venerdì 24 aprile 2015

L'ultima lettera di Giacomo Ulivi



Voglio pubblicare l'ultima lettera prima di essere condannato a morte del partigiano Giacomo Ulivi, fucilato per rappresaglia a Modena il 10 novembre 1944.

Articolo da Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana

Cari amici,
vi vorrei confessare innanzi tutto, che tre volte ho strappato e scritto questa
lettera. L’avevo iniziata con uno sguardo in giro, con un sincero rimpianto per le rovine
che ci circondano, ma, nel passare da questo argomento di cui desidero parlarvi, temevo
di apparire "falso", di inzuccherare con un patetico preambolo una pillola propagandistica.
E questa parola temo come un’offesa immeritata: non si tratta di propaganda ma di un esame
che vorrei fare con voi.
Invece dobbiamo guardare ed esaminare insieme: che cosa? Noi stessi. Per abituarci a
vedere in noi la parte di responsabilità che abbiamo dei nostri mali. Per riconoscere quan-
to da parte nostra si è fatto, per giungere ove siamo giunti. Non voglio sembrarvi un Savo-
narola che richiami il flagello. Vorrei che con me conveniste quanto ci sentiamo imprepara-
ti, e gravati di recenti errori, e pensassimo al fatto che tutto noi dobbiamo rifare. Tutto
dalle case alle ferrovie, dai porti alle centrali elettriche, dall’industria ai campi di grano.
Ma soprattutto, vedete, dobbiamo fare noi stessi: è la premessa per tutto il
resto. Mi chiederete: perché rifare noi stessi, in che senso? Ecco per esempio, quanti di
noi sperano nella fine di questi casi tremendi, per iniziare una laboriosa e quieta vita,
dedicata alla famiglia e al lavoro? Benissimo: è un sentimento generale, diffuso e soddi-
sfacente. Ma, credo, lavorare non basterà; e nel desiderio invincibile di "quiete", an-
che se laboriosa è il segno dell’errore. Perché in questo bisogno di quiete è il tentativo di allontanarsi il più possibile da ogni manifestazione politica. È il tremendo, il più
terribile, credetemi, risultato di un’opera di diseducazione ventennale, di diseducazione
o di educazione negativa, che martellando per vent’anni da ogni lato è riuscita ad inchio-
dare in molti di noi dei pregiudizi. Fondamentale quello della "sporcizia" della politica, che mi sembra sia stato ispirato per due vie. Tutti i giorni ci hanno detto che la politica è un lavoro di "specialisti".
Duro lavoro, che ha le sue esigenze: e queste esigenze, come ogni giorno si vedeva, era-
no stranamente consimili a quelle che stanno alla base dell’opera di qualunque ladro e gras-
satore. Teoria e pratica concorsero a distoglierci e ad allontanarci da ogni
attività politica. Comodo, eh? Lasciate fare a chi può e deve; voi lavorate e credete, que-
sto dicevano: e quello che facevano lo vediamo ora, che nella vita politica – se vita poli-
tica vuol dire soprattutto diretta partecipazione ai casi nostri - ci siamo stati scaraventati dagli eventi. Qui sta la nostra colpa, io credo: come mai, noi italiani, con tanti seco-
li di esperienza, usciti da un meraviglioso processo di liberazione, in cui non altri che i
nostri nonni dettero prova di qualità uniche in Europa, di un attaccamento alla cosa pubbli-
ca, il che vuol dire a sé stessi, senza esempio forse, abbiamo abdicato, lasciato ogni dirit-
to, di fronte a qualche vacua, rimbombante parola? Che cosa abbiamo creduto? Creduto gra-
zie al cielo niente ma in ogni modo ci siamo lasciati strappare di mano tutto, da una minoran-
za inadeguata, moralmente e intellettualmente.
Questa ci ha depredato, buttato in un’avventura senza fine; e questo è il lato più
"roseo", io credo: Il brutto è che le parole e gli atti di quella minoranza hanno

