In Italia sta passando un’idea pericolosa: che l’odio sia normale. Che insultare, aggredire o umiliare chi è considerato “diverso” sia quasi un gesto di coraggio patriottico. Ma questo clima non nasce dal nulla. Viene alimentato ogni giorno da politici e influencer di destra che parlano di “invasione”, “remigrazione”, “criminali stranieri”, costruendo un nemico perfetto su cui scaricare paure e frustrazioni.
La cosa più grave è che una parte del Paese ci crede davvero. Bombardato da video e clip montate ad arte, l’italiano medio spesso non verifica nulla: condivide e basta. Così le fake news diventano verità di massa, e un titolo urlato sui social pesa più di un’inchiesta o di un dato ufficiale.
La cronaca recente mostra chiaramente dove stiamo andando. A Roma, pochi giorni fa, un ambulante senegalese ha denunciato di essere stato insultato con frasi come “sei africano, torna a casa tua” e colpito con spray al peperoncino da un noto influencer di destra, durante un vero e proprio blitz razzista. L’indagine è in corso, ma il messaggio è già arrivato: trasformare un lavoratore nero in un bersaglio pubblico, colpevole solo di essere lì.
A Genova, associazioni e osservatori locali parlano di un aumento di aggressioni e discriminazioni contro persone LGBTQIA+ e giovani di origine straniera. Ragazzi seguiti nei negozi solo per il colore della pelle, insulti omolesbobitransfobici, sospetti automatici verso chiunque non rientri nell’immagine del “vero italiano”. È un clima in cui l’odio si sente autorizzato a uscire allo scoperto.
E non sono casi isolati. I dati dell’OSCAD dicono che nel 2022 ci sono stati 1.384 crimini d’odio, più della metà per motivi etnici o razziali. L’Ufficio antidiscriminazioni segnala centinaia di episodi in pochi mesi. Dietro ogni numero c’è una persona: qualcuno picchiato, umiliato, discriminato, una famiglia che non si sente più al sicuro.
In questo contesto, far finta di niente significa essere complici. Condividere video che umiliano migranti, rom, persone nere o LGBTQIA+ “per scherzo” significa fare il gioco di chi usa l’odio per ottenere like o voti. Non basta dire “io non sono razzista”: bisogna dimostrarlo.
Non è un tema “da anime belle”. È il punto in cui si vede davvero da che parte stiamo.
Perché in un Paese dove l’odio viene normalizzato, la neutralità non esiste: o difendi chi viene colpito, oppure anche senza volerlo, lasci spazio a chi colpisce.
E allora serve una scelta chiara. Stare accanto a chi subisce razzismo, violenza, discriminazione. Rifiutare la narrazione tossica che trasforma persone reali in bersagli. Spezzare la catena dell’odio ogni volta che ci passa davanti, anche quando è scomodo, anche quando siamo gli unici a farlo.
La democrazia non si difende da sola.
La difendiamo noi, ogni giorno, decidendo di non voltare lo sguardo.
E oggi questa è la linea del fronte: o stiamo con chi viene preso di mira, oppure lasciamo campo libero a chi mira.
Autore: Spartaco
Licenza: pubblicato e concesso su richiesta dell'autore
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"L'ultima guerra tra gli uomini sarà una guerra per la verità. Si svolgerà in ogni singolo uomo. Sarà una guerra contro la propria ignoranza, contro la propria aggressione e la rabbia. Soltanto una trasformazione radicale di ogni singolo uomo potrà diventare l'inizio di un'esistenza pacifica per tutti gli uomini."
"Volevo che i giovani sapessero, capissero, aprissero gli occhi. I giovani devono conoscere la società in cui vivono. Guai se i giovani di oggi dovessero crescere nell'ignoranza, come eravamo cresciuti noi della "generazione del Littorio". Oggi la libertà li aiuta, li protegge. La libertà è un bene immenso, senza la libertà non si vive, si vegeta."
"Conoscere sé stessi implica un lavoro interiore, un rivolgersi alla propria anima, ma è anche un proiettarsi al di fuori, un proiettarsi in un altro, in un’altra anima, con la quale intraprendere un cammino verso la conoscenza della verità. Ecco perché Socrate non smette mai di passeggiare nella città a caccia di coloro che si dichiarano padroni di una conoscenza, per smascherare la loro ignoranza e ricondurli a quel piano dal quale è possibile partire in direzione della vera conoscenza."
La
raccolta di dati ufficiali (amministrativi o statistici) sulle
discriminazioni e i reati razzisti è uno dei problemi con i quali si
confrontano da tempo le agenzie internazionali che tentano di
monitorarli in modo sistematico. Una delle principali difficoltà è
costituita dalla natura stessa del fenomeno che deve essere monitorato.
