mercoledì 16 marzo 2016

La fine del “sogno” inglese


 Articolo da Sbilanciamoci.info

La crescita rallenta e l’occupazione è sempre più precaria e mal remunerata. Un Report svela i problemi strutturali dell’economia britannica, per quanto coperti da pomposi trionfalismi da parte del governo in carica

Anche la Gran Bretagna nel 2015 ha visto interrompersi il sogno di un “ritorno alla normalità”. Un chiaro e graffiante report dal titolo “The Cracks Begin to Show: A Review of the UK Economy in 2015”, prodotto da un gruppo di noti economisti del mondo accademico britannico, mette in luce le principali difficoltà, contraddizioni e sfide di un’economia che il governo del paese denigra, celebrando invece i successi della gestione economica degli ultimi cinque anni. La crescita del Prodotto Interno Lordo rallenta e con essa le entrate fiscali. Tale debole crescita è poi trainata dal problematico settore dei servizi, mentre la manifattura continua a recedere e la produzione industriale rimane poco più che stagnante. L’inflazione, intesa come andamento dei prezzi dei beni e dei servizi, è oramai tale per cui si può definire deflazione, mentre galoppano i prezzi e dunque il valore delle azioni, per i fortunati possidenti, a fronte del perdurante sostegno monetario della Banca d’Inghilterra. L’occupazione è in lieve ripresa ma è sempre più precaria e mal remunerata. Come se non bastasse, peggiora il deficit commerciale verso l’estero, causato in parte da una sofferenza nelle esportazioni di beni visibili. I problemi strutturali dell’economia britannica sono evidenti, per quanto ancora sopiti o coperti da pomposi trionfalismi da parte del governo in carica. Si rende quindi necessaria una più approfondita analisi delle questioni cruciali da affrontare.

La tanto acclamata crescita del PIL britannico rimane dunque il risultato di uno straordinario aumento del debito privato delle famiglie. Allo stesso tempo però, l’indebitamento cronico rappresenta semplicemente l’altra faccia dell’aumento delle diseguaglianze, quest’ultime aggravate dalla stagnazione dei salari. Sebbene il reddito complessivo abbia recuperato e superato il livello raggiunto nel 2007, i salari reali medi rimangono del 9% più bassi rispetto al picco raggiunto all’inizio del 2008. Questo è quanto riportato dall’economista dell’Università di Greenwhich, Özlem Onaram, la quale traccia una tendenza “secolare” nel declino della quota salari rispetto il PIL del Regno Unito: da livelli oscillanti attorno al 72%, dal 1960 al 1980, a valori compresi tra il 62% ed il 69% nel corso dei decenni successivi.

Un primo effetto immediato della “ritirata” della quota salari nella composizione globale del reddito è la diminuzione della domanda aggregata, di cui i salari rappresentano una fonte consistente[1]. La stagnazione dei salari, unita all’incremento del divario con la – tuttavia debole – crescita della produttività, provoca dunque un vuoto di domanda reale che incoraggia l’indebitamento e intimidisce l’investimento privato, con conseguenti ricadute sulla produttività. La difficoltà nel realizzare profitti reali, infine, induce le imprese stesse a orientarsi verso attività finanziare che forniscono instabili ma consistenti fonti di profitto.

Come spiegare quindi una volta per tutte la “ripresa” dell’economia britannica nel corso del governo di coalizione Conservatori-Liberaldemocratici degli ultimi cinque anni? Il tasso di crescita del reddito di un aggregato economico è, in ultima istanza, determinato dalla crescita della produttivà e dalla crescita della forza lavoro impiegata. Tuttavia, non vi è una relazione univoca tra questi fattori e generalmente accade, come nota Jeremy Smith per il caso UK, che la crescita della produttività sia trainata nel breve/medio periodo dalla domanda, in particolare quella per investimenti. Le politiche di compressione della domanda, più che le imposte sui profitti delle imprese (scese dal 28% al 20% nel corso dell’ultima legislatura), hanno avuto l’effetto di rallentare la produttività attraverso il basso livello di investimenti in capitale fisico.

L’occupazione è potuta perciò ricrescere, grazie ad una stagnante produttività che altrimenti avrebbe ostacolato la creazione di nuovi posti di lavoro. Si tratta però di un’occupazione concentrata nei settori dei servizi a bassa remunerazione. Come confermato dai dati dell’ufficio statistico nazionale, crescita dell’occupazione e scivolamento verso il basso dei salari sono andati di pari passo.

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Autore: 
traduzione a cura di Simone Gasperin e Tommaso Gabellin
Licenza: Licenza Creative Commons
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Articolo tratto interamente da Sbilanciamoci.info 


1 commento:

  1. molto interessante perchè alcuni guardano inghlterra come una panacea il paese del bengodi

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