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intaccato la posizione morale; la mentalità di molti di noi. Credetemi, la "cosa pubblica"
è noi stessi: ciò che ci lega ad essa non è un luogo comune, una parola grossa e vuota,
come "patriottismo" o amore per la madre in lacrime e in catene vi chiama, visioni baroc-
che, anche se lievito meraviglioso di altre generazioni. Noi siamo falsi con noi stessi, ma
non dimentichiamo noi stessi, in una leggerezza tremenda. Al di là di ogni retorica, consta-
tiamo come la cosa pubblica sia noi stessi, la nostra famiglia, il nostro lavoro, il nostro
mondo, insomma, che ogni sua sciagura è sciagura nostra, come ora soffriamo per l’estrema
miseria in cui il nostro paese è caduto: se lo avessimo sempre tenuto presente, come sarebbe
successo questo? L’egoismo – ci dispiace sentire questa parola- è come una doccia fredda,
vero?
Sempre tutte le pillole ci sono state propinate col dolce intorno; tutto è stato am-
mantato di rettorica; Facciamoci forza, impariamo a sentire l’amaro; non dobbiamo celarlo
con un paravento ideale, perché nell’ombra si dilati indisturbato.
E’ meglio metterlo alla luce del sole, confessarlo, nudo scoperto, esposto agli sguar-
di: vedrete che sarà meno prepotente. L’egoismo, dicevamo, l’interesse, ha tanta parte in
quello che facciamo: tante volte si confonde con l’ideale. Ma diventa dannoso, condannabile,
maledetto, proprio quando è cieco, inintelligente. Soprattutto quando è celato. E, se ragioniamo,
il nostro interesse e quello della "cosa pubblica", insomma, finiscono per coincidere.
Appunto per questo dobbiamo curarla direttamente, personalmente, come il nostro lavoro più
delicato e importante. Perché da questo dipendono tutti gli altri, le condizioni di tutti gli
altri. Se non ci appassionassimo a questo, se noi non lo trattiamo a fondo, specialmente
oggi, quella ripresa che speriamo, a cui tenacemente ci attacchiamo, sarà impossibile. Per
questo dobbiamo prepararci. Può anche bastare, sapete, che con calma, cominciamo a guardare in
noi, e ad esprimere desideri. Come vorremmo vivere, domani? No, non dite di essere scoraggiati,
di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto
sapere!
Ricordate, siete uomini, avete il dovere se il vostro istinto non vi spinge ad eserci-
tare il diritto, di badare ai vostri interessi, di badare a quelli dei vostri figli, dei
vostri cari. Avete mai pensato che nei prossimi mesi si deciderà il destino del nostro Paese,
di noi stessi: quale peso decisivo avrà la nostra volontà se sapremo farla valere; che nostra
sarà la responsabilità, se andremo incontro ad un pericolo negativo? Bisognerà fare molto.
Provate a chiedevi in giorno, quale stato, per l’idea che avete voi stessi della vera
vita, vi pare ben ordinato: per questo informatevi a giudizi obbiettivi. Se credete nella
libertà democratica, in cui nei limiti della costituzione, voi stessi potreste indirizzare
la cosa pubblica, oppure aspettare una nuova concezione, più egualitaria della vita e della
proprietà. E se accettate la prima soluzione, desiderate che la facoltà di
eleggere, per esempio sia di tutti, in modo che il corpo eletto sia espressione diretta e
genuina del nostro Paese, o restringerla ai più preparati oggi, per giungere ad un progres-
sivo allargamento? Questo ed altro dovete chiedervi. Dovete convincervi, e prepararvi a
convincere, non a sopraffare gli altri, ma neppure a rinunciare.
Oggi bisogna combattere contro l’oppressore. Questo è il primo dovere per noi tutti: ma è bene prepararsi a risolvere quei problemi in modo duraturo, e che eviti il risorgere di essi ed il ripetersi di tutto quanto si è abbattuto su di noi.
Termino questa lunga lettera un po’ confusa, lo so, ma spontanea, scusandomi ed augurandoci buon lavoro.

Giacomo Ulivi


Fonte: Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana


Autore: Giacomo Ulivi

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Articolo tratto interamente da Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana 

3 commenti:

  1. Incredibile... se non ci fosse un nome e una data... questa lettera non avrebbe età... vale ora come allora.

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  2. Un testamento di rara umanità e sconcertante vitalità che andrebbe ricordato spesso. Buon 25 aprile. Paolo

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  3. aro Vincenzo, approfittiamo di questa ricorrenze per fare che sia finalmente il giorno della riconciliazione!!!
    Ciao e buon 25 aprile caro amico.
    Tomaso

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