Gran parte degli atti, dei comportamenti e delle violenze razzisti restano nell’ombra perché non sono denunciati da parte delle persone che ne sono colpite o di chi ne è stato testimone.
La
carenza di dati ufficiali che continuiamo a registrare in Italia anche
in relazione ai casi di discriminazione e di razzismo noti, perché
denunciati alle autorità preposte, va ben oltre questi limiti. Oltre
alla persistente mancanza di un sistema coordinato di raccolta dei dati
relativi alle diverse tipologie degli atti discriminatori e dei reati
razzisti, il problema è la trasparenza: i dati
amministrativi ufficiali disponibili non sono sufficientemente
divulgati; d’altra parte le indagini statistiche nazionali sul fenomeno
risalgono a molti anni fa. Nel momento in cui scriviamo, è in corso una
nuova indagine nazionale condotta dall’Istat, volta ad indagare le opinioni della popolazione
rispetto alla diffusione nella società delle discriminazioni nelle
diverse forme (in base a genere, salute, religione, orientamento
sessuale, identità di genere ecc.) e gli episodi di discriminazione
eventualmente subìti, ma i risultati non sono ancora stati pubblicati.
I dati disponibili sui reati commessi con un movente razzista
Le
carenze informative che riguardano il nostro paese sono particolarmente
rilevanti in relazione ai reati razzisti. Le banche dati on line
disponibili presso il sito del Ministero della Giustizia e le
statistiche pubblicate dall’ISTAT in materia di giustizia penale non
permettono infatti di rilevare i dati su questa tipologia di reato né
sono facilmente accessibili i dati sulle denunce pervenute alle forze
dell’ordine. 1
L’ODIHR (Office for Democratic Institutions and Human Rights operante
presso l’OSCE), pubblica ogni anno nel mese di novembre un rapporto
internazionale sui cosiddetti crimini di odio, ovvero sui reati commessi
sulla base di un movente discriminatorio. Si tratta di dati
amministrativi che sono comunicati a ODIHR, per quanto riguarda l’Italia, dalle Forze dell’Ordine e da OSCAD (Osservatorio per la Sicurezza contro gli atti discriminatori2). Insieme a questi dati ufficiali, ODIHR raccoglie anche informazioni qualitative sui casi documentati dalle organizzazioni della società civile.
Il grafico sottostante illustra in serie storica i dati sui reati discriminatori e su quelli specificamente razzisti comunicati dalle autorità italiane a ODIHR /OSCE a partire dal 2013.
L’alfabeto della violenza e della giustizia “fai da te” trova modo di affascinare sempre di più non solo a livello internazionale. Mercoledì 24, dalle ore 18, sui gradini del palazzo ducale di Genova, durante la 1256° Ora in silenzio per la pace, verrà distribuito questo volantino
Siamo alle ronde
Le indagini
sono ancora in corso, ma pare che venti maschi “coraggiosi” di San
Fruttuoso abbiano aggredito a bastonate un minorenne non accompagnato,
colpevole (forse) di molestie e danneggiamenti. Gli hanno spaccato il
cranio. Sembra anche che una ronda analoga sia stata organizzata a
Quinto, i cui abitanti da tempo lamentavano molestie e atti di
vandalismo. Non “sembra” ma “è certo” che sui social si contino
centinaia di commenti che approvano le ronde e la giustizia “fai da te”.
E chi prova a ragionare viene invitato a portarli a casa sua.
In Italia
muoiono tre persone al giorno sul lavoro, soprattutto in edilizia. Un
fatto che dovrebbe creare un forte allarme sociale. Vogliamo organizzare
ronde per sprangare i padroni che ignorano le norme di sicurezza? Chi
plaude ai venti vigliacchi di San Fruttuoso ribadirebbe anche in questo
caso “colpirne uno per educarne cento?”.
In Italia
l’evasione fiscale ha raggiunto livelli record. Gli evasori li
conosciamo tutti, con nome e cognome, perché ogni giorno abbiamo a che
fare con loro. L’evasione fiscale incide fortemente sul bilancio dello
stato. Vogliamo aspettare sotto casa medici, idraulici, negozianti che
non rilasciano lo scontrino fiscale?
A Taranto
esiste un’azienda (ha cambiato diversi nomi: ILVA, Acelor Mittal, ecc,
ma sono sempre gli stessi) che da decenni emette sostanze cancerogene.
Ha sulla coscienza migliaia di cancri, anche di bambini. Cerchiamo i
padroni e i loro complici, e gli bruciamo la casa?
