Articolo da La Tigre di Carta
Tutto si può dire dell’Odissea di Nolan tranne che non faccia discutere. Ne abbiamo sentite di tutti i colori, di tutti i toni e di tutte le sfumature: che Elena interpretata da Lupita Nyong’o era l’ennesimo affronto della cultura woke; che il film riesce a catturare l’essenza di Omero; che il film non c’entra nulla con Omero; che si tratta di un’opera immortale; che è una cagata pazzesca, per dirla col compianto ragioniere; che ha una qualità visiva impressionante, eccetera eccetera. Su pochi film si sono sentiti pareri tanto contrastanti. Questo tipo di polemiche non è raro (pensiamo all’uscita concomitante di Barbie e Oppenheimer di tre anni fa) ma in stavolta le opinioni sono diversissime non solo tra gli appassionati, ma anche tra gli esperti.
Un film come Oppenheimer, infatti, poteva essere criticato in alcune sue parti ed esaltato in altre, ma era costruito con un’accuratezza storica estrema e una mostruosa precisione tecnica: c’erano dei pregi oggettivi che non potevano essere messi in discussione. Di fronte The Odyssey, invece, il dato oggettivo sembra vacillare, e ciò probabilmente è dovuto all’approccio diametralmente opposto dell’autore con questo nuovo film. Il Nolan che conoscevamo è infatti di un’acribia estrema: è il regista che pur di girare una scena “vera” e non in CGI è disposto a bruciare miliardi, costringendo la sua troupe a imprese titaniche, e raramente si ferma al dato tecnico, ma vuole esplorare ogni minimo dettaglio di ciò che racconta. È il regista di Interstellar, uno dei film più accurati a livello scientifico mai realizzati, solo per fare un esempio.
Invece questa precisione stavolta non c’è stata. Chi abbia una contezza anche solo basilare della materia omerica può constatare un numero impressionante di inesattezze, problemi, scelte discutibili. Mentre dal punto di vista tecnico la produzione è ineccepibile, sia per la scelta del 70mm, sia per la fotografia accuratissima e la grande attenzione all’impatto visivo dell’opera, sul lato della scrittura Nolan si è preso molte più libertà. È un dato che The Odyssey abbia delle differenze clamorose rispetto all’opera omerica, e che Nolan non su sia mai distanziato così tanto dal soggetto originale su cui stava lavorando. Il nodo di tutte le polemiche e di tutte le discussioni sta proprio qui, nel rapporto tra Nolan e Omero, tra il regista e l’aedo.
Partiamo dalla trama. Chi – anche giustamente – pensava di vedere una trasposizione cinematografica dell’Odissea, è rimasto sconvolto: quasi metà della storia che ci è stata tramandata è del tutto assente nel film. Non c’è. Senza fare troppi spoiler, possiamo dire che dei punti fondamentali, strutturali, del poema non ci sono. Non stiamo parlando di episodi marginali, che potevano essere tagliati, ma di parti essenziali del poema. Sarebbe come fare una trasposizione della Commedia di Dante e non inserire Paolo e Francesca, o, appunto, il canto di Ulisse, o tutto il Purgatorio. Perché? Nolan è impazzito? C’è chi dice di sì, e chi si sforza di dare un senso a questa scelta. Proviamoci.
Pare ovvio che un autore cervellotico e maniacale come il nostro non potesse darci una versione accomodante dell’Odissea. Certo, Nolan non vuole darci una visione consolatoria, in cui troviamo ciò che ci aspettiamo. Per quanto sia stato altrove minuziosamente filologico, la rappresentazione fedele di un’opera tanto celebre sarebbe apparsa mediocre: è una storia che conosciamo già, e il poema, pur con tutti i suoi quasi tremila anni di storia sulle spalle, si difende ancora egregiamente da solo. Saremmo usciti dalla sala dicendo: «Beh, è come il poema». Bello, ma dimenticabile. No, Nolan doveva dare la sua impronta, e difatti tutti ci chiedevamo dopo gli ingarbugliamenti di Tenet e l’epica visiva di Oppenheimer cosa avrebbe potuto fare con un materiale tanto antico.
In secondo luogo, i poemi omerici sono alquanto difficili da trasporre al cinema. Per la loro struttura a episodi si sposano meglio a una serie TV (lo sceneggiato della Rai del ‘67 riusciva infatti a essere molto aderente al testo) che non a un film, e quindi bisogna condensare intere scene, intere parti, anche fondamentali. Inoltre bisogna considerare che l’Odissea è sì la base della narrativa occidentale, ma proprio perché è la base non segue sempre un ritmo drammaturgico. Rispetto ai poemi precedenti ha una struttura fenomenale, ma è necessario un ampio lavoro di taglio e ricucitura per far sì che rispecchi i tempi di una sceneggiatura moderna. Non sorprende, quindi, che Nolan abbia dovuto rimaneggiare anche pesantemente le scene rispetto a come sono presentate nell’Odissea.
Qui, però, non stiamo parlando di qualche aggiustamento, ma di un cambio profondo, totale. Innanzitutto, il protagonista della sua Odissea non è affatto l’Odisseo omerico, ma Ulisse, e di tutti gli Ulissi possibili, il più vicino è quello di Dante. Lo vediamo dall’episodio centrale del film: Ulisse ha costretto un soldato, Sinone, a sacrificarsi per poter espugnare Troia, e il ragazzo deve farsi prendere prigioniero apposta per poter convincere i troiani a far entrare il cavallo nelle mura. Questo episodio non c’è in Omero, bensì in Virgilio, e poi in Dante, e da qui Nolan costruisce il suo Ulisse, un Ulisse sconvolto dalla guerra, anti-epico, schifato dalla civiltà in cui vive. Un Ulisse decadente, che vaga per il Mediterraneo portandosi dietro il peso di aver distrutto una città e mandato a morte Sinone.
Questo sembrerebbe un colpo di genio, e in effetti lo è. Tra l’altro Ulisse non voleva partire per Troia, e questo giustifica in parte una versione più “pacifista” del suo personaggio rispetto a quanto è stato tramandato. Ma come tenere in piedi tutto il resto della storia? La convivenza tra tutti questi Ulisse non è per nulla facile. Nolan, nel suo tentativo di crearsi un Ulisse tutto suo, che parli dell’Occidente di oggi, finisce per costruire un castello troppo grande da contenere in un solo film. E infatti a un certo punto l’impalcatura inizia a scricchiolare. Ulisse, sia in Omero, sia in Dante, non si pente mai: è parte strutturale del personaggio. Dove trova la forza di tornare a Itaca? Perché vuole tornarci? Qual è la sua intenzione, come personaggio? Nolan non ce lo dice. Come in Tenet, gli avvenimenti accadono perché devono accadere, perché l’ha deciso l’autore dall’esterno, e non in virtù di una forza interna al personaggio. Se Ulisse vive nel rimorso, allora tutta la sua vicenda dev’essere ripensata daccapo. Invece Nolan la prende da Omero, e finisce per rompere il personaggio.
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Autore: Gabriele Stilli
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Articolo tratto interamente da La Tigre di Carta







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