Articolo da la Sinistra quotidiana
Il tentativo di reinventare una monarchia sabauda, di imbellettarla con l’ascesa al trono dell’ex Luogotenente generale del Regno, sembra quasi riuscire non appena al Ministero dell’Interno arrivano i dati referendari delle prime sezioni scrutinate. Sono passati quasi due giorni dall’apertura dei seggi. Per la prima volta votano anche le donne. I cinegiornali mostrano le “nonnine” che si mettono in fila per fare qualcosa che nella loro vita non avevano mai fatto: esprimere il loro parere politico mediante una croce su un quadrattino accanto ad un simbolo. L’Italia turrita per la repubblica, lo Scudo sabaudo per la monarchia.
I fotografi dei quotidiani rinati a nuova esistenza dopo le veline di Starace e le censure alla stampa immortalano tutti i capi politici che inseriscono la scheda nella fessura delle cassette di legno (in altri casi a rete di metallo… non c’è ancora una vera e propria uniformità in merito. Del resto, non si votava in Italia da più di vent’anni…). Vota ovviamente anche il re Umberto II. Il suo maggio è passato e lui rimarrà il sovrano di un solo mese: ne ha la percezione e ha anche un certo stile nel non dare a vedere – almeno prima della proclamazione dei risultati da parte del ministro Giuseppe Romita – che di lì a poco potrebbe essere costretto a lasciare il Paese.
Si vota anche per l’elezione della nuova Assemblea Costituente, fatto non da poco: qui non si sceglie tra due opzioni, ma tra molte. Si deve preferire una forza politica e questo innesca finalmente un dibattito che, del resto, era già nei fatti, nelle maglie più fitte di una società mossa alla ricostituzione di sé medesima, alla riedificazione materiale e morale di un tessuto connettivo solidale che era mancato per lungo tempo e che solo la voglia di mettere fine alla guerra e di liberarsi dell’oppressione nazifascista aveva rimesso in circolo nel sistema politico e civile dell’Italia appena venuta fuori dal conflitto più rovinoso della storia sua, dell’Europa e del mondo intero.
Quando arrivano i primi voti dal Mezzogiorno, Romita è incredulo: non è possibile… La monarchia prevale un po’ ovunque. Come è pensabile che, dopo tutto quello che è avvenuto, da questa parte del Paese, quella economicamente più arretrata e sofferente, non si abbracci anche soltanto l’idea di vedere un cambiamento radicale realizzarsi in tutta Italia, mettendo da parte prima il fascio e poi la monarchia? Gli storici si sono arrovellati non poco sul dilemma che il ministro dell’Interno pone a sé stesso e a De Gasperi nel momento in cui gli presenta i primissimi numeri. La Democrazia Cristiana, del resto, partito che risulterà fortemente radicato al centro-sud (e in tante zone rurali del centro-nord), ha lasciato libertà di scelta.
Il suo gruppo dirigente, non di meno il suo potenziale elettorato, sono oggettivamente divisi a metà: i più conservatori per la monarchia, i cattolici più sociali e di base per la repubblica. Il Vaticano non ha preso una posizione (almeno non ufficialmente). Americani e inglesi, che occupano ancora il territorio nazionale, invece sì, anche se indirettamente: i primi per la fine della dinastia di Casa Savoia, i secondo per la sua permanenza al Quirinale. La tensione è palpabile ovunque: si discute, ci si anima, si viene alle mani in molte occasioni. La posta in gioco, in effetti, è altissima. Pietro Nenni sentenzia icasticamente: «O la repubblica o il caos». Ed effettivamente basterebbe riflettere su cosa sarebbe accaduto ottanta anni fa se avesse prevalso l’opzione monarchica.
I settori più reazionari avrebbero prevalso su quelli progressisti e la Costituzione, in presenza di un voto proporzionale ovviamente differente da quello che conosciamo, avrebbe probabilmente avuto un carattere, un taglio parzialmente differente rispetto alla Carta che sarà approvata nel dicembre del 1947 e che entrerà in vigore il primo gennaio del 1948. Ma, siccome la Storia non si fa con i se e con i ma, le riflessioni che si possono fare in merito al poderoso voto monarchico del Meridione d’Italia attengono soprattutto alle differenze esattamente storiche nell’evoluzione politica, sociale ed economica del Paese: il Nord che aveva sperimentato, ben prima delle “Repubbliche sorelle” giacobine, molte esperienze comunali e di gestione oligarchica. Il Sud che aveva in pratica conosciuto soltanto dominazioni straniere e monarchie assolute.
C’è dunque una radice storica che si innesta nel solco del referendum del 2 giugno 1946 ed è, quindi, una caratteristica inalienabile dal dibattito sulla spaccatura netta tra centro-nord e centro-sud visibile ad occhio nudo nel momento in cui si colora una cartina del Paese in base ai risultati della consultazione. A spingere per la vittoria della repubblica sono naturalmente molteplici fattori. Due quelli fondamentali: il mondo del lavoro e quello delle donne. Il suffragio universale favorisce senza dubbio al Sud un incremento di voti per il regime monarchico, ma ancora di più permette al Nord di esprimere un potenziale che si somma alla grande forza operaia di allora, al partigianato, all’eredità pulsante della Resistenza antifascista.
Napoli, che è la città delle Quattro giornate, della prima rivolta contro tedeschi e fascisti in quella parte del Paese, vota in massa per la monarchia. Prevalgono le influenze storiche, pur in presenza di una casa regnante che ha soppiantato quella borbonica: apparentemente è una contraddizione, ma nei fatti è una continuità che si rende palese e che si evince proprio dai risultati che Romita tiene in mano e che legge con un tribolato sentore di fallimento della possibilità pacifica per l’Italia di passare dal vecchio Stato italiano ad un nuovo regime repubblicano, democratico e progressista. Poi, a ben vedere, ci sono, tanto al Nord quanto al Sud, province in cui l’eccezione conferma la regola.
Parte del Piemonte sabaudo si schiera con Umberto. La cintura torinese, operaia e resistente, con la repubblica. Nella Sicilia rurale, dove la mafia ha favorito la penetrazione degli angloamericani (mentre in precedenza, dopo reciproci tentativi di subordinazione, aveva siglato il patto di non belligeranza con il regime), solo la provincia di Trapani registra un timido favore nei confronti della nuova forma di Stato. Il voto, nel suo complesso, è omogeneo per gran parte della sua espressione geopolitico-sociale (quasi antropologica) e, al tempo stesso, riscontra dei caratteri di disomogeneità che rispondo con una esattezza impressionante alle differenti influenze allora contemporanee di una Storia italiana molto diversa dall’Alto Adige alla Sicilia.
Il referendum, così come la composizione del voto per l’Assemblea Costituente, rispecchiano con precisione la composizione sociale dell’Italia di allora; la fotografano nitidamente lasciando il compito ai nuovi dirigenti politici di interpretare la profonda lacerazione che c’è in una nazione divisa a metà tra bracciantato agricolo meridionale e industrializzazione settentrionale. Due quegli elementi di portanza del voto repubblicano, operaismo e ruolo femminile nel dopoguerra, che saranno imprescindibili nella ricomposizione civile, sociale e culturale del Paese: primi promotori di una spinta propulsiva verso tendenze progressiste che non mancheranno di farsi sentire fin da subito, fin dai banchi dell’Assemblea presieduta prima da Saragat e poi da Terracini.
Fonte: la Sinistra quotidiana
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