mercoledì 2 settembre 2015

Amianto, ecco l’altra strage di Bologna

Stazione di Bologna

Articolo da Wired

749 persone morte a causa dell’amianto, dal 1989 al 2014. Il prezzo altissimo dell’amianto pagato finora dalla città di Bologna. Molte di loro, come i 403 lavoratori delle Officine Grandi Riparazioni (OGR) sono “colpevoli” di aver convissuto per troppo tempo con la fibra killer con cui si isolavano le carrozze delle Ferrovie dello Stato fino al 1992, anno di messa al bando dell’amianto.

“Un dramma che ho toccato con mano dal 1986, l’anno in cui sono entrato in OGR, ma di cui abbiamo appreso la vera entità, per la prima volta, dall’AUSL nell’istruttoria pubblica sull’amianto voluta finalmente dal comune di Bologna a dicembre 2014 – racconta Salvatore Fais, combattivo delegato sindacale e rappresentante per la sicurezza dei lavoratori, solo da qualche giorno in pensione.
“A pieno regime, entravano nell’area di via Casarini almeno 100 tonnellate di amianto l’anno e fino al 1990 i treni, tra cui il famoso Pendolino, ne erano ancora imbottiti“. Quello stesso amianto che i lavoratori per decenni hanno usato e maneggiato con disinvoltura fino a quando non hanno cominciato ad ammalarsi. E morire.
“Quando mi sono reso conto di cosa stava succedendo, nel silenzio generale, ho deciso di documentare tutto- racconta Fais- ma la strage iniziata allora, continua, e oltre piangere i nostri colleghi, viviamo tutti con l’angoscia di una malattia che non perdona”.
Per non dimenticare, il caparbio operaio ha raccolto oltre che un vero e proprio dossier, le foto e i nomi di oltre duecento colleghi scomparsi, proprio all’interno dei capannoni,  creando una sorta di museo e monumento civile dedicato ai morti di lavoro. Quei “numeri” che le fredde statistiche epidemiologiche pongono nel “picco di mortalità previsto tra il 2015 e il 2020” hanno un volto, una storia. Le loro vite si sono spente in un susseguirsi cadenzato di funerali, che ha scosso, finalmente, la comunità bolognese.

“Il museo alle vittime è stato aperto alla cittadinanza -racconta Fais- lo scorso 28 aprile, durante la giornata dedicata alle vittime dell’amianto, quando una catena umana ha circondato l’intero perimetro delle ex-OGR, gli oltre 120 mila metri quadrati nel quartiere Porto, oggi di proprietà Trenitalia e in dismissione.
“Ma non tutto l’amianto non è stato ancora completamente bonificato ma confinato” denuncia Fais – e INAIL non ha ancora riconosciuto l’esposizione professionale agli ex-lavoratori OGR che non usufruiscono dei benefici di legg per gli esposti all’asbesto, quel prepensionamento per la minor aspettativa di vita. Anche per questo Fais il 21 luglio si è incatenato davanti alla sede bolognese dell’istituto. “Un gesto estremo per cercare di attirare l’attenzione delle Istituzioni- racconta il delegato CGIL- il prefetto Sodano ha promesso una sua mediazione, speriamo”.
La conferma che gli ambienti di lavoro fossero dei veri e propri gironi danteschi arriva dalla preziosa testimonianza di Matteo Antonio, responsabile del reparto scoibentazione delle carrozze, in OGR per 32 anni.“I reparti di lavorazione e riparazione delle carrozze erano tutti contigui e in un ambiente unico, la polvere d’amianto volava dappertutto, dalla falagnameria, alla tappezzeria agli elettricisti fino alla mensa”.Matteo ha passato tutta la sua vita lavorativa in OGR e ha visto morire i propri compagni di lavoro, nonostante abbia lottato per lavorare in sicurezza. “Ho vinto il concorso nel gennaio del 1970, insieme a me oltre 1000 operai vennero assunti nel giro di tre anni- racconta il ferroviere- sono andato in pensione il 30 giugno 2002 ed ho vissuto il prima e il dopo”. Già, perché fino al 1992 l’amianto veniva usato dappertutto. “L’officina era specializzata nella riparazione degli elettrotreni e degli “alta velocità”. L’asbesto era ovunque: dalle guarnizioni all’isolamento di pareti e pavimenti”. Per coibentare completamente una carrozza venivano impiegati fino a 250 kg di amianto. “Ci accorgemmo che qualcosa non andava quando, alla fine degli anni ’70 cominciarono a morire gli operai specializzati della Davidson e Rhodes di Genova, la ditta genovese incaricata di spruzzare le pareti dei treni con l’amianto. Quei pezzi che poi noi limavamo, spolveravamo e tagliavamo senza nessuna protezione, neppure una mascherina”.

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Fonte: Wired

Autore: Rosy Battaglia

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Articolo tratto interamente da
Wired

Photo credit MartinaFerrara (Own work) [CC BY-SA 3.0], via Wikimedia Commons

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