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venerdì 22 maggio 2026

Le vere radici della pericolosità sociale nel dibattito pubblico


Articolo da FactoryA

La vera pericolosità sociale non è la follia ma lo sciacallaggio razzista. Servono servizi pubblici forti, prossimità sociale, ascolto e capacità di accogliere la fragilità. La destra sta strumentalizzando quanto accaduto a Modena per alimentare paura e invocare nuove misure repressive. Con la colpevole complicità dei media.

Trasformare il dolore di un evento straordinario in propaganda razzista. È quello che sta accadendo attorno alla tragedia di Modena, dove per primi Roberto Vannacci a Matteo Salvini hanno rilanciato la remigrazione, parlando del «fallimento dell’integrazione» delle seconde generazioni. Nel giro di poche ore il caso è stato trasformato in becera propaganda: cittadinanze da revocare, espulsioni e retoriche securitarie di controllo sociale.

Il ruolo della politica e dei media
Gennaro Sangiuliano, ospite al programma  “L’Aria che tira”, ha parlato di «modello di integrazione fallito», asserendo che non si possa relegare tutto a un «mero caso di psichiatria» per poi continuare con “esempi” deliranti che accomunerebbero i fatti di Modena e i nazisti: «Anche Hitler era malato mentalmente e ha sterminato milioni di persone […]qui c’è un tema di giovani che non riescono ad accettare la nostra costituzione e le nostre leggi». Dentro il dibattito pubblico si è innestata una sorta di macchina della paura, a cui hanno contribuito anche i media che hanno seguito un filo conduttore inaccettabile: collegare uno sparuto e terribile gesto con presunti problemi di “radicalizzazione” e di “integrazione”. Ma non bastava questo: nelle ore successive alla strage, da un video girato sulla scena, è stato estratto un fermo immagine che molti giornali e siti hanno utilizzato come “fotografia dell’aggressore”. Ma la persona ritratta era Faycal Chouraichi, uno dei ragazzi che aveva filmato la scena e aiutato a documentare quanto stava accadendo. Chouraichi, modenese di origini marocchine, ha raccontato al Corriere della Sera di essere stato addirittura sospettato inizialmente dalle forze dell’ordine proprio a causa delle sue origini. Il racconto distorto si è intrecciato alla propaganda razzista attorno alla figura del “colpevole perfetto”: un uomo non bianco a cui vengono immediatamente ascritte diagnosi, pericolosità sociale e devianza, spesso senza alcun titolo o competenza per farlo. Ancora una volta stigma sulla salute mentale e razzismo sono stati alimentati dalla propaganda delle destre e amplificati da una parte del sistema mediatico.

I dati dell’ abbandono
Nel frattempo la domanda centrale è passata in secondo piano: cosa sta accadendo ai servizi pubblici di tutela della salute mentale? Martina Corradetti, attivista dello Sportello psicologico del Laboratorio salute popolare (Lsp) di Bologna, dice che «servono servizi pubblici forti, prossimità sociale, ascolto e capacità di accogliere la fragilità», mentre il governo continua a «investire nella militarizzazione, a tagliare il SSN e a promuovere riforme come il Ddl Zaffini, che riflettono un’impostazione securitaria e coercitiva. La salute mentale non è controllo sociale». Eppure, nel nostro paese, la salute mentale continua a essere uno dei settori più sottofinanziati della sanità: la quota destinata alla salute mentale resta ferma tra il 2,7 e il 3 per cento della spesa sanitaria complessiva, ben lontana da quel 5 per cento indicato da anni come obiettivo minimo negli accordi Stato-Regioni. Secondo stime elaborate sugli standard Agenas, mancherebbero circa 15 mila operatori tra psichiatri, psicologi, infermieri ed educatori, mentre circa 2 milioni di persone con disturbi mentali medio-gravi non ricevono cure adeguate o non intercettano i servizi territoriali. Anche territori considerati storicamente all’avanguardia mostrano crepe profonde. In Emilia-Romagna i servizi di salute mentale per adulti seguono 87.537 persone ogni anno – il 13,7 per cento in più rispetto al 2013 –  secondo l’incrocio tra dati dipartimentali e denunce sindacali riportati dal Corriere di Bologna, ogni psichiatra del servizio pubblico può arrivare a gestire oltre 300 pazienti, un singolo psichiatra può arrivare a gestire più di 300 pazienti contemporaneamente. In queste condizioni la continuità terapeutica diventa quasi impossibile.

Doppio standard e propaganda
C’è poi un racconto che è rimasto sullo sfondo: sabato 9 maggio, a Taranto, è stato ucciso Bakari Sako – bracciante di 35 anni originario del Mali – mentre andava a lavorare nei campi. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, sarebbe stato accerchiato e aggredito da un gruppo di giovanissimi, colpito più volte con un’arma da taglio e lasciato agonizzante a terra. La vicenda ha mostrato un doppio standard che conosciamo fin troppo bene: se ancora adesso si parla del caso di Modena, l’omicidio di un lavoratore migrante povero è rimasto ai margini. «Sono eventi dolorosissimi, che mi fanno soffrire molto» dice lo psichiatra Peppe dell’Acqua, per molti anni direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste, racconti diversi che si inseriscono in un clima «che non fa altro che alimentare l’odio». I fatti di Modena, per il medico, non hanno nulla a che vedere con «il terrorismo, le origini o le seconde generazioni. E’ qualcosa che accade nell’uomo: sono loro, siamo noi che viviamo condizioni di dolore e fragilità». Ci sono commenti, «come quelli della Lega, che sono al di fuori del sentire umano». Per il medico «è evidente che dobbiamo unirci intorno alle persone che hanno subito un affronto così terribile alla propria esistenza, al loro dolore» ma si sono dette delle «sciocchezze» sulla malattia mentale e sui servizi pubblici: «Il nostro paese aveva fatto delle cose straordinarie – conclude Dell’Acqua – ma vanno coltivate, invece non c’è nessun investimento non solo di risorse ma anche da un punto di vista etico e culturale». 

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Fonte: FactoryA

Autore: Federica Pennelli

Articolo tratto interamente da FactoryA

Immagine generata con intelligenza artificiale



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