
Articolo da Sbilanciamoci.info
Nessuna abolizione della Fornero, requisiti più stretti, cassa fatta sulle categorie più deboli e tutele per le lobby più vicine al governo: il bilancio di una legislatura sulle pensioni.
Conti a posto, ma sistema bloccato
Per discutere quanto fatto (o non fatto) sulle pensioni nel corso della legislatura che si avvicina al termine, è bene partire da pochi elementi di fondo, che riassumono lo stato del sistema.
A livello strutturale, i conti della previdenza sono a posto da tempo, la spesa, per quanto alta, è “finanziariamente sostenibile”. Inoltre, il sistema contributivo introdotto nel 1995 è ormai entrato pienamente in funzione e ciò permetterebbe di sfruttare la grande flessibilità che ne doveva costituire il maggior pregio. D’altra parte, il sistema pensionistico necessiterebbe di interventi strutturali di ampia portata, perché vi sono già evidenze che il nuovo meccanismo offrirà, a molti, pensioni troppo basse (il sistema è “socialmente insostenibile”), mentre permangono trattamenti discriminatori e buchi normativi.
Tuttavia, il sistema è completamente bloccato da un problema di mera cassa: per ottenere risparmi finanziari immediati si sono fatte cose inenarrabili, che hanno conseguenze gravi sulla vita delle persone e sul sistema produttivo.
Innanzitutto, l’età di pensionamento è stata sostanzialmente fissata a oltre 67 anni. In realtà, in un sistema pensionistico basato su una formula di calcolo di tipo contributivo, ognuno potrebbe andare in pensione quando vuole, dato che, se va via prima, prende una pensione di importo proporzionalmente minore, poiché la percepirà per un maggiore numero di anni. Ma la flessibilità è stata quasi completamente eliminata perché, bloccando per qualche tempo i pensionamenti, si conseguono risparmi immediati, anche se, paradossalmente, ciò si trasforma in una corrispondente maggiore spesa futura.
Inoltre, per prolungare il più possibile l’effetto di cassa dell’aumento dell’età pensionabile, si è deciso di aumentare nel tempo l’età di pensionamento dello stesso ammontare della crescita della speranza di vita. Una norma che non ha alcuna razionalità economica, visto che l’equilibrio finanziario del sistema è già garantito dalla periodica “revisione dei coefficienti” di calcolo della pensione, che si abbassano quando aumenta la speranza di vita.
La mera ricerca di “cassa” è, fra l’altro, lo stesso motivo che ha portato nel 2010-2013 a posticipare di anni l’erogazione del trattamento di fine rapporto (TFR) ai dipendenti pubblici: sono somme comunque dovute ma, per ridurre la spesa corrente per un biennio, si è deciso di rinviare i pagamenti, creando un meccanismo di indebitamento nascosto a spese dei dipendenti pubblici, norma sanzionata anche dalla Corte Costituzionale, ma dalla quale non si riesce più ad uscire, perché servirebbero le stesse risorse risparmiate nei primi anni.
Un tema assente dal dibattito
Il problema di cassa fa sì che, almeno per ora, il tema pensioni, in altri tempi al centro delle campagne elettorali, appaia volutamente assente dal dibattito politico. Invero, la destra, che nel 2022 aveva promesso di “abolire la norma Monti-Fornero”, la riforma che, nel 2011, in un contesto emergenziale, ha introdotto gran parte delle rigidità del sistema, a partire da quella sull’età di pensionamento, adesso ha paura che le venga rinfacciato il mancato rispetto della parola data agli elettori.
D’altra parte, la sinistra, che proprio per questo potrebbe avere buon gioco, teme di non essere in grado di recuperare risorse aggiuntive, cosicché nicchia anche sulle proposte più di bandiera, quali la tutela previdenziale per giovani e precari, la reintroduzione di qualche flessibilità nell’età di pensionamento a partire da donne, lavoratori precoci, lavoratori addetti a mansioni gravose o usuranti, senza contare il vero e proprio tabù costituito, ormai, dall’abolizione della già ricordata indicizzazione dell’età di pensionamento all’aumento della speranza di vita.
Promesse tradite, requisiti più stretti
Venendo a quanto realizzato dalla destra nella legislatura ormai al termine, l’intervento governativo in ambito pensionistico non ha affrontato i problemi di fondo del sistema, andando piuttosto a stringere ulteriormente i requisiti per il pensionamento e a fare cassa – laddove ha trovato occasione – sulla previdenza, a scapito delle categorie più deboli. D’altra parte, il governo ha garantito i trattamenti di favore e aumentato gli spazi di manovra delle lobby che sente più vicine, così alimentando ulteriormente le iniquità del sistema.
Come detto, il governo si era fatto eleggere con la promessa di abolire la riforma Monti-Fornero e, in particolare, la Lega, che ha espresso in questi anni l’esponente di governo cui è stata delegata la materia pensionistica, si era intestata la promessa di consentire a tutti di pensionarsi fra i 62 e i 64 anni. Invece, nel corso della legislatura non solo sono stati chiusi tutti i meccanismi di pensionamento basati sulle “quote” (quota 100, poi 102, infine 103), che avevano salvaguardato una qualche flessibilità, sia pure pagata a caro prezzo dai lavoratori, ma non sono stati neanche rinnovati interventi come opzione donna, mentre sono stati depotenziati quelli che permettevano l’anticipo del pensionamento a lavoratori addetti ad attività usuranti o gravose.
Non solo, affinché sia chiaro a tutti che l’età massima per la pensione è anche la minima, il governo è intervenuto aumentando il minimo pensionistico cui bisogna arrivare per andare in pensione prima del limite, anche per coloro che sono interamente assoggettati al nuovo sistema: la riforma Monti-Fornero aveva previsto che questi potessero ritirarsi fino a circa tre anni prima a patto che avessero maturato una pensione pari almeno a 2,8 volte il minimo, livello portato, dopo l’ultima legge di bilancio, a 3,2 volte, un numero per la gran parte dei lavoratori inarrivabile e privo di altro senso economico se non quello di “bloccare” il pensionamento.
Vero, il governo è intervenuto per limitare l’aumento dell’età di pensionamento collegata all’aumento della speranza di vita. Ma si tratta di interventi di scarsa rilevanza e temporanei, che non mutano la sostanza dell’operato governativo, volto a prosciugare attivamente tutti i canali di pensionamento prima del limite fissato ormai (dal 2027) oltre i 67 anni.
Autore: Pelto Pekka

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Articolo tratto interamente da Sbilanciamoci.info







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