Intere regioni italiane sono ostaggio della criminalità organizzata.
Mafia, camorra, ‘ndrangheta, stidda, sacra corona unita. Vivono a “cento
passi” da casa nostra. Anche in questo caso vale il principio del
“colpirne uno per educarne cento”? Li spranghiamo? E da quale mafioso
vogliamo cominciare?
Unisci la rossa tua bocca alla mia,
o Estrella gitana!
Sotto l’ora solare del mezzogiorno
morderò la mela.
Fra i verdi ulivi della collina
c’è una torre moresca,
colore della tua carne campagnola
che sa di miele e d’aurora.
Mi offri nel tuo corpo ardente
il divino nutrimento
che dà fiori al ruscello quieto
e stelle al vento.
Come ti sei data a me, luce bruna?
perché mi desti pieni
d’amore il sesso di giglio
e i seni sonori?
Fu per la mia tristezza?
(Oh, miei goffi passi!)
Forse destò pietà in te
la mia vita spenta di canti?
Perché non hai preferito ai miei lamenti
le cosce sudate
di un San Cristoforo contadino
pesanti in amore e belle?
Danaide del piacere sei con me.
Femminile Silvano.
I tuoi baci odorano come il grano
secco dell’estate.
Oscurami la vista col tuo canto.
Sciogli la tua chioma
dispiegata e solenne come un manto
d’ombra sopra i prati.
Dipingimi con la bocca insanguinata
un cielo d’amore,
su un fondo di carne, la stella
violetta del dolore.
Prigioniero è il mio pegaso andaluso
dei tuoi occhi aperti,
e volerà desolato e assorto
quando li vedrà morti.
Anche se tu non m’amassi, t’amerei
per il tuo sguardo cupo
come l’allodola ama il giorno nuovo
per la rugiada.
Unisci la rossa tua bocca alla mia,
o Estrella gitana!
Lasciami sotto il giorno chiaro
consumare la mela.
"Per la strada cantavo sempre, i pastori quando mi sentivano dicevano oggi Maria è di fiume… quando avevo paura, correvo e cantavo. Ho sempre detto che scacciavo le Ombre dalla mia strada solo attraverso la mia voce… avevo paura del buio, sentivo echi di passi, sapevo che erano loro, le Ombre, che mi accompagnavano dal mondo del passato. Allora cantavo a voce delirante."
Il 22 giugno venti garibaldini della squadra Celere del distaccamento "Gaetano Bedeschi" comandata da Enrico Cavicchioni, detto “Lupo”, un ragazzo di 19 anni, partì da Ligonchio con l'incarico di far saltare un ponte in muratura sulla strada statale 63, nella località La Bettola di Vezzano sul Crostolo, proprio al confine con il comune di Casina. L'obiettivo era quella di isolare il presidio della Feldgendarmerie
tedesca dislocata in funzione anti-partigiana a Casina, lungo la strada
del Cerreto. Preparando la demolizione del ponte, che si trovava
proprio di fronte a una locanda che ospitava molti sfollati dalle città,
la squadra scavò delle buche per posizionarvici la dinamite e fece
allontanare dalla locanda gli avventori che vi si trattenevano. Complice
lo scarso addestramento con gli esplosivi, tuttavia, il tentativo fallì
e i danni al ponte furono limitati. La squadra decise dunque di
lasciare la località e fare ritorno a Ligonchio. Il giorno seguente i
nazisti si recarono alla locanda ipotizzando di trovare dei partigiani
nascosti. Non riconoscendone nessuno si allontanarono.
La sera del 23 giugno, la squadra Celere
tornò per completare la demolizione del ponte. I tedeschi, vista
l’azione della giornata precedente, inviarono una camionetta per
pattugliare la zona che incrociò verso le 21:45 il gruppo di partigiani e
ci fu uno scontro a fuoco che vide la morte di due nazisti e di tre
partigiani, il comandante "Lupo" e due combattenti, Pasquino Pigoni
"Maestro" e Guerrino Orlandini "Drago". Nel frattempo due tedeschi,
scampati allo scontro, raggiunsero il proprio comando riferendo di
essere stati attaccati dai partigiani. Alle ore 23:15 dello stesso
giorno si mossero da Casina, autotrasportati, una cinquantina su
centoquaranta dei militari tedeschi presenti.
