Da più di un secolo ci ripetono che non esistono alternative. Che la precarietà è inevitabile. Che stipendi fermi, sanità smantellata, case sempre più inaccessibili e diritti ridotti sono semplicemente il prezzo da pagare per stare al passo con il mondo.
Eppure sono le stesse cose che le classi dominanti hanno sempre detto quando qualcuno metteva in discussione i loro privilegi.
La Rivoluzione d'Ottobre continua a suscitare reazioni forti non perché abbia dimostrato che tutto fosse possibile, ma perché ha infranto una convinzione che sembrava intoccabile: l'idea che chi sta in basso debba limitarsi ad accettare le decisioni di chi sta in alto.
Oggi gli zar non esistono più. Al loro posto troviamo grandi gruppi finanziari, multinazionali e oligarchie economiche che accumulano ricchezze immense mentre a milioni di persone viene chiesto di stringere la cinghia. Cambiano i protagonisti, ma il copione spesso resta lo stesso.
Ci dicono di avere paura di qualsiasi cambiamento radicale. Molto meno spesso ci chiedono perché dovremmo considerare normale un sistema che produce disuguaglianze sempre più profonde, lavoro povero, crisi ambientali e conflitti che arricchiscono pochi mentre molti ne pagano le conseguenze.
Ricordare il 7 novembre non significa vivere di nostalgia né cercare risposte nel passato. Significa conservare una certezza: nessun ordine sociale è eterno e nessun privilegio è scritto nelle leggi della natura.
La storia cambia quando le persone comuni smettono di credere che nulla possa cambiare.
E forse è proprio questa, ieri come oggi, l'idea che continua a fare più paura.
Autore: Lupo rosso
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