Articolo da la Sinistra quotidiana
C’è un pezzo di mondo in cui la terra è veramente terra: sassi, sabbia, deserto, colline che somigliano a piccole gole. Non un filo d’erba, non una strada lastricata. A piedi nudi i bambini, con pesanti burqa dalla testa ai piedi si muovono in questo mondo marziano le donne di un Afghanistan abbandonato alla furia fanatica della teocrazia assolutista dei Taliban. Oggi li comanda l’emiro Hibatullah Akhundzada di cui su Internet non si trovano nemmeno foto certe. Quella ufficiale è stata pubblicata dalla BBC sul proprio sito al momento della riconquista del potere da parte del movimento degli studenti coranici dopo la precipitosa fuga statunitense. Vent’anni di guerre, di conflitti, di scontri, di grandi impegni internazionali per cosa? Per lasciare Kabul in fretta e furia sotto la pressione della controffensiva che stava avanzando.
È stato un disimpegno strategico, visto che tutto quello che si poteva ottenere dall’occupazione dell’Afghanistan lo si era probabilmente ottenuto e, così, poiché si preannunciava un nuovo periodo di grandi convulsioni politiche e militari, i soldati americani sono stati imbarcati sui grandi aerei che li hanno riportati in patria. Da quel momento il paese è rimasto praticamente isolato per mesi e mesi, senza che nessuno Stato riconoscesse il nuovo regime che andava adottando anche una nuova bandiera, questa volta bianca con su scritto: «Non c’è altro dio all’infuori di Allah e Maometto è il suo messaggero». Che un vessillo di questo tipo potesse sventolare su Kabul era la prima evidente prova del fallimento totale dell’America, della NATO e dell’Occidente in generale in quelli che erano stati definiti dalla propaganda come i processi irreversibili di ripristino (o di fondazione…) della democrazia anche in quelle lande sperdute.
Trascorsi i primi mesi di quell’isolamento poco sopra citato, tanto il mondo arabo quanto gli Stati Uniti stessi si mossero per cercare di accordarsi con il nuovo regime ed ottenere delle rassicurazioni da un lato, dei contratti dall’altro sullo sfruttamento delle reti di distribuzione delle materie prime verso est come verso ovest. Ma i primi a stringere questa rete di accordi parevano dover essere invece cinesi, russi e iraniani. Un po’ per la vicinanza dei propri confini a quelli afghani; un po’ perché storicamente i rapporti di amicizia ci sono quasi sempre stati con i vari regimi che si sono susseguiti. L’Unione Sovietica stessa ha vissuto una delle sue fasi imperialiste più complicate proprio nell’occupazione del paese. Una delle questioni più cruciali dopo la caotica ritirata statunitense, davvero inaspettata per tutti i commentatori che masticano un po’ di geopolitica, è stata (e in parte rimane ancora) il conseguente azzeramento della logistica precedente.
Persino i servizi di sicurezza della Repubblica stellata si sono trovati impreparati di fronte a tutto ciò. A cinque anni dal ritorno del Taliban, si può però affermare che gli Stati Uniti d’America di allora, precipitosamente fuggiti da un doppio decennio di guerre mai concluse e – in tutta evidenza – anche clamorosamente perse, potevano dire di conoscere molto meglio di venti anni prima il percorso di strutturazione del nuovo regime. I dirigenti del movimento un tempo terroristico ora sedevano a Doha in Qatar al tavolo delle trattative per il proprio riconoscimento da un lato e per la concessione di prebende ai loro nuovi amici tanto arabi quanto occidentali. Questo complesso quadro di nuove condizioni è stato possibile perché il sostegno nei confronti dei Taliban era molto più radicato di quello che si potesse immaginare.
Le strutture dello Stato e del governo fantoccio creato da Washington sono crollate in men che non si dica. Mentre quindi a Doha si stabilivano i nuovi assetti delle reti finanziarie, commerciali e si ponevano le basi di un nuovo rimescolamento propriamente geopolitico e militare dell’area in questione, la popolazione afghana, ed in particolare quella femminile, sprofondava nuovamente nel più oscuro dei totalitarismi repressivi, jihadisti e integralisti della peggiore specie. La nuova generazione di comandanti militari e di dirigenti politici, pur essendo sempre in maggioranza di etnia pashtun (a sua volta maggioranza nel paese stesso) è riuscita in poche settimane a riconquistare il potere cinque anni fa grazie all’unità creata con le altre fazioni un tempo avversarie o esplicitamente nemiche. Di questo elemento dirimente gli Stati Uniti erano a conoscenza: se avessero davvero avuto a cuore l'”esportazione della democrazia“, avrebbero agito in qualche modo per evitare la degenerazione conseguente.
Invece hanno constatato che rimanere a marcescire nelle lande desolate del deserto afghano era peggio: per rifornimenti sempre più scarsi, per i costi del mantenimento delle missioni, per le ripercussioni militari e politiche che ne sarebbero derivate. Sfilarsi quasi alla chetichella era meglio, pur consegnando al mondo l’immagine di una disfatta su tutti i fronti e veramente clamorosa. Dopo questa ignominiosa fuga, il potere conquistato dai seguaci di Akhundzada e del suo vice, il suo braccio destro, il mullah Abdul Ghani Baradar, è stato gestito con una oculata disposizione, senza eccitazioni isolazioniste o autarchiche, aprendosi al mondo proprio per potersi meglio instaurare in uno Stato al collasso. La cifra della politica dei Taliban è stata dunque il pragmatismo, una meschinissima politique politicienne per rimanere questa volta a Kabul. E definitivamente.
La profondità degli interessi afghani è saltata agli occhi dei contendenti sulla scena del multipolarismo globale: il Qatar stesso ha mediato nel conflitto apertosi con il Pakistan e l’ha congelato nel nome della ricerca di una stabilità che giovi agli interessi dell’intero mondo arabo e dell’Occidente cui guardano alcuni degli Stati dell’area del Golfo, così come di Cina e Russia che sono invece indubbiamente amiche di nazioni oggi trascinate in guerra da Washington e da Tel Aviv. Tuttavia, l’Afghanistan del dopo-fuga a stelle e strisce si è dimostrato un regime condiscendente sul terreno della politica economica (viste anche le condizioni di estremissima povertà che attanagliano tutto il paese) e impermeabile invece su quello della politica interna rivolta alla restaurazione del più rigido regime jihadista, della più granitica instaurazione della Shari’a. Metà della popolazione ha necessità di aiuti umanitari.
Fonte: la Sinistra quotidiana
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