Articolo da Sbilanciamoci.info
In quasi quattro anni di governo, l’esecutivo si è comportato come un amministratore dei conti: ha mantenuto la finanza pubblica entro i binari europei quasi come un governo tecnico, senza uno straccio di politica economica e industriale.
Premessa
Il punto di partenza della nostra analisi è un giudizio politico prima ancora che contabile del governo Meloni. In quasi quattro anni di governo, l’esecutivo si è comportato come un amministratore dei conti: ha mantenuto la finanza pubblica entro i binari europei quasi come un governo tecnico, senza uno straccio di politica economica e industriale. Il governo è intervenuto a margine sul terreno fiscale -IRPEF-, ma la principale misura rimane quella delineata dal governo Draghi, cioè quella della riduzione del cuneo fiscale. Il contesto macroeconomico e geopolitico non ha certo aiutato: crisi energetica, guerra in Ucraina, inflazione, debolezza della crescita europea e, dal 2024, un quadro di regole fiscali profondamente modificato hanno ristretto lo spazio d’azione, ma non possono diventare una scusante. Proprio perché i margini erano stretti, la politica avrebbe dovuto essere ancora più visibile nella scelta delle priorità e nella costruzione di una strategia di crescita. È su questa distinzione, tra vincoli esterni e capacità politica di usare lo spazio disponibile, che si fonda il nostro ragionamento. Alla fine, il governo non è stato capace di incidere in nessuno dei principali problemi del paese, se non agevolando gli amici che diffidano dello Stato e del fisco.
Il vincolo europeo
Dal 2024 è entrato in vigore il nuovo Patto di stabilità e crescita. È un sistema più articolato e, per alcuni aspetti, più flessibile rispetto al precedente: abbandona almeno in parte l’applicazione meccanica delle vecchie regole e introduce piani nazionali pluriennali, con la possibilità di estendere il periodo di aggiustamento da quattro a sette anni in presenza di riforme e investimenti. Ma sarebbe un errore confondere questa maggiore flessibilità con una vera libertà di politica economica.
Il nuovo Patto costruisce infatti un vincolo pluriennale sulla spesa pubblica netta, apparentemente coerente con la sostenibilità del debito e con un percorso di aggiustamento del saldo strutturale. Per un Paese come l’Italia, con un debito superiore al 90% del PIL, il sistema prevede inoltre una riduzione media del rapporto debito/PIL e incorpora una salvaguardia che porta il disavanzo strutturale verso l’1,5% del PIL. Formalmente non si tratta di un limite al deficit nominale; nella sostanza, tuttavia, quell’1,5% costituisce un’ancora fondamentale della nuova governance fiscale europea.
Il problema è che variabili come PIL potenziale, output gap e saldo strutturale non sono direttamente osservabili. Derivano da stime e metodologie che possono essere riviste nel tempo e che, proprio perché determinano la traiettoria consentita della spesa pubblica, finiscono per avere conseguenze molto concrete sulla politica economica.
Una parte rilevante della discrezionalità dei governi viene così trasferita dalla decisione politica annuale a un percorso pluriennale costruito sulla base di queste variabili. Il nuovo Patto è dunque diverso dal vecchio, ma non ha eliminato il problema di fondo: la politica fiscale nazionale rimane fortemente condizionata da vincoli quantitativi definiti a livello europeo. In questo modo, la politica di bilancio rischia di trasformarsi da strumento per orientare la crescita, l’occupazione e la trasformazione produttiva in un esercizio permanente di compatibilità finanziaria, senza che nel frattempo si predisponga un vero e proprio bilancio pubblico europeo.
Il vincolo europeo va dunque tenuto presente, non per attenuare il giudizio politico, ma per renderlo più preciso. La questione non è soltanto quanto il governo abbia speso o risparmiato, quanto abbia ridotto le imposte o aumentato la spesa. È soprattutto capire come abbia utilizzato lo spazio fiscale disponibile e se lo abbia impiegato per affrontare i problemi strutturali dell’economia italiana oppure, più semplicemente, per amministrare il vincolo. In un quadro così restrittivo, l’assenza di una strategia economica e industriale non è meno rilevante: lo è di più.
Quadro macroeconomico generale: molti investimenti, poca crescita
Il governo Meloni si è insediato in una fase storica estremamente complicata. L’insediamento nell’autunno del 2022, nel pieno della formazione della Legge di Bilancio, non ha certamente facilitato il compito. Tutti i principali Paesi europei hanno incontrato difficoltà significative, a partire da Francia e Germania. Tuttavia, le politiche economiche adottate dal governo italiano sono apparse, da un lato, marginali rispetto ai problemi strutturali del Paese e, dall’altro, in sostanziale continuità con quelle adottate dal governo Draghi. È il caso, per esempio, del taglio del cuneo fiscale e della riduzione del carico fiscale sul cosiddetto ceto medio, accompagnati da flat tax e da forme di condono fiscale nemmeno troppo mascherate.
Il quadro della crescita conferma le difficoltà strutturali che caratterizzano da tempo l’economia italiana. Nel periodo 2016–2025, il PIL italiano a prezzi costanti 2020 è cresciuto a un tasso medio annuo dell’1,06%, rispetto all’1,35% dell’Euro Area a 21 paesi, con un differenziale di circa 0,29 punti percentuali annui. Nello stesso periodo, Spagna e Francia sono cresciute rispettivamente dell’1,87% e dell’1,25% medio annuo. La distanza si è ridotta in alcuni anni, ma è tornata ad ampliarsi nel 2025. La dinamica del PIL riportata nella Figura 1 mostra con chiarezza quanto il Paese continui a faticare nel confronto con le principali economie europee. La Germania, cresciuta invece a un tasso medio annuo di appena lo 0,58%, rappresenta l’altra grande economia in difficoltà dell’area euro e offre un termine di confronto particolarmente interessante. Il confronto mostra come l’ancoraggio a strutture produttive consolidate non sia necessariamente una garanzia di buoni risultati economici. In linea teorica, quando cambia il contenuto tecnologico della domanda, dovrebbe cambiare anche la struttura produttiva necessaria a soddisfarla. Se questo adeguamento non avviene, la dinamica del PIL rimane condizionata, come sembra essere accaduto, seppure con modalità differenti, in Germania e in Italia. Va inoltre osservato che questa dinamica non sembra essere cambiata sostanzialmente nel tempo, nonostante gli investimenti italiani abbiano registrato una crescita particolarmente sostenuta rispetto agli altri Paesi dell’area euro.
Autore: Paolo Maranzano, Roberto Romano

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Articolo tratto interamente da Sbilanciamoci.info







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