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La strage di piazzale Loreto fu un eccidio nazifascista avvenuto in Italia, il 10 agosto 1944 in piazzale Loreto a Milano, durante la seconda guerra mondiale.
Quindici partigiani furono fucilati da militi del gruppo Oberdan della Legione Autonoma Mobile Ettore Muti della RSI, per ordine del comando di sicurezza nazista, e i loro cadaveri vennero oltraggiati ed esposti al pubblico.
L'8 agosto 1944 elementi ignoti compirono un attentato con due ordigni esplosivi contro un camion tedesco (targato WH 111092) parcheggiato in viale Abruzzi a Milano, che distribuiva viveri alla cittadinanza. L'esplosione non causò la morte di nessun militare (l'autista Heinz Kuhn, che dormiva nella cabina di guida, riportò soltanto lievi ferite), ma provocò la morte di sei cittadini milanesi e il ferimento di altri undici.[3]
Nonostante l'assenza di vittime militari e di una rivendicazione come poi in via Rasella a Roma, l'episodio venne comunque attribuito ai GAP e portò alla fucilazione di 15 partigiani.[4] L'episodio, con caratteristiche assai differenti e anomale rispetto ad altri attentati partigiani, si presta al sospetto, come rilevato anche dal tribunale militare di Torino nel processo del 1998, di essere stato organizzato dagli stessi tedeschi per giustificare le successive rappresaglie.[5][6]
All'alba del 10 agosto 1944, a Milano, quindici partigiani vennero prelevati dal carcere di San Vittore e portati in piazzale Loreto, dove furono fucilati da un plotone di esecuzione composto da militi fascisti del gruppo Oberdan della legione "Ettore Muti" guidati dal capitano Pasquale Cardella[7], che agiva agli ordini del comando tedesco, in particolare del capitano delle SS Theodor Saevecke, noto in seguito come "boia di piazzale Loreto", allora comandante del servizio di sicurezza (SD) di Milano e provincia (AK Mailand).
Nel comunicato del comando della sicurezza nazista[8], si afferma che la strage fu attuata per un insieme di «atti di sabotaggio» tra i quali è riconoscibile a fatica l'attentato di viale Abruzzi.
Il comandante dei GAP, Giovanni Pesce, negò sempre che quell'attentato potesse essere stato compiuto da qualche unità partigiana. Certi elementi anomali hanno fatto definire da alcuni l'attentato come controverso: il caporal maggiore Kuhn aveva parcheggiato il mezzo a poca distanza da un'autorimessa in via Natale Battaglia e dall'albergo Titanus, entrambi requisiti dalla Wehrmacht e a disposizione del personale militare nazista. Il bando di Kesselring, invocato dal comunicato e dalle alte gerarchie naziste[9], prevedeva la fucilazione di dieci italiani per ogni tedesco solo in caso di vittime naziste. Ma nell'attentato di viale Abruzzi, nessun militare tedesco rimase ucciso: morti e feriti gravi erano tutti italiani.
È dunque lecito supporre, come fece il tribunale militare di Torino nel processo Saevecke, che la strage di piazzale Loreto sia stata un atto deliberato di terrorismo che aveva lo scopo strategico di stroncare la simpatia popolare per la Resistenza al fine di evitare ogni forma di collaborazione e garantire alle truppe naziste la massima libertà di movimento verso il Brennero. Theodor Saevecke, il cui comando si trovava all'Albergo Regina & Metropoli in via Silvio Pellico, sede delle SS, dei servizi di sicurezza (SD) e della polizia politica (la Gestapo) e noto luogo di tortura, pretese e ottenne, ciò nonostante, la fucilazione sommaria di quindici antifascisti, e compilò egli stesso la lista, come testimoniato da Elena Morgante[10], impiegata nell'ufficio delle SS, cui fu ordinato di batterla a macchina.
Appresa la notizia, il partigiano don Giovanni Barbareschi si recò dall'arcivescovo di Milano, cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, pregandolo di andare a impartire la benedizione alle salme, ma il cardinale gli chiese di andare lui stesso, benché ancora diacono. Egli ricompose alla meglio i cadaveri ammucchiati e cercò nelle tasche i messaggi che questi potevano aver scritto, in modo da recapitarli alle famiglie. Riuscì a compiere questa opera di pietà prima che un milite fascista lo cacciasse via[11]. Tre giorni dopo fu ordinato sacerdote.[12] Barbareschi raccontò poi che dopo aver pregato in ginocchio davanti alle salme, si voltò e vide che tutta la folla presente si era inginocchiata con lui.[13] Quando l'anno successivo i cadaveri di Benito Mussolini, Claretta Petacci e 18 gerarchi fascisti furono esposti nello stesso luogo, Don Barbareschi tornò a benedire le salme.[14]
Il poeta Franco Loi, testimone della tragedia e allora abitante nella vicina via Casoretto, ricorda:
L'esecuzione e il vilipendio dei cadaveri impressionarono profondamente l'opinione pubblica tanto che il prefetto di Milano e capo della Provincia[15] Piero Parini nel suo «Pro memoria urgente per il duce» annota «[...] il modo della fucilazione era stato quanto mai irregolare e contrario alle norme. I disgraziati non avevano neppure avuto l'assistenza del sacerdote, che non si nega neppure al più abbietto assassino. [...] Alle mie rimostranze, i comandanti nazisti hanno risposto tutti allo stesso modo: l'esecuzione era stata un'applicazione del bando del Maresciallo Kesselring [...] L'impressione in città perdura fortissima e l'ostilità verso i tedeschi è molto aumentata. Vi sono stati anche scioperi parziali in alcuni stabilimenti e corre voce che se ne prepari uno domani. [...] Non Vi nascondo che mi sento profondamente a disagio nella mia carica, giacché il modo di procedere dei tedeschi è tale da rendere troppo difficile il compito di ogni autorità e determina una crescente avversione da parte della popolazione verso la Repubblica».
A seguito del promemoria, Mussolini comunicò all'ambasciatore tedesco presso la RSI, Rudolf Rahn, che i metodi utilizzati dai militari tedeschi «erano contrari ai sentimenti degli italiani e ne offendevano la naturale mitezza»[16]. Meno di un anno dopo, all'alba del 29 aprile 1945, sullo stesso piazzale, i cadaveri di Mussolini, dell'amante Claretta Petacci e di altri 15 fascisti[17], furono esposti davanti alla folla accorsa alla notizia della morte del duce.
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