprile in via Aselli, a Città Studi, mentre staccava i manifesti per Sergio Ramelli; alla studentessa del Carducci aggredita sotto casa da tre neofascisti nel 2023; al liceo Righi di Roma, devastato a febbraio da un raid notturno che ha lasciato sui muri una svastica e la scritta «Righi fascista, la scuola è nostra»; al militante di Azione Universitaria che il 21 settembre, al Campus Einaudi di Torino, ha preso a schiaffi un compagno durante un presidio antifascista.

Continua la lettura su Milano In Movimento

Fonte: Milano In Movimento

Autore: Milano In Movimento

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 2.5 Generico.

Articolo tratto interamente da Milano In Movimento


Pollice su e giù della settimana








 

Nella frescura d'autunno è bello di Sergej Aleksandrovic Esenin



Nella frescura d'autunno è bello


Nella frescura d'autunno è bello

scuotere al vento l'anima - che pare una mela -

e guardare l'aratro del sole

che solca sopra al fiume l'acqua azzurra.


È bello strapparsi dal corpo

il chiodo ardente d'una canzone

e nel bianco abito di festa

aspettare che l'ospite bussi.


Io mi studio, mi studio col cuore di serbare

negli occhi il fiore del ciliegio selvatico.

Solo nel ritegno i sentimenti si scaldano

quando una falla rompe il petto.


In silenzio rimbomba il campanile di stelle,

ogni foglia è una candela per l'alba.

Nessuno farò entrare nella stanza,

non aprirò a nessuno la porta.


Sergej Aleksandrovic Esenin