Verso le 01:00 del 24 giugno, i militari tedeschi
circondarono la locanda e alcune case nei pressi. Le trentadue persone,
tutte ospiti de La Bettola, vennero prese in ostaggio e
costrette a rimanere a lungo a terra, mentre i nazisti irrompevano
nelle abitazioni vicine. In quella della famiglia Prati uccisero il
proprietario Ligorio e sua moglie Felicita Prandi, di 70 e 74 anni,
insieme alla figlia Marianna, depredando poi la casa e incendiandola
successivamente. Colpirono anche la nipote dei coniugi Prati,
l’undicenne Liliana Del Monte, che, pur essendo stata ferita con tre
pallottole al collo, al torace e alla spalla, riuscì a scampare alle
fiamme saltando da una finestra. Nella caduta, da un’altezza di 5 metri,
si spezzò una gamba, ma riuscì comunque a trascinarsi fino alla sponda
del torrente Crostolo,
dove rimase nascosta fino alla mattina, quando un soldato tedesco la
intravide e la portò sul ciglio della strada. Qui venne rinvenuta e
portata in ospedale dove venne curata[1].
Gli ospiti della locanda, sentendo gli spari provenire
dalla casa vicina, si tranquillizzarono pensando che da lì a poco, i
tedeschi, avendo già eliminato qualcuno, se ne sarebbero andati. Vennero
invece fatti uscire e separati in due gruppi, dietro la casa e nel
garage dell’albergo. Questi ultimi vennero trucidati a colpi di
mitragliatrice, ricoperti da tronchi di albero e dati alle fiamme.
Coloro che invece erano stati radunati dietro la locanda, vennero uccisi
a colpi di pistola e bastonate, venendo poi arsi anche loro nel rogo
creato.
Tra le vittime vi fu anche Piero Varini, un bambino di
diciotto mesi che, consegnato dalla madre ai soldati tedeschi nella
speranza venisse risparmiato, fu invece gettato nel fuoco ancora vivo[1].
Il gestore della locanda, Romeo Beneventi, riuscì a
sopravvivere scappando da una finestra nel bagno del garage, dalla quale
aveva già fatto fuggire il figlio e la moglie. Nella fuga venne colpito
da un proiettile che gli trapassò la guancia. Riuscì tuttavia a mettere
in salvo se stesso e la sua famiglia[2].
Un altro sopravvissuto all’eccidio, Paolo Magnani, si salvò
nascondendosi nel solaio della locanda, visto il suo stato di renitente
alla leva. Un soldato tedesco salì per controllare se ci fosse qualcuno
presente, ma Magnani, essendosi ricavato un nascondiglio tra le cataste
di legna, non venne notato. Aspettò finché si decise a fuggire dalla
porta sul retro de La Bettola, corse fino a Montalto,
dove venne ospitato presso la casa di amici. Il giorno successivo
l’eccidio, venne a sapere che i suoi genitori, Giuseppe Magnani ed Emma
Ronzoni, erano stati uccisi e i loro corpi bruciati insieme agli altri
ospiti della locanda[2].
"Il destino, come tutto ciò che è umano, non si manifesta in astratto, ma si incarna in qualche circostanza, in un piccolo luogo, in un volto amato, o in una nascita povera ai confini di un impero. Né l'amore, né i veri incontri, nemmeno i profondi scontri, sono opera delle coincidenze, ma ci sono misteriosamente riservati. Quante volte nella vita mi ha sorpreso come tra la folla di persone che esistono nel mondo, ci siamo imbattuti in quelle che in qualche modo possedevano le tavole del nostro destino, come se fossimo appartenuti a una stessa organizzazione segreta, o ai capitoli di uno stesso libro! Non ho mai saputo se li riconoscete perché li cercavano già, o se li cercavano perché già confinavano i dintorni del nostro destino."
"Beh, io suono con il cuore, sai, quindi se non funziona dopo un paio d'ore, scordatelo. A meno che non sentiamo di essere in qualche modo sulla strada giusta, allora continuerò. È tutto, davvero; non ho la magia di premere un pulsante e succede. O succede o non succede."
"Abbiamo dato il via a un tipo inedito di umorismo, che non era cabaret e non si poneva sulla scia dei maestri che tanto amavamo, come Totò o Walter Chiari. Un umorismo, dopo 50 anni lo posso affermare con un po' di presunzione senza tempo. Non parlavamo mai di attualità, sapevamo che è caduca."
"Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela ciascuno. Ma se tu hai un'idea, ed io ho un'idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee."
George Bernard Shaw
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"Nel mare puoi trovare centinaia di conchiglie differenti. ma solo dentro te stesso potrai trovare la determinazione e la perseveranza per conquistare quelle pochissime perle preziose che si nascondono in quel mare di conchiglie. E nonostante le tempeste e quando tutto sembrerà ormai perduto, c’è sempre la speranza, una forza incredibile e inaspettata che ti farà ricominciare e che soffierà lontano gli ostacoli e tutto quanto ti preoccupava e ti spaventava."
