mercoledì 6 settembre 2017

Università, proteste contro il numero chiuso


Articolo da Aetnanet

Una battaglia etica e politica, prima ancora che legale, quella contro il numero chiuso per l'accesso all'università. Una battaglia che da alcuni anni gli studenti conducono in maniera tenace e determinata, contro quello che rappresenta, secondo me, uno dei tanti tasselli di involuzione culturale e civile nel nostro Paese e non solo, che porta a casa una grande vittoria con una sentenza del Tar contro la chiusura delle facoltà umanistiche dell'Università Statale di Milano.
Sembrerà strano, a chi sa che mi occupo quasi esclusivamente di scuola e precariato, l'entusiasmo con cui ho accolto questa notizia, sicuramente non immediatamente riconducibile alle mie tematiche abituali. Tuttavia, chi ha seguito Adida fin dai suoi esordi, ritroverà che proprio nella forte analogia con la battaglia che ormai da sette anni porto avanti, iniziata quando la riforma Gelmini introdusse un nuovo sistema di formazione docenti, ormai superato della legge 107, basato sul numero chiuso.

Non era nuovo, il numero chiuso, ai percorsi abilitanti, ma con quella riforma si disconosceva per la prima volta il servizio prestato, quale titolo per avere un riconoscimento professionale e trattava il precariato storico, non certo autogeneratosi, alla stregua di aspiranti docenti. Il diritto del lavoro, si scontrava con la normativa per la formazione dei docenti e, di conseguenza con il successivo reclutamento, disconoscendo sia il servizio reso alla società e allo Stato, sia la definizione di una professionalità in base a una normativa precedente, con un implicito valore retroattivo.

Così è iniziata la battaglia dei precari storici delle graduatorie d'istituto, interminabile e non conclusa, fatta di continui cambi di regole che hanno contraddetto tutto ciò che si è sempre fatto, a partire dal riconoscimento professionale dei docenti precari. La politica e lo stesso MIUR si rivolgono a noi con i termini “professori”, “docenti”, anche quando non abilitati, perché questo è il ruolo che svolgiamo da anni, insegnare nelle scuole statali. Ma il numero chiuso e la mancanza di una corsia adeguata al riconoscimento fecero da miccia, per un braccio di ferro tra precariato e governi, ancora non concluso.

Proprio sul concetto di “numero chiuso”, quindi, mi vorrei soffermare, per condividere alcune riflessioni che, partendo dalla questione dei docenti, che conosco meglio, arrivino a quella più peculiare dell'accesso ai corsi di laurea.
Quando si trattò di contrastare la legge Gelmini, la questione si fondava sullo sbarramento in entrata a percorsi universitari abilitanti, tanto per gli aspiranti docenti, quanto per i docenti con numerosi anni di servizio alle spalle e i loro titoli, a tutti gli effetti validi all'insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado. Al di là dell'inadeguatezza di questa misura per i docenti di fatto, che così si trovavano a retrocedere, la cosa sembrava a  noi comunque  assurda, considerando che si trattava di chiudere l'accesso alla formazione verso una professione da poter esercitare ovunque, in Italia, come in Europa e nel pubblico come nel privato.

In un'epoca in cui si parla di libera circolazione, di formazione lungo tutto l'arco della vita, di flessibilità, nulla è più rigido e blindato come la formazione e l'accesso allo studio, negando e minando, nelle sue fondamenta, il principio costituzionale della libertà, dell'autodeterminazione, della possibilità di accedere ad una determinata area di interesse non solo in gioventù ma durante tutto l'arco della vita. Il principio del numero chiuso è questo, tradotto nella società civile, la negazione di un diritto costituzionale e umano.

Ai paladini del numero chiuso, che in questi giorni si stanno scatenando in sua difesa, quindi, propongo una riflessione, che difficilmente accoglieranno, ma vale la pena di porgerla a chi, accecato dei media, potrebbe cadere nella crociata ideologica contro i provvedimenti della magistratura, in assenza di voci che, da più angolazioni, ne sostengono invece l'inadeguatezza se non la brutalità.

Primo di tutti è dato oggettivo che la classe dirigente che ha istituito il numero chiuso e che oggi lo conserva è figlia del libero accesso allo studio: i “padri”, quindi, che impediscono ai propri figli di scegliere liberamente, di cambiare se vogliono, di sognare e aspirare ad una professione seguendo le  proprie inclinazioni, i propri obiettivi. Trincerati dietro ad una falsa volontà di regolamentare l'accesso alle carriere, per non creare false aspettative, coloro i quali hanno ideato questa misura hanno fallito in due cose: non aver dato risposte in termini occupazionali ai propri “figli”, aver creato delle diseguaglianze sociali talmente marcate e nette da indurre a scegliere, nell'illusione di una scalata sociale, alcune facoltà piuttosto che altre, vista l'inadeguatezza retributiva di alcune professioni rispetto ad altre.
Invece di lavorare su un progetto sociale equo ed equilibrato, allora, si sono concentrati su  quei tasselli più facili da controllare, gli accessi allo studio, colpendo i giovani nei loro slanci vitali.
Generazioni annichilite, quelle attuali, figlie di generazioni vissute nella libertà di scelta che oggi negano a chi dovrebbe succedere loro.

Dietro a questo sistema, quello del numero chiuso, inoltre, i “padri” hanno creato un mostruoso indotto, fatto di corsi, di tasse d'esame, di libri e volumi divorati per superare meccanicamente test che a nulla servono, se non a vendere preventivamente qualcosa, visto che si accede ad un corso di laurea per imparare, a volte tutto da capo.
Chi può accedere a questi strumenti preparatori avrà più chances, chi non potrà sarà la manovalanza a basso costo, in un Paese ultimo per laureati. Se si consegue un titolo di studio alto, infatti, si pretenderà una retribuzione elevata, senza qualifiche o istruzione, invece, si è più ricattabili e meno valorizzati, dimenticando che ogni anello del complesso sistema sociale regge l'intera struttura.

All'interno delle università, poi, il motivo degli accessi limitati è sostenuto dalla promessa di una migliore gestione del servizio, minore carico di lavoro, migliore qualità dei corsi... bufale! Dietro ci sono tagli indiscriminati anche a danno delle università pubbliche, un taglio di cattedre e insegnamenti o, quando sono stati mantenuti sulla carta, questi ultimi affidati a docenti a contratto, pagati miseramente. Chi detiene il potere all'interno delle università cerca di mantenerlo, piegandosi a logiche politiche che mortificano le università stesse, il loro valore culturale e sociale, oltre che istituzionale.

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Fonte: 
Aetnanet


Autore: Valeria Bruccola (coordinatrice nazionale Adida)

Licenza: Licenza Creative Commons
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Articolo tratto interamente da 
Aetnanet


6 commenti:

  1. Caro Vincenzo, non so se sia giusto! ma se tanti vanno all'università e ci restano spesso per scaldare i banchi questo pure non è giusto!
    Ciao e buon pomeriggio con un forte abbraccio e un sorriso:-)
    Tomaso

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    1. L'università è una libera scelta, non bisogna mai negare il diritto allo studio.

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  2. infatti non serve a nulla...perchè poi "chi deve entrare" per continuare la casta, per esempio baroni medici, i loro figli, come per magia,alcuni dei veri idioti, superano brillantemente i test.corruzione su corruzione.
    buona giornata Cavaliere

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    1. In Italia poi di caste siamo pieni, basta pensare a tanti che sono costretti ad emigrare per lavorare.

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