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martedì 14 aprile 2026

Libano, trenta giorni di conflitto: la capitale sull'orlo del collasso umanitario



Articolo da Open Migration

Un mese di bombardamenti israeliani nel sud del Libano e a Beirut ha causato migliaia di vittime e oltre un milione di sfollati, aggravando una crisi già drammatica. Tra rifugi di fortuna, scuole trasformate in dormitori e affitti ormai inaccessibili, centinaia di migliaia di persone vivono senza servizi essenziali. Le organizzazioni locali e i volontari cercano di colmare le lacune dell’assistenza, mentre aumentano povertà e disuguaglianze. Senza corridoi umanitari né reali possibilità di fuga, per molti resta solo la sopravvivenza quotidiana, spesso in condizioni estreme.

Un mese di attacchi israeliani nel sud del paese, e nei sobborghi a maggioranza sciita di Beirut, hanno già causato quasi 1.400 morti, più di 4 mila feriti e quasi un milione e 300 mila sfollati, fra cittadini libanesi, siriani e palestinesi. I dati diffusi dal Ministero della Salute, aggiornati al 3 aprile, sono già stati superati dagli eventi delle ore successive, con le nuove vittime dei raid di Pasqua nell’area di Jnah, a sud della capitale, e nei distretti di Tiro e Nabatieh, come accade ormai tutti i giorni.
“Sono stanca di dover scappare – racconta Nadja, 60 anni, che oggi vive da sfollata nei locali della facoltà di Informazione e Media dell’Università libanese di Beirut, momentaneamente trasformata in rifugio – l’anno scorso è successa la stessa cosa, poi siamo tornati a casa e un mese fa è arrivato di nuovo l’ordine di evacuazione.”
La donna è partita insieme alla figlia da un villaggio della municipalità di Nabatieh, e ha trovato un posto letto in uno degli spazi di accoglienza governativi messi a disposizione di chi è stato costretto a fuggire. “Le condizioni non sono delle migliori – spiega – anche perché questi spazi sono nati per fare lezione e non per vivere, immaginatevi cosa significhi dividere un bagno in 200, 300 persone.”

Gli ambulatori di Amel

Al piano terra dell’edificio, opera l’associazione Amel, nata nel 1979 in risposta alla guerra civile libanese, e che da allora ha mantenuto un carattere a-partitico: qui i suoi operatori sanitari hanno creato una sorta di ambulatorio dove le persone sfollate possono registrarsi e ricevere assistenza medica per patologie croniche, urgenze, ma anche assistenza alla gravidanza e alla prima infanzia. Nel cortile del palazzo di fronte, l’ex facoltà di pedagogia, altri professionisti e volontari hanno creato uno spazio di gioco per i bambini, che oggi non vanno più a scuola e trascorrono le giornate nei dormitori. Ai piani alti, anche da questa parte, si dorme nelle aule, e si aspetta di capire che cosa succederà nei prossimi giorni.
“Prima che medici, infermieri, insegnanti siamo anche noi sfollati – racconta Farah, farmacista che fino a un mese fa viveva a Dahiyeh, periferia sud di Beirut a maggioranza sciita che ospita anche lo storico campo palestinese di Burj el Barajneh, che da solo faceva circa 20 mila abitanti – siamo stati costretti ad andare via, e allora abbiamo deciso di spostare anche il nostro lavoro dove c’era bisogno, ossia vicino alle persone che scappavano. L’unica cosa che possiamo fare è continuare ad aiutare chi ha bisogno, e in qualche modo restituire anche a noi stessi un po’ di normalità.”

Rifugi di emergenza

Oltre alle due facoltà universitarie, il governo libanese e la municipalità di Beirut hanno aperto agli sfollati lo stadio e diverse scuole primarie e secondarie, come Ras Al Nabaa, Jaber Al Ahmad al Sabah, Al Mustaqbal School, President René Moawad Secondary School, King Saud school e molte altre, in diverse aree della città. Altri rifugi si trovano nella regione del Monte Libano e nel sud, fra i distretti di Saida, Jezzine e Tiro, oltre che nel governatorato di Nabatieh.
Oltre 600 in tutto il paese, eppure non bastano per tutti. I primi giorni dell’esodo, agli inizi di marzo, in molti hanno cercato di trovare degli appartamenti in affitto, soprattutto nella capitale, ma nel giro di una settimana i prezzi sono diventati impossibili. Per un appartamento da due, tre locali si è passato da una richiesta mensile di circa 700 dollari a oltre 2mila, e oggi si fatica a trovare persino una casa vuota per quel prezzo. La maggior parte dei libanesi del sud, o della periferia meno abbiente della città, lontana dai quartieri centrali di Hamra e Achrafieh, non può permettersi cifre del genere.
Molti di loro avevano un’attività in proprio che hanno dovuto abbandonare in poche ore, oppure coltivavano la terra, o lavoravano per altre aziende o negozi che hanno chiuso, o magari avevano persino un posto fisso ma, come nel caso degli insegnanti, oggi percepiscono solo la metà del loro stipendio.

Crisi economica e crisi umanitaria

Una crisi umanitaria senza precedenti dove il 20% dell’intera popolazione, che conta poco più di cinque milioni di abitanti, è oggi fuori dalla propria casa e dalla propria città, e si è concentrata nel nord, e principalmente nella capitale, in un paese che già prima di questa e della precedente escalation militare del 2024, soffriva una crisi economica senza precedenti, con un’inflazione all’85% e una svalutazione della Lira del 98%.
Dove i fondi non bastano nemmeno a garantire i pasti per tutti, almeno due al giorno, si sono moltiplicate le iniziative private, anche grazie alla rete e alle pagine di volontari, associazioni, sfollati, che in prima persona hanno deciso di aprire raccolte fondi e dare una mano. Anche le moschee e le chiese, oltre che gli spazi privati, sono diventati dormitori d’emergenza.

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Fonte: Open Migration

Autore: Ilaria Romano

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale


Articolo tratto interamente da 
Open Migration


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