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La strage di Portella della Ginestra fu un eccidio commesso il 1º maggio 1947 in località Portella della Ginestra, nel comune di Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo, da parte della banda criminale di Salvatore Giuliano detto anche Turiddu,[3] che sparò contro la folla di contadini riuniti per celebrare la festa dei lavoratori, provocando undici morti e numerosi feriti.[4][5][6]
Le motivazioni della strage risiedevano, oltre che nella dichiarata avversione del bandito nei confronti dei comunisti, anche nella volontà dei poteri mafiosi e delle forze reazionarie di mantenere i vecchi equilibri nel nuovo quadro politico e istituzionale nato dopo la seconda guerra mondiale. Inoltre, l'eccidio dette inizio alla crisi del maggio 1947 e, nei giorni successivi, fu seguita da assalti a sedi dei partiti di sinistra e delle camere del lavoro della zona. Nonostante non siano mai stati individuati i mandanti, la banda di Giuliano è stata indicata da più parti come la sola ed unica responsabile della strage, in quanto i banditi erano intenzionati a intimidire la popolazione contadina che reclamava la terra e aveva votato per il Blocco del Popolo nelle elezioni del 1947; tuttavia, alcuni politici, storici e giornalisti hanno formulato ipotesi sulla responsabilità degli ambienti politici siciliani e nazionali, nonché su presunte ingerenze dei servizi segreti statunitensi.[7][4][5][6][8][9]
Storia
Nel 1947, all’apertura del secondo dopoguerra, si tornava a festeggiare il 1º maggio la festa dei lavoratori, spostata al 21 aprile, ossia al Natale di Roma, durante il regime fascista.[5]
Circa duemila i lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, e altri da San Giuseppe Jato e San Cipirello, molti dei quali agricoltori, si erano riuniti a Portella della Ginestra, una località montana del comune di Piana degli Albanesi, nella vallata circoscritta dai monti Kumeta e Maja e Pelavet, a pochi km da Palermo, per manifestare contro il latifondismo a favore dell'occupazione delle terre incolte e festeggiare la recente vittoria del Blocco del Popolo, l'alleanza tra i socialisti di Nenni e i comunisti di Togliatti alle elezioni dell'assemblea regionale siciliana, svoltesi il 20 aprile di quell'anno e nelle quali la coalizione PSI-PCI aveva conquistato 29 rappresentanti su 90 (con il 32% circa dei voti) contro i 21 della DC (crollata al 20% circa). La località fu scelta perché alcuni decenni prima vi aveva tenuto alcuni discorsi Nicola Barbato, una delle figure simbolo del socialismo siciliano. In quel periodo le condizioni di vita del popolo erano molto misere e, come poi raccontato da alcuni sopravvissuti alla strage, molti avevano aderito alla manifestazione anche nella speranza di mangiare qualcosa. La manifestazione era incentrata sulla sperata riforma agraria ed era stata preceduta nell'ottobre del 1944 dall'occupazione delle terre incolte che venne legalizzata dal Ministro dell’Agricoltura Fausto Gullo, che cercava così di sopperire alla povertà diffusa, il quale con alcuni decreti permise l'occupazione dei terreni non utilizzati imponendo una diversa ripartizione dei raccolti che favoriva maggiormente gli agricoltori rispetto ai proprietari a differenza delle consuetudini fino ad allora vigenti in Sicilia e che venne visto come motivo di potenziale rivolgimento sociale che avrebbe alterato gli equilibri politici della regione gestiti anche dalla mafia.[5][10][11] Alla fine di un comizio tenuto dal deputato liberale Girolamo Bellavista durante la campagna elettorale per le regionali del 20 aprile, il capomafia di San Cipirello, Salvatore Celeste, aveva gridato: «Voi mi conoscete! Chi voterà per il Blocco del Popolo non avrà né padre né madre».[10][12] Il 28 aprile successivo, alcuni mafiosi di San Giuseppe Jato, San Cipirello e Piana degli Albanesi furono visti riunirsi in una masseria di proprietà di Giuseppe Troia (capomafia di San Giuseppe Jato) in contrada Kaggio, a pochi chilometri da Portella della Ginestra, ufficialmente per discutere di affitti di terreni[11][13].
Tuttavia le sentenze passate in giudicato affermano che la strage venne ufficialmente organizzata nella giornata del 27 aprile 1947 a seguito di una lettera consegnata da Pasquale Sciortino al cognato Salvatore Giuliano e da lui subito bruciata per eliminarne le tracce. Per tale motivo il bandito diede ordine ai suoi uomini di radunare una ventina di uomini per la sera del 30 aprile e gran parte di essi erano “picciotti”, ancora minorenni, reclutati con la promessa che a lavoro finito avrebbero ricevuto 5.000 lire.[10] Alle prime luci dell'alba del 1º maggio, Giuliano e i suoi uomini si ritrovarono in contrada Cippi, sopra il cimitero di Montelepre, e si divisero in gruppi, iniziando quindi la marcia verso il promontorio del Pelavet dal quale si dominava la vallata di Portella della Ginestra; durante il tragitto sequestrarono quattro ignari cacciatori che avevano incrociato per caso per evitare che potessero raccontare qualcosa[11].
Verso le 10 del mattino, un calzolaio di San Giuseppe Iato, Giacomo Schirò, diede inizio al comizio in sostituzione dell'oratore designato che era in ritardo per un contrattempo, il dirigente sindacale Francesco Renda (che a sua volta sostituiva Girolamo Li Causi, il segretario regionale del PCI trattenuto da un altro impegno),[5][14][15] quando improvvisamente dal monte Pelavet partirono sulla folla in festa numerose raffiche di mitra, che si protrassero per circa un quarto d'ora e lasciarono sul terreno undici morti (otto adulti e tre bambini) e ventisette feriti, di cui alcuni morirono in seguito per le ferite riportate[10][11]. Furono sparati circa 800 colpi con almeno sette armi diverse: una mitragliatrice Breda Mod. 30, un Carcano Mod. 91, un mitra Thompson, una carabina M1, un fucile a ripetizione Enfield, una mitragliatrice Bren e un Beretta MAB 38[11][16]. I primi colpi erano stati inizialmente scambiati per dei mortaretti perché sparati in aria ma, anche quando ci si rese conto della loro reale natura, la mancanza di ripari impedì a molti di mettersi in salvo.[5]
Quattro uomini, che erano appartati con una prostituta a circa un chilometro dal luogo della strage, videro scendere dodici banditi dal monte Pelavet dopo la sparatoria ed uno di costoro, che indossava un impermeabile chiaro, disse: «Disgraziati, chi facìstivu?» (it. "Disgraziati, che avete fatto?")[10][11]. Emanuele Busellini, campiere del feudo Strasatto di Monreale, s'imbatté casualmente in un gruppo di banditi che si dirigevano verso Montelepre dopo aver perpetrato la strage: lo sequestrarono e lo condussero fino ad una dolina profonda 80 metri, dove gettarono il cadavere dopo averlo finito a colpi di mitragliatrice per eliminare un testimone scomodo in quanto Busellini era un confidente delle forze dell'ordine[10][11][13]. I suoi resti furono ritrovati dai Carabinieri al comando del tenente colonnello Giacinto Paolantonio soltanto il 22 giugno successivo grazie ad una fonte confidenziale (il bandito Salvatore Ferreri, detto Fra Diavolo)[10]. Busellini lasciava una moglie incinta e una figlia di due anni.[13]
Nel mese successivo alla strage di Portella della Ginestra, nelle giornate del 22 e 23 giugno, avvennero attentati con mitra, molotov e bombe a mano contro le Camere del Lavoro e le sedi del PCI di Monreale, Carini, Cinisi, Terrasini, Borgetto, Partinico, San Giuseppe Jato e San Cipirello, provocando in tutto due morti (i sindacalisti Vincenzo Lo Jacono e Giuseppe Casarrubea, padre dell'omonimo studioso)[17] e numerosi feriti: sui luoghi degli attentati vennero lasciati dei volantini firmati dal bandito Salvatore Giuliano che incitavano la popolazione a ribellarsi al comunismo[10][11].
Così come la mafia aveva giurato vendetta al Fascismo che, con il prefetto Cesare Mori, l’aveva duramente colpita, così, nell'immediato dopoguerra, reagì in sodalizio con massoneria, latifondisti e indipendentisti alle istanze di rinnovamento dei nuovi soggetti politici per garantire il mantenimento dello status quo, sfruttando la fama del bandito Giuliano che si ritrovò a essere solo una pedina all'interno di una macchinazione molto più complessa di quello che poteva immaginare.[5]
La CGIL proclamò lo sciopero generale, accusando i latifondisti siciliani di voler “soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori”[18]. Solo quattro mesi dopo si seppe che a sparare a Portella della Ginestra e a compiere gli attentati contro le sedi comuniste erano stati gli uomini del bandito separatista Salvatore Giuliano, ex colonnello dell'E.V.I.S. Il rapporto dei carabinieri sulla strage faceva chiaramente riferimento a "elementi reazionari in combutta con i mafiosi".[5]
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Photo credit Davide Mauro, CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons







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