Articolo da Valori
Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
La Cop dei popoli. La Cop della gente. È il linguaggio con cui la presidenza brasiliana ha caratterizzato sin dal principio questa conferenza climatica, di ritorno dopo anni nel vitale subcontinente latinoamericano. Tra l’effettivo ritorno di una grande partecipazione popolare alla Cop, l’impressionante dispiegamento di militari e una situazione globale che indica la crescente criminalizzazione di chi protegge ambiente e territori, il tema dell’attivismo e del suo ruolo rimane nodale nel percorso verso un’azione climatica efficace e inclusiva.
Difendere il clima diventa un reato: il nodo alla Cop30
Il successo dell’azione climatica non può prescindere dalla difesa di attivisti, leader indigeni e sindacali, organizzazioni e giornalisti in prima linea nella difesa della giustizia climatica. Questo il messaggio lanciato domenica 16 novembre dai movimenti riuniti nella Cupula dos Povos al presidente della Cop30 André Corrêa do Lago. La denuncia della crescenti minacce subite dagli “Environmental and Human Rights defenders” e l’urgenza di proteggerli è infatti una delle 15 proposte che rappresentano il distillato delle richieste dei movimenti sociali a questa Cop. E che compongono la piattaforma politica nella Carta dos Povos, consegnata ieri dai movimenti nelle mani di Corrêa do Lago e delle ministre Marina Silva e Sonia Guajajara.
L’incontro arriva in giorni concitati a Belém e coglie tutte le contraddizioni tra la narrazione della partecipazione popolare come cifra di questa conferenza e la protezione di dinamiche negoziali che preferiscono non essere disturbate. Se da un lato, infatti, la presidenza brasiliana ha incontrato i movimenti e dichiarato che porterà le istanze sociali nelle stanze in cui si decide, dall’altro dopo le proteste dei popoli indigeni dei giorni scorsi è arrivata un’allarmante lettera del Segretariato dell’Unfccc che esorta il Brasile a intensificare controllo e presenza militare. Contro la richiesta è stata prontamente inviata a Simon Stiell una lettera aperta, firmata in 24 ore da oltre 175 organizzazioni, per chiedere una presa di posizione pubblica che riconosca e difenda il diritto alla protesta.
Criminalizzazione dei difensori dell’ambiente: una tendenza globale
A livello globale manifestazioni, proteste e azioni di disobbedienza civile da parte di leader indigeni e attivisti climatici sono sempre più frequentemente bersaglio di pratiche repressive, con minacce all’integrità fisica, e normative che mirano a silenziare le voci critiche nei confronti di governi e aziende. Anche nel dibattito politico e nel discorso mediatico l’attivismo viene spesso demonizzato con l’intento di contrarre il diritto di critica. Questo processo non conosce confini geografici, ma assume sfumature diverse a seconda delle regioni e dei contesti politici.
Il rapporto di Global Witness pubblicato a settembre documenta che a livello globale, il fenomeno sta assumendo dimensioni preoccupanti. I difensori ambientali vivono in un contesto di crescente pericolo, stretti tra interessi economici estrattivi, mancanza di protezione efficace e persistenza dell’impunità. La ong ha censito nel 2024 146 uccisioni o sparizioni a lungo termine in tutto il mondo. L’82% di questi casi è avvenuto in America Latina. I gruppi più vulnerabili risultano essere popolazioni indigene e piccoli agricoltori.
Africa: le donne difensore e la repressione crescente
In Africa, le donne che lottano per la giustizia ambientale e sociale affrontano sfide enormi. Secondo un recente rapporto di Natural Justice, le attiviste africane sono tra le più vulnerabili a causa di leggi oppressive, violenze fisiche e sessuali e mancanza di protezione da parte delle istituzioni. La criminalizzazione delle attiviste non è solo un attacco alla loro libertà di espressione, ma anche un tentativo di silenziare la voce di chi lavora per proteggere le risorse naturali in contesti di grave sfruttamento ambientale.
Il rapporto sottolinea come, le donne vengono ignorate dalle politiche di protezione internazionale e nazionale. E si trovano a dover affrontare non solo la repressione, ma anche il pregiudizio di genere che le rende vulnerabili sia come donne che come difensori dei diritti umani.
L’Asia: la repressione delle proteste come strategia politica
In Asia, la criminalizzazione dei difensori dell’ambiente ha assunto diverse forme. Un documento di APNED evidenzia che l’uso della legge come strumento di repressione contro gli attivisti è ormai una strategia consolidata in molti Paesi asiatici.
In Indonesia il governo ha utilizzato leggi contro la sicurezza nazionale per reprimere chi si oppone alle grandi infrastrutture e alle politiche minerarie. In Paesi come Malaysia, India e Filippine, le ong ambientaliste e i difensori dei diritti umani sono stati etichettati come “nemici dello Stato” e sono soggetti a intimidazioni e arresti arbitrari. Questo utilizzo improprio delle leggi è un fenomeno che si estende a tutta la regione.
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Fonte: Valori
Autore: Marica Di Pierri – A Sud
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Articolo tratto interamente da Valori







Purtroppo è così... si deve reagire...
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