"L’acqua del mare non può affondare una nave, a meno che non vi entri dentro. Allo stesso modo, la negatività del mondo non può distruggerti, a meno che non tu permetta ad essa di entrare dentro di te."
"Esiste qualcosa di più grande e più puro rispetto a ciò che la bocca pronuncia. Il silenzio illumina l’anima, sussurra ai cuori e li unisce. Il silenzio ci porta lontano da noi stessi, ci fa veleggiare nel firmamento dello spirito, ci avvicina la cielo; ci fa sentire che il corpo è nulla più che una prigione, e questo mondo è un luogo d’esilio."
"Sono le piccole cose che occupano gli spazi più profondi del cuore. Piccoli dettagli diventano tesori nascosti, parole delicate, gesti d'amore, sono quelli che porteremo con noi per sempre."
La violenza domestica è un problema grave che colpisce milioni di persone in tutto il mondo. Le vittime di violenza spesso si trovano in una situazione di isolamento e paura, e possono essere reticenti a chiedere aiuto.
Il segnale consiste nel piegare verso il palmo della mano il pollice, tenendo le altre quattro dita in alto, per poi chiuderle a pugno coprendo il pollice. Questo gesto assomiglia a un semplice saluto con la mano, quindi è difficile da individuare da parte dell'aggressore.
Se vedete qualcuno fare questo gesto, è importante che interveniate. Potete farlo in diversi modi:
Chiamate le forze dell'ordine
Contattate un centro antiviolenza (numero 1522)
Parlate con la persona in privato e offritele il vostro supporto
Non rimaniamo indifferenti davanti a questo gesto, se invece siete vittime di violenza domestica, non esitate a chiedere aiuto, ogni secondo può essere importante.
"La parola femminicidio non indica il sesso della morta. Indica il motivo per cui è stata uccisa. Una donna uccisa durante una rapina non è un femminicidio. Sono femminicidi le donne uccise perché si rifiutavano di comportarsi secondo le aspettative che gli uomini hanno delle donne. Dire omicidio ci dice solo che qualcuno è morto. Dire femminicidio ci dice anche il perché"
Il 23 giugno 1888 fu eseguita per la prima volta l’Internazionale, l’inno che sarebbe diventato simbolo globale della solidarietà operaia. Composto da Eugène Pottier nel 1871 e adottato come inno ufficiale dall’Internazionale dei Lavoratori (anch’essa nata a metà dell’Ottocento), il brano si è diffuso in molte lingue, portando con sé un messaggio di unità tra lavoratori di diverse nazionalità.
Il conteggio preliminare del ballottaggio colombiano assegna ad Abelardo de la Espriella un vantaggio minimo su Iván Cepeda, ma il Pacto Histórico impugna decine di migliaia di sezioni elettorali. Tra accuse di irregolarità, pressioni esterne e appoggi statunitensi, la Colombia entra in una fase pericolosa.
La Colombia esce dal secondo turno delle elezioni presidenziali con
un risultato formalmente ancora sospeso sul piano politico, anche se il
conteggio preliminare ha già spinto la destra a proclamarsi vincitrice:
Abelardo de la Espriella, candidato dell’estrema destra filotrumpiana, è stato indicato dai risultati preliminari come primo davanti a Iván Cepeda, rappresentante del Pacto Histórico e della continuità progressista con il governo di Gustavo Petro.
Ma la rapidità con cui De la Espriella si è autoproclamato presidente,
senza attendere il completamento dello scrutinio ufficiale e delle
verifiche sulle irregolarità denunciate, dice molto del clima in cui si è
consumato questo passaggio. Non siamo infatti davanti a una semplice
alternanza elettorale, bensì a uno scontro di potere che mette in gioco
la sovranità democratica della Colombia, la possibilità di proseguire il
progetto progressista avviato da Petro e il ruolo stesso del Paese
nell’America Latina attraversata dalla nuova offensiva imperialista di Donald Trump.
Secondo i dati finora disponibili, il margine tra De la Espriella e Cepeda è inferiore a un punto percentuale,
in una votazione nella quale nessuno dei due candidati supera il 50%
dei voti validi. Una differenza così ridotta impone prudenza,
trasparenza e pieno rispetto delle procedure. Per questo Iván Cepeda ha
scelto di non riconoscere il conteggio preliminare come risultato
definitivo e ha annunciato l’impugnazione di 33.000 sezioni elettorali
in tutto il Paese. Il Pacto Histórico ha trasferito la
definizione dell’elezione allo scrutinio ufficiale, chiedendo ai propri
testimoni di seguire ogni atto, ogni verbale, ogni dato. È una posizione
democratica, non eversiva: Cepeda ha chiarito che, una volta concluse
le verifiche e lo scrutinio, la sua coalizione rispetterà il risultato
finale.
Gustavo Petro ha
dato voce a questa preoccupazione con la gravità che compete a un
presidente uscente di fronte a un risultato quasi pareggiato. Petro ha
ricordato che è lo scrutinio ufficiale a determinare chi sia il
presidente, non il conteggio preliminare elaborato da un sistema tecnico
oggetto di contestazioni. Ha inoltre chiesto di impugnare le sezioni
elettorali con moduli E14 senza firme e ha insistito sulla necessità di
attendere il lavoro dei giudici. In questo modo, il presidente smonta in
anticipo la narrativa della destra, che tenta di presentare ogni
richiesta di verifica come un attacco alla democrazia. È vero il
contrario: in una democrazia, soprattutto quando il margine è minimo, il
controllo degli atti, la verifica dei verbali e la possibilità di
reclamo sono strumenti essenziali per proteggere la volontà popolare. Se
una parte del sistema elettorale mostra anomalie, la fretta di chiudere
la partita diventa essa stessa un problema politico.
La proclamazione anticipata di De la Espriella appare dunque come un atto di forza simbolico.
Dal palco di Barranquilla, il candidato della destra ha parlato come se
il Paese avesse già emesso un verdetto definitivo, rivendicando il
potere prima che lo scrutinio ufficiale chiudesse il processo. Questo atteggiamento ricorda da vicino lo scenario peruviano evocato nelle ultime settimane:
una destra che viene presentata come vincitrice in base a risultati
preliminari, mentre emergono dubbi, contestazioni e sospetti di
interferenze esterne. Naturalmente ogni Paese ha le proprie specificità e
ogni denuncia deve essere verificata con rigore. Ma il modello politico
è riconoscibile: concentrare rapidamente l’attenzione pubblica sulla
“vittoria” della destra, trasformare il conteggio preliminare in fatto
compiuto, delegittimare chi chiede trasparenza e costruire un clima
internazionale in cui gli alleati di Washington riconoscono il
candidato gradito prima ancora che tutte le verifiche siano concluse.
Non è un
caso che De la Espriella abbia ricevuto immediatamente il sostegno di
Donald Trump, di Marco Rubio e dell’asse delle destre regionali.
La sua vittoria preliminare è stata accolta con entusiasmo da chi vede
nella Colombia un tassello decisivo per ricomporre il vecchio
dispositivo di subordinazione emisferica. Dopo la
stagione di Petro, che aveva cercato di riaprire il dialogo con il
Venezuela, difendere una politica estera più autonoma e sottrarre Bogotá
al ruolo di piattaforma automatica degli interessi statunitensi, il
ritorno della destra al potere avrebbe un significato geopolitico
enorme. La Colombia tornerebbe a essere un alleato disciplinato di
Washington nel cuore dell’America Latina, in una fase in cui
l’amministrazione Trump intensifica la pressione contro il Venezuela,
criminalizza i governi progressisti e tenta di rimettere in piedi una Dottrina Monroe del XXI secolo.
Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su La Costilla Rota
Ci
sono domande che potrebbero cambiare completamente la storia. E se la
Strega Cattiva dell'Ovest non fosse davvero la cattiva? E se la Strega
Buona non fosse poi così buona? E se la storia fosse incompleta? Da
questo dubbio, l'intero romanzo può trasformarsi. I personaggi
acquisiscono nuove dimensioni, le certezze iniziano a distorcersi e
quella verità "indiscussa" nasconde segreti, omissioni e contraddizioni.
Dopotutto, poche cose sono persuasive quanto una storia ripetuta
abbastanza spesso.
Guardate
di nuovo. Mettete in discussione le narrazioni ufficiali. Chiedetevi
chi racconta le storie, da quale prospettiva e chi viene escluso. Ogni
cronaca ha i suoi punti ciechi, e a volte li crea deliberatamente. Ecco
di cosa si tratta nella ricerca: sollevare il velo per svelare i silenzi
accuratamente gestiti dietro le grandi narrazioni; notare la magia
nell'invisibile. La ricerca implica avvicinarsi a quei margini e
interrogarsi sulle storie che potrebbero emergere se osservassimo il
paesaggio da un punto di vista diverso.
La
ricerca inizia con delle domande. Con delle preoccupazioni. Con la
curiosità di sapere cosa si cela oltre l'arcobaleno. Con intuizioni
sull'esistenza di dimensioni della realtà ancora inosservate o
fraintese. La ricerca implica resistere all'idea che il film sia
semplicemente bianco o nero. Le università esistono, tra le altre cose,
per promuovere questa possibilità.
Attualmente,
la pressione per l'immediatezza tende a semplificare eccessivamente i
dibattiti pubblici e ad aumentare la richiesta di risposte rapide, a
prescindere dalla complessità del problema. In questo contesto,
difendere il diritto di porre domande è fondamentale. Mettere in
discussione ciò che viene dato per scontato, ciò che è inevitabile, ciò
che è considerato definitivo. Progressi scientifici, trasformazioni
sociali ed espansione dei diritti sono tutti iniziati con domande
scomode. Il femminismo offre alcuni esempi interessanti. Per secoli,
numerose strutture sociali sono state presentate come naturali e
indiscutibili. Le donne non potevano votare perché così era la norma.
Non potevano accedere a determinati spazi educativi perché così era
sempre stato. Non partecipavano al processo decisionale perché si
presumeva che non possedessero le competenze necessarie. Finché alcune
donne non hanno posto domande fondamentali. E se anche le donne fossero
cittadine? E se l'esclusione fosse una costruzione sociale? E se la
storia fosse incompleta?
Queste
vittorie derivano da interrogativi che, all'epoca, venivano percepiti
come una minaccia all'ordine costituito. Una parte significativa della
ricerca femminista è consistita proprio nell'individuare le assenze:
negli archivi, nei libri di storia, nelle teorie, nelle statistiche e
nella memoria collettiva. Domande apparentemente semplici come "Dove
sono le donne?" o "Chi manca in questa narrazione?" hanno trasformato
intere discipline e aperto nuove vie di conoscenza.
Qualcosa
di simile accade con altri gruppi storicamente marginalizzati. I popoli
indigeni, le persone razzializzate, la comunità LGBTQIA+, le persone
con disabilità e molti altri settori hanno sollevato nuove domande per
arricchire la nostra comprensione del mondo e hanno messo in luce i
limiti delle narrazioni dominanti. La ricerca implica lo sviluppo di una
prospettiva critica capace di identificare ciò che è nascosto e di
riconoscere i contesti specifici nella produzione della conoscenza, che
sono plasmati da rapporti di potere, elementi simbolici ed esperienze
storiche concrete.
Ecco
perché le università pubbliche sono spazi cruciali. Nonostante tutti i
loro limiti e le loro complessità, sono tra i pochi luoghi in cui è
ancora possibile fermarsi a riflettere, intavolare conversazioni
complesse e costruire conoscenza senza essere guidati unicamente da un
utilitarismo immediato. Sono spazi in cui le domande sorgono senza
dipendere da risposte immediate. Qualche settimana fa, ho partecipato a
una discussione sulla ricerca universitaria in occasione del
quarantesimo anniversario dell'Istituto di Ricerca Giuridica
dell'Università Juárez dello Stato di Durango (UJED). Ascoltando le
riflessioni dei miei colleghi, che hanno dedicato decenni della loro
vita all'insegnamento, alla ricerca e all'architettura istituzionale, ho
pensato a una delle funzioni più straordinarie delle università:
sfidare il tempo.
In
definitiva, le istituzioni accademiche si sostengono grazie a persone
disposte a continuare a interrogarsi su giustizia, democrazia, diritti
umani, disuguaglianze, violenza, asimmetrie e sui problemi della loro
realtà. Perdurano perché, generazione dopo generazione, continuano
dibattiti di lunga data, interrogativi ereditati e preoccupazioni
intellettuali che probabilmente persisteranno a lungo anche dopo la
nostra scomparsa. Contribuiamo con nuove metodologie e prospettive
innovative per tramandare questi dibattiti a chi verrà dopo di noi. La
ricerca trascende i singoli individui pur rimanendo dipendente da essi.
Ecco
perché le riletture contemporanee di certi classici sono così
avvincenti: perché qualsiasi storia vista da un'unica prospettiva
assomiglia più a un'affermazione che a una conversazione. La ricchezza
della conoscenza risiede nella sua capacità di riconoscere complessità,
contraddizioni, sfumature e assurdità. La stessa realtà può essere
osservata da molteplici punti di vista e le domande ampliano, anche se
solo leggermente, la nostra comprensione. La ricerca svolge una funzione
simile. Nessuna realtà è completamente spiegata. Le narrazioni non sono
assolute. Esistono migliaia di prospettive che meritano di essere
ascoltate. Nessuna generazione pensa in isolamento. Le nostre domande
dialogano con coloro che hanno osato porle prima di noi. Le scoperte si
basano su scoperte precedenti. Anche il progresso accademico è una forma
di memoria. Le università conservano conversazioni che cambiano nella
voce, nel linguaggio e nei protagonisti, ma si rifiutano di scomparire.
Ed è proprio qui che sta la magia: nel mantenere vive le domande. Per sempre.
Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su Diario Socialista
Andy Burnham si sta posizionando come il chiaro favorito per succedergli, dopo aver chiesto un aumento degli arresti di migranti, il "ripristino dell'ordine" con più deportazioni e aver espresso pubblicamente il proprio accordo con il fascista Nigel Farage.
Lunedì,
il Primo Ministro britannico Keir Starmer ha annunciato ufficialmente
le sue dimissioni dal governo del Regno Unito, dalla scalinata della sua
residenza ufficiale a Downing Street. La decisione è stata dettata da
mesi di intense pressioni interne al Partito Laburista. Le dimissioni
arrivano a soli due anni dalla schiacciante vittoria elettorale di
Starmer, ma le conseguenze politiche sono diventate insostenibili in
seguito al crollo del partito alle elezioni locali in Inghilterra,
Scozia e Galles del 7 maggio. Da allora, il Primo Ministro ha dovuto
affrontare una crescente ribellione interna che ha infine incrinato il
sostegno di ministri chiave e rappresentanti sindacali, i quali domenica
hanno fatto trapelare a diversi media britannici la minaccia imminente
di dimissioni di massa se il Primo Ministro non si fosse dimesso prima
della riunione di gabinetto prevista per martedì. Starmer ha chiarito
che le sue dimissioni non saranno immediate, ma che rimarrà in carica
fino alla conclusione delle primarie del suo partito, affermando che "il
nuovo Primo Ministro assumerà presumibilmente l'incarico all'inizio del
prossimo settembre".
L'annuncio
pone immediatamente l'ex sindaco della Greater Manchester, Andy
Burnham, come favorito del Partito Laburista per la carica di Primo
Ministro. Burnham ha consolidato la sua posizione giovedì 18 giugno,
sconfiggendo il partito di estrema destra Reform UK, guidato da Nigel
Farage, nelle elezioni suppletive di Makerfield, assicurandosi un seggio
in Parlamento che lo qualifica legalmente per la corsa alla carica di
Primo Ministro. Se la sua nomina verrà confermata, il Regno Unito avrà
il suo settimo Primo Ministro in un decennio, in coincidenza quasi
esatta con il decimo anniversario del referendum sulla Brexit che ha
gettato il Paese in un lungo periodo di instabilità politica e sociale.
Adottare una retorica razzista per “vincere”
L'ascesa
di Burnham si inserisce in un contesto di crescente tensione sociale,
segnato da recenti episodi di pogrom razzisti e violente rivolte in
diverse città di Inghilterra, Scozia e Irlanda. In questo contesto, il candidato laburista si è distanziato dalla precedente posizione del suo partito
in materia di immigrazione, già di per sé intransigente, chiedendo "un
drastico cambiamento istituzionale verso una politica migratoria molto
più restrittiva". Durante un'intervista del 21 maggio a BBC Radio
Manchester, quando era ancora candidato per Makerfield, Burnham aveva
avvertito che "i continui attraversamenti della Manica da parte di
piccole imbarcazioni stanno minando la fiducia del pubblico nelle
istituzioni statali e proiettando una grave percezione di inefficacia
del governo".
Durante
quell'intervento radiofonico, il favorito per succedere a Starmer ha
esplicitamente dichiarato il suo accordo con il leader di estrema
destra, Nigel Farage, sulla "urgente necessità di ripristinare l'ordine
operativo nel sistema nazionale di immigrazione". Pur rappresentando
un'ala alternativa del governo, insoddisfatta dell'attuale Primo
Ministro, Burnham ha fortemente sostenuto la "ristrutturazione" del
sistema di asilo guidata dal Ministro dell'Interno Shabana Mahmood. Nel
suo intervento, ha affermato che "le autorità giudiziarie e di sicurezza
dello Stato devono fare un uso molto più rigoroso dei meccanismi di
detenzione legale per impedire ai richiedenti asilo, le cui domande non
hanno fondamenti legittimi, di rimanere in territorio britannico". Ha
inoltre auspicato "la priorità di accelerare le valutazioni tecniche per
velocizzare il rimpatrio e il ritorno dei migranti nei loro paesi
d'origine, evitando il collasso amministrativo dovuto all'accumulo di
casi nei ministeri".