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giovedì 16 luglio 2026

Perché il più grande movimento pacifista mondiale non è riuscito a trasformarsi in un nuovo internazionalismo antimperialista?



Articolo da ZNetwork

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su ZNetwork

Gaza, l'Iran, la crisi della sinistra e la ricerca di un nuovo internazionalismo

Introduzione

Dal 7 ottobre 2023, il mondo ha assistito a una delle più grandi ondate di protesta dalla guerra in Iraq. Accampamenti studenteschi sono sorti dalla Columbia University a Berkeley, da Amsterdam a Londra. I lavoratori portuali di Oakland si sono rifiutati di caricare navi cariche di armi destinate a Israele. Nel dicembre 2023, il Sudafrica ha presentato un ricorso contro Israele dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia dell'Aia, sostenendo che le azioni di Israele a Gaza costituissero un genocidio. Con l'estensione del conflitto al Libano, allo Yemen e, infine, allo scontro militare diretto tra Israele, Stati Uniti e Iran, ciò che molti analisti di sinistra avevano preannunciato da anni è diventato sempre più evidente: una guerra regionale non era più una possibilità teorica, ma una realtà in divenire. Eppure, esaminando le conseguenze politiche di questo periodo, un interrogativo scomodo si pone alla sinistra globale. Milioni di persone sono scese in piazza. La solidarietà con la Palestina è diventata un linguaggio politico condiviso da diverse generazioni. L'opinione pubblica in molti paesi occidentali, soprattutto tra le giovani generazioni, è diventata sempre più critica nei confronti delle politiche estere perseguite dai propri governi. Eppure, nonostante la portata di queste mobilitazioni, non è emerso alcun fronte globale contro la guerra, non si è creata alcuna struttura politica duratura e da queste lotte non è nato alcun nuovo internazionalismo capace di sfidare il potere imperiale. La domanda di questo articolo non è quindi semplicemente: perché la sinistra non è riuscita a unirsi? La domanda più profonda è: perché la più grande ondata globale di opposizione alla guerra degli ultimi decenni non è riuscita a diventare il fondamento di un rinnovato internazionalismo antimperialista? Da una prospettiva marxista, la risposta non può essere ridotta a disaccordi tra organizzazioni di sinistra o a conflitti personali tra leader politici. Le radici di questo fallimento risiedono in trasformazioni storiche più profonde: la crisi strutturale del capitalismo globale, il declino dell'egemonia statunitense, l'indebolimento delle organizzazioni della classe operaia e le trasformazioni interne della sinistra stessa negli ultimi quattro decenni.

La crisi organizzativa della sinistra

La prima e forse più fondamentale ragione di questo fallimento è l'erosione dell'infrastruttura organizzativa della sinistra globale. I precedenti movimenti contro la guerra – dalla lotta contro la guerra del Vietnam ai movimenti anticoloniali degli anni '60 e '70 – si basavano su reti di partiti comunisti, potenti sindacati, movimenti di liberazione e organizzazioni politiche internazionali. Queste strutture presentavano molti limiti e contraddizioni, ma fornivano qualcosa