sabato 5 marzo 2016

Trivelle, petrolio e salute: il caso della Basilicata


Articolo da Zeroviolenza

Rosanna Suozzi, Zeroviolenza
23 novembre 2015

Non si può parlare di impatto sulla salute delle estrazioni petrolifere senza analizzare alcuni aspetti a queste connessi, né si può parlare di trivellazioni, in Italia, senza citare il caso emblematico della Basilicata.

Le perforazioni esplorative e le trivellazioni, innanzi tutto, non considerano mai l'impatto sanitario, provocato sia dall’uso dell’uranio impoverito che da un mix di altri composti radioattivi e metalli pesanti, sulla testa delle trivelle (Brevetti della Halliburton 1984 e 2011), sia dall’utilizzo di solventi e sostanze chimiche (circa 700 secondo Dr Susan C. Nagel of the University of Missouri School of Medicine), usati per favorire la penetrazione delle trivelle nel sottosuolo.

Tali elementi, aumentano l’insorgenza di interferenze endocrine sia in età pediatrica che nell’adulto. In particolare, ciò comporterebbe l’ aumentata l’incidenza di cancro della mammella nelle donne e di tumore alla prostata negli uomini. Anche gli scarti della lavorazione petrolifera, ossia i cosiddetti fluidi di perforazione (per un barile di petrolio sono necessari circa 160 lt di acqua), contaminando acqua e suolo, altererebbero la catena alimentare, causando anch’essi  danni alla salute.

A ciò vanno aggiunti  gli effetti dannosi prodotti dall’acido solfidrico (o idrogeno solforato), nocivo anche a basse dosi, che rappresenta il principale prodotto della lavorazione petrolifera, soprattutto nel petrolio lucano, di  qualità inferiore, per l’alta concentrazione di zolfo, e perciò definito “heavy, sour crude” (pesante e amaro) in quanto più viscoso e corrosivo.

E’ necessario, quindi, per il suo raffinamento, utilizzare sia maggiori quantità di acqua che pressioni e temperature altissime, con liberazione di sostanze altamente tossiche e cancerogene tra cui il cobalto e il molibdeno. Dalle fiamme della combustione, infine, vengono emessi almeno altri sessanta inquinanti cancerogeni tra cui benzene, formaldeide, idrocarburi policiclici, acetaldeide, etc.

 In Basilicata, ad esempio, oltre alle problematiche connesse a quanto sin qui citato, va aggiunta la “acidificazione” dei terreni della Val d’Agri, sempre con brevetto Halliburton che, nel suo sito, ne spiega le varie fasi,  prima di procedere alla fratturazione orizzontale delle rocce, procedura questa che, se non è fracking, gli assomiglia molto. Anche la Petro-One parla di fracking in Val d’Agri e, probabilmente, questa metodica, secondo quanto evidenziabile in una sua pubblicazione,  è stata già attuata, in questa regione, nonostante sia espressamente vietata. 

E’ di appena poco tempo fa, una interpellanza urgente, dall’esponente del Pd Alessandro Bratti, presidente della commissione bicamerale d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, insieme ad altri trenta parlamentari, secondo cui “La Basilicata, a fronte di introiti per 159 milioni, ha subito un inquinamento dell’aria e delle falde acquifere preoccupante. Chiedo al governo di riconsiderare e quindi modificare, in tempi brevi, la Strategia Energetica Nazionale, promuovendo la produzione di energia da fonti rinnovabili e riducendo, al contempo, la produzione di energia da fonti fossili”. 

Nel 2012, invece, è stata esposta la “Relazione territoriale sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti nella regione Basilicata”, documento della competente commissione parlamentare, che ha evidenziato un quadro sconvolgente, se pur parziale, della Basilicata (documento XXIII n. 17). Si legge: “Nel corpo della relazione dell'anno 2000 sono state riportate, inoltre, alcune problematiche attinenti il rischio di smaltimenti illeciti cui appariva esposta la regione, evidenziate dalle diverse autorità interpellate (in particolare, prefetto e autorità giudiziaria).
Allarmante era il dato relativo agli 890 siti inquinati censiti, la metà dei quali connessi alle attività di prospezione petrolifera”.

In Basilicata, si è compiuto, di fatto,  un autentico scempio dell’ambiente che ha interessato l’aria (inquinamento dagli impianti di desolfurizzazione petrolifera, stoccaggio e estrazione, inceneritori, cementifici, ferriere), il suolo (fanghi delle lavorazioni petrolifere, incidenti delle estrazioni, interramento rifiuti, acidificazione della Val D’Agri) e l’acqua, la vera ricchezza di cui dispone la regione, fonte di vita non solo per i suoi abitanti ma anche per alcuni milioni di cittadini di Puglia, Campania meridionale  e Calabria settentrionale, che dipendono dai suoi bacini idrici. 

Il disastro ambientale lucano, infatti,  è connesso non solo alle estrazioni petrolifere attuali, ma anche alle attività correlate (desolfurizzazione, stoccaggio, reiniezione e trattamento reflui,  trasporto) e  a tutti i sondaggi petroliferi effettuati che hanno interessato circa  482 pozzi (dall’inizio del ‘900, vedi  relazione/decreto Corte dei Conti Regione Basilicata 2014). A ciò si aggiunge il sistema di discariche e di incenerimento, legato al  ciclo di gestione integrata rifiuti  (Fenice San Nicola di Melfi, ), e quello relativo alle centrali a biomasse (Centrale del Mercure, Bernalda, Senise), cementifici (Barile e Matera), insediamenti industriali, aree SIN (Val Basento, Tito), impianti di produzione del bitume (Baragiano, Sant’Angelo Le Fratte), ferriere (SiderPotenza) e, da ultimo, il ciclo di trattamento scorie radioattive (Itrec della Trisaia a Rotondella).

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Fonte: Zeroviolenza

Autore: 
Rosanna Suozzi


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Articolo tratto interamente da Zeroviolenza 



1 commento:

  1. Sembra quasi impossibile che si sia così miopi e autolesionisti...ma chi ci guadagna?! Di certo non la popolazione, che ha visto deteriorasi il proprio territorio nel giro di breve tempo..e pensare che era una regione stupenda..

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