Articolo da Abattoir
Sembra farla semplice, vero? Eppure è una cosa che ho sperimentato personalmente. Da finché ho memoria mi sono sempre sforzata (a volte invano) per essere una *persona* modello (una studentessa modello, una bambina modello, un’amica modello, una lavoratrice modello) e cosa mi ha dato in cambio questo sforzo? L’ansia! Adesso da 40enne (ancora no, manca mezzo anno!) mi ritrovo a passare in rassegna i momenti clou della mia vita e ad estrapolarne gli insegnamenti. Tutto questo perché un paio di mesi fa sono stata declassata a lavoro dopo una promozione: con uno sforzo enorme avevo cambiato ruolo, prendendo in carica un intero team alle mie spalle. Sforzandomi di dirigerlo, sforzandomi di dare risultati e sforzandomi per preservare la mia immagine (si sa, non è facile essere “il capo”, soprattutto se sei una donna di mezza età senza figli e che ha subito varie ingiustizie). Per 6 mesi mi sono sforzata sovrumanamente per sentirmi poi dire “guarda, forse non sei adatta a questo ruolo, torni a far parte del team”. Immaginatevi lo sgomento, la delusione, la rabbia e infine la vergogna.
Ho passato la prima settimana oscillando da uno stato di rabbia a uno di depressione, chiedendomi “cosa c’è di male in me, perché sono inadatta”. Poi mano a mano che passavano i giorni mi sono resa conto di una cosa: la rabbia e l’umiliazione si stavano affievolendo e al loro posto non c’èra più niente. In quella voragine dove fino a qualche settimana prima albergava l’ansia, adesso c’era il nulla. All’inizio mi sono allarmata: figurati se potevo vivere senza ansia! Non ero abituata a non stare all’erta, a non preoccuparmi per quello che poteva accadere nel corso della giornata, a non ripassarmi mentalmente i peggiori scenari possibili. Eppure era così! Al posto dell’ansia si era insinuata la pace! E sapete perché? Perché me ne stavo fregando alla grande! Non mi importava nulla di quello che stavo facendo, di quello che era il mio ruolo adesso all’interno del team, di quei quattro compiti meccanici che svolgevo ogni giorno.
E allora questo è il grande segreto: se ve ne fregate, non avrete l’ansia.
E non lo dico solo io, eh! Ci sono studi che ammettono che il burn out della maggior parte dei lavoratori è dato dal fatto che si sforzano troppo perché tengono a quello che stanno facendo. I migliori lavoratori, quelli che arrivano sempre in orario, che si sforzano per terminare tutti i loro compiti, che aiutano gli altri, che rimangono quella mezz’oretta in più, che si accollano lavoro extra per aiutare il team, quei lavoratori lì sono ripagati con più lavoro. E lo so perché sono stata una team leader che assegnava più lavoro a coloro che non facevano storie e che erano affidabili, invece a quelli che sapevo potessero causare problemi, li lasciavo con il loro carico standard di lavoro. Funziona cosí: se il lavoratore non si sforza per l’extra, non rischi di assegnargli un lavoro che sai che non porterà a termine, piuttosto ti appoggi a chi sempre si sforza per terminare ciò che si deve terminare. E quindi i migliori sono ripagati con lavoro extra! E questa voglia di fare bene le cose, di aiutare, di essere un “lavoratore modello” ti porta ansia.
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Autore: Maria Cristina Vasile

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