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venerdì 10 aprile 2026

Oltre i confini del diritto: la mancanza di protezione per chi fugge dal clima


Articolo da Open Migration

Negli ultimi dieci anni quasi 265 milioni di sfollamenti sono stati causati da eventi climatici estremi, un fenomeno in rapida crescita e sempre più intrecciato con guerre e instabilità. Eppure, chi fugge da questi disastri resta intrappolato in un vuoto giuridico, senza uno status né tutele adeguate. Tra iniziative politiche ancora fragili e frontiere sempre più chiuse, la crisi climatica continua a produrre migrazioni invisibili che il diritto fatica a riconoscere e governare.

Campi che si trasformano in polvere, villaggi inghiottiti dal fango, isole che scompaiono con l’avanzare del mare. La crisi climatica non è solo una questione ambientale. L’esodo di milioni di persone si muove sulla sua spinta. Cresce più in fretta delle parole per riconoscerlo e del diritto per governarlo. Eppure resta per lo più invisibile.

L’Internal Displacement Monitoring Centre – riferimento globale per i dati sui movimenti forzati interni – ha contato poco meno di 265 milioni di sfollamenti scatenati da cataclismi nell’ultimo decennio. Significa 70mila persone in fuga ogni giorno. Pressappoco cinquanta al minuto.

Gli Stati Uniti, le Filippine e la Cina travolti da cicloni e tempeste. Il Brasile, come il Bangladesh, il Ciad o il Kazakistan, sommersi dalle inondazioni. Il Corno d’Africa affamato dalle siccità. In quasi 46 milioni hanno dovuto abbandonare case e vite, braccati dai disastri naturali che hanno investito 163 tra paesi e territori sparsi su questo nostro mondo, solo nel 2024.

Mai così tanti dal primo monitoraggio nel 2008, il doppio della media registrata nei quindici anni passati. Al 31 dicembre erano ancora almeno 9,8 milioni gli sfollati climatici. Un record pure questo, segnato nell’anno più bollente della storia. Senza contare tutti coloro che hanno scavalcato i confini, nel contesto di migrazioni sempre più multicausali.

Niente di meno all’orizzonte.

La violenza del clima si salda ogni anno più forte a quella delle armi. Si abbatte in modo sproporzionato sulle comunità più fragili del Pianeta – che poi sono anche quelle che meno hanno contribuito a generarla e poco o nulla ricevono dei finanziamenti globali per l’adattamento climatico. Moltiplica minacce, aggrava vulnerabilità.

Negli ultimi tre lustri è triplicata la lista dei paesi che hanno visto sommarsi e alimentarsi a vicenda sradicamenti provocati da entrambe le crisi, ormai permanenti e sovrapposte. Nel 2024, lo straziato Yemen ha conosciuto il più alto numero di movimenti forzati interni causati da eventi meteorologici estremi mai documentato nel Paese, mentre l’Afghanistan riconfermava il primato mondiale per la più ampia popolazione di sfollati interni da catastrofi climatiche.

I bisogni umanitari esplodono. I sistemi di accoglienza crollano: meno di dieci litri d’acqua al giorno devono oggi bastare ai sudanesi accampati nel Ciad inondato, ben al di sotto degli standard minimi di sopravvivenza.

Il secondo report No Escape di UNHCR restituisce un quadro inequivocabile. Un terzo di tutte le emergenze dichiarate dall’Agenzia nel 2024 era dovuto agli impatti degli shock climatici su popolazioni già sfollate da conflitti. A giugno 2025, tre quarti dei 117 milioni di sfollati da guerre, violenze e persecuzioni abitavano territori esposti a rischi climatici classificati come elevati o estremi.

Nei prossimi anni quasi tutti i campi profughi sulla Terra affronteranno un aumento eccezionale delle temperature. Per il 2050, quelli più caldi – tra Mali, Etiopia, Gambia, Eritrea e Senegal – potrebbero dover sopportare fino a 200 giorni l’anno di stress termico pericoloso per la salute e l’esistenza stessa dei milioni di uomini, donne e bambini costretti ad affollarli: molti sembrano destinati a diventare inabitabili.

Entro il 2040, potrebbero essere sessantacinque i paesi a estremo rischio climatico, la metà dilaniati da guerre e instabilità. Oggi sono tre. La rotta è chiara.

Ebbene, di fronte a tanto, chi è costretto a spostarsi per il clima resta ancora intrappolato in una zona grigia, tra le maglie del diritto internazionale. Senza status. Senza protezione. Persino senza nome.

Sono migranti? Sfollati? Forse. Rifugiati? Ma il “rifugiato climatico” giuridicamente non esiste. Le calamità naturali non sono contemplate dalla Convenzione di Ginevra. La furia del clima, da sola, non basta. Decine di termini coniati, nessuno universalmente accettato. Ed è tutto fuor che un dettaglio. Non a caso è in stallo ogni discussione sulla definizione di un qualche meccanismo giuridico vincolante a tutela di queste persone.

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Fonte: Open Migration

Autore: Clara Geraci

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale


Articolo tratto interamente da 
Open Migration


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