Articolo da FactoryA
La vera pericolosità sociale non è la follia ma lo sciacallaggio razzista. Servono servizi pubblici forti, prossimità sociale, ascolto e capacità di accogliere la fragilità. La destra sta strumentalizzando quanto accaduto a Modena per alimentare paura e invocare nuove misure repressive. Con la colpevole complicità dei media.
Trasformare il dolore di un evento straordinario in propaganda razzista. È quello che sta accadendo attorno alla tragedia di Modena, dove per primi Roberto Vannacci a Matteo Salvini hanno rilanciato la remigrazione, parlando del «fallimento dell’integrazione» delle seconde generazioni. Nel giro di poche ore il caso è stato trasformato in becera propaganda: cittadinanze da revocare, espulsioni e retoriche securitarie di controllo sociale.
Il ruolo della politica e dei media
Gennaro Sangiuliano, ospite al programma “L’Aria che tira”, ha parlato
di «modello di integrazione fallito», asserendo che non si possa
relegare tutto a un «mero caso di psichiatria» per poi continuare con
“esempi” deliranti che accomunerebbero i fatti di Modena e i nazisti:
«Anche Hitler era malato mentalmente e ha sterminato milioni di persone
[…]qui c’è un tema di giovani che non riescono ad accettare la nostra
costituzione e le nostre leggi». Dentro il dibattito pubblico si è
innestata una sorta di macchina della paura, a cui hanno contribuito
anche i media che hanno seguito un filo conduttore inaccettabile:
collegare uno sparuto e terribile gesto con presunti problemi di
“radicalizzazione” e di “integrazione”. Ma non bastava questo: nelle ore
successive alla strage, da un video girato sulla scena, è stato
estratto un fermo immagine che molti giornali e siti hanno utilizzato
come “fotografia dell’aggressore”. Ma la persona ritratta era Faycal
Chouraichi, uno dei ragazzi che aveva filmato la scena e aiutato a
documentare quanto stava accadendo. Chouraichi, modenese di origini
marocchine, ha raccontato al Corriere della Sera
di essere stato addirittura sospettato inizialmente dalle forze
dell’ordine proprio a causa delle sue origini. Il racconto distorto si è
intrecciato alla propaganda razzista attorno alla figura del “colpevole
perfetto”: un uomo non bianco a cui vengono immediatamente ascritte
diagnosi, pericolosità sociale e devianza, spesso senza alcun titolo o
competenza per farlo. Ancora una volta stigma sulla salute mentale e
razzismo sono stati alimentati dalla propaganda delle destre e
amplificati da una parte del sistema mediatico.
I dati dell’ abbandono
Nel frattempo
la domanda centrale è passata in secondo piano: cosa sta accadendo ai
servizi pubblici di tutela della salute mentale? Martina Corradetti,
attivista dello Sportello psicologico del Laboratorio salute popolare
(Lsp) di Bologna, dice che «servono servizi pubblici forti, prossimità sociale, ascolto e capacità di accogliere la fragilità»,
mentre il governo continua a «investire nella militarizzazione, a
tagliare il SSN e a promuovere riforme come il Ddl Zaffini, che
riflettono un’impostazione securitaria e coercitiva. La salute mentale
non è controllo sociale». Eppure, nel nostro paese, la salute mentale
continua a essere uno dei settori più sottofinanziati della sanità: la
quota destinata alla salute mentale resta ferma tra il 2,7 e il 3 per
cento della spesa sanitaria complessiva, ben lontana da quel 5 per cento
indicato da anni come obiettivo minimo negli accordi Stato-Regioni.
Secondo stime elaborate sugli standard Agenas, mancherebbero circa 15
mila operatori tra psichiatri, psicologi, infermieri ed educatori,
mentre circa 2 milioni di persone con disturbi mentali medio-gravi non
ricevono cure adeguate o non intercettano i servizi territoriali. Anche
territori considerati storicamente all’avanguardia mostrano crepe
profonde. In Emilia-Romagna i servizi di salute mentale per adulti
seguono 87.537 persone ogni anno – il 13,7 per cento in più rispetto al
2013 – secondo l’incrocio tra dati dipartimentali e denunce sindacali
riportati dal Corriere di Bologna,
ogni psichiatra del servizio pubblico può arrivare a gestire oltre 300
pazienti, un singolo psichiatra può arrivare a gestire più di 300
pazienti contemporaneamente. In queste condizioni la continuità
terapeutica diventa quasi impossibile.
Doppio standard e propaganda
C’è poi un racconto che è rimasto sullo sfondo: sabato 9 maggio, a Taranto, è stato ucciso Bakari
Sako – bracciante di 35 anni originario del Mali – mentre andava a
lavorare nei campi. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, sarebbe
stato accerchiato e aggredito da un gruppo di giovanissimi, colpito più
volte con un’arma da taglio e lasciato agonizzante a terra. La vicenda
ha mostrato un doppio standard che conosciamo fin troppo bene: se ancora
adesso si parla del caso di Modena, l’omicidio di un lavoratore
migrante povero è rimasto ai margini. «Sono eventi dolorosissimi, che mi
fanno soffrire molto» dice lo psichiatra Peppe dell’Acqua, per molti anni direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste, racconti diversi che si inseriscono in un clima «che non fa altro che alimentare l’odio». I fatti di Modena, per il medico, non hanno nulla a che vedere con «il
terrorismo, le origini o le seconde generazioni. E’ qualcosa che accade
nell’uomo: sono loro, siamo noi che viviamo condizioni di dolore e
fragilità». Ci sono commenti, «come quelli della Lega, che sono al di
fuori del sentire umano». Per il medico «è evidente che dobbiamo unirci
intorno alle persone che hanno subito un affronto così terribile alla
propria esistenza, al loro dolore» ma si sono dette delle «sciocchezze»
sulla malattia mentale e sui servizi pubblici: «Il nostro paese aveva
fatto delle cose straordinarie – conclude Dell’Acqua – ma vanno
coltivate, invece non c’è nessun investimento non solo di risorse ma
anche da un punto di vista etico e culturale».
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Fonte: FactoryA
Autore: Federica Pennelli
Articolo tratto interamente da FactoryA
Immagine generata con intelligenza artificiale







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