lunedì 8 gennaio 2018

Il prezzo della felicità illusoria dei consumi



Articolo da Voci Globali

[Traduzione a cura di Carolina Carta dall’articolo originale di John F. Schumacher pubblicato su openDemocracy.]

La nostra discesa nell’Era della Depressione sembra essere inarrestabile. Fino a tre decenni fa le prime avvisaglie di depressione comparivano intorno ai trent’anni. Oggi l’età media è scesa ai 14. Studiosi come Stephen Izard della Duke University segnalano che, nelle società industrializzate dell’Occidente, il tasso di depressione raddoppia ogni due generazioni. A questo ritmo, oltre il 50% delle generazioni più giovani, tra i 18 e i 29 anni, soccomberà sotto il peso della depressione già a mezz’età. Considerando l’attuale tendenza, si ipotizza che nella prossima generazione praticamente tutti potranno essere potenziali vittime della depressione.

A differenza di molte culture tradizionali in cui questa malattia è totalmente assente – e in cui non esiste nemmeno un vocabolo per definirla – la cultura consumistica occidentale è sicuramente più soggetta a sviluppare la depressione. Un termine di uso comune per descrivere una condizione mentale che dovrebbe però essere interpretato in maniera diversa. In realtà, infatti, la maggior parte delle persone a cui è stato riconosciuto uno stato patologico di depressione non rientra perfettamente nei criteri diagnostici della malattia. Ramin Mojtabai della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health ha condotto lo studio più importante a riguardo, esaminando un campione di oltre 5.600 casi e riscontrando che soltanto il 38% dei pazienti aderiva strettamente ai criteri di depressione.


Contribuisce a creare tale confusione l’insidiosa epidemia di “demoralizzazione che affligge la cultura moderna. Dal momento che alcuni sintomi sono in comune con la depressione, si tende a etichettare la demoralizzazione in modo errato e a trattarla come depressione. Lo scarso successo dei farmaci anti-depressivi, efficace solo nel 28% dei casi, è da attribuire al fatto che un’alta percentuale dei casi di depressione sono in realtà casi di “demoralizzazione”, che dunque non rispondono alle cure.

Un disordine esistenziale

In passato, la nostra idea di demoralizzazione era limitata a specifiche situazioni estreme, come lesioni fisiche debilitanti, malattie terminali, campi di prigionia, o tattiche militari che andavano contro ogni morale. Ma c’è anche una varietà culturale che può esprimersi in maniera molto più sottile, e svilupparsi nascondendosi dietro la normale routine della vita di tutti i giorni, sotto le spoglie di patologie della nostra cultura odierna. La demoralizzazione, generata culturalmente, è praticamente impossibile da evitare per il consumatore moderno.

Piuttosto che un disordine di natura depressiva, la demoralizzazione è un disturbo esistenziale associato al collasso della “mappa cognitiva” della persona. È una crisi psico-spirituale complessiva che disorienta le sue vittime e le rende incapaci di assegnare il giusto significato e il giusto scopo alle cose, e di trovare fonti di soddisfazione personale. Il mondo perde di credibilità e quelle che prima erano ferme convinzioni, si dissolvono ora nel dubbio, nell’incertezza e nella perdita di orientamento. Insorgono quindi frustrazione, rabbia e amarezza insieme ad un sotteso senso di aver perso una battaglia. La definizione “depressione esistenziale” non è appropriata dal momento che, a differenza delle forme più comuni di depressione, la demoralizzazione è una risposta realistica alle circostanze che influenzano la vita della persona che ne è vittima.


La cultura dei consumi impone numerosi fattori di influenza che indeboliscono le strutture della personalità minacciando la capacità di lottare e gettando le basi per una potenziale demoralizzazione. Le sue caratteristiche portanti – l’individualismo, il materialismo, la competizione sfrenata, l’avidità, la tendenza a complicare le cose, il troppo lavoro, la frenesia, i debiti – si ripercuotono negativamente sulla salute psicologica e sul benessere sociale. Il livello di intimità, fiducia e amicizia tra le persone è colato a picco. Sono venuti meno il buon senso, il supporto sociale e comunitario, il conforto spirituale, la crescita intellettuale e l’educazione alla vita. La passività e l’ampia disponibilità di beni hanno rimpiazzato creatività e competenze. Alcuni tratti caratteristici della resilienza, come la pazienza, la capacità di controllo e la forza d’animo, hanno lasciato il posto a una generale scarsa attenzione, agli eccessi e ad un approccio alla vita autoreferenziale.

Studi dimostrano che, a differenza del passato, la maggior parte della gente è oggi incapace di trovare una qualsivoglia forma di filosofia di vita, o una linea di valori. Senza una bussola esistenziale la mente soggiogata dalla commercializzazione gravita attorno alla filosofia del futile– così ribattezzata da Noam Chomsky – nella quale le persone, schiacciate dal peso del loro ruolo di consumatori malleabili, si sentono spogliate del proprio potere e del proprio valore. In questa condizione di mancanza di sostanza, di spessore, e di deriva dagli altri e da sé stessi, il sottile e fragile “Io” del consumatore è facile da frammentare e da abbattere.

I principi organizzativi fondamentali e le pratiche della cultura del consumatore fanno sì che si perpetui un vuoto esistenziale, l’anticamera della demoralizzazione. Non sorprende che questo vuoto interiore venga spesso vissuto come una noia cronica da cui non si può fuggire. Sebbene in superficie appaia il contrario, l’era dei consumi è estremamente noiosa. La causa della noia non è ascrivibile all’attività in sé, che può essere intrinsecamente noiosa, ma al fatto che è priva di significato per la persona che la svolge. La vita del consumatore è imperniata sull’eccesso di desiderio per beni materiali insignificanti, ed è per questo avviluppata nella noia, nel cinismo, nella disaffezione, nell’insoddisfazione. Si evolve così in noia esistenziale, in cui la persona trova tutto monotono e non appagante.

Il consumismo di per sé genera una spirale motivazionale fallace per la società. La realizzazione continua dei desideri ha l’unico effetto, in totale assenza di limiti, di assuefare le persone e di smorzare ogni potenziale soddisfazione per ciò che viene consumato. La persona scivola così nell’”anedonia del consumatore”, laddove il consumo perde di ogni potere di gratificazione e offre soltanto un’effimera distrazione, assumendo un valore rituale. Consumismo e torpore psichico sono perciò irriducibili alleati.

I modelli individualistici della mente hanno ostacolato la comprensione di molti disturbi che affondano le proprie radici prima di tutto nella cultura. Gli ultimi anni hanno visto un crescente interesse verso argomenti di salute e di malattie culturali dal momento che hanno un effetto diretto sul benessere generale. Allo stesso tempo ci si sta progressivamente distaccando dai modelli comportamentali, tornando piuttosto all’ovvia constatazione che l’essere umano ha una natura essenziale, così come una serie di bisogni umani ben definiti, che devono essere indirizzati da un’impronta culturale.

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Fonte: Voci Globali


Autore: 
John F. Schumacher pubblicato su openDemocracy - tradotto per Voci Globali da Carolina Carta


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Articolo tratto interamente da Voci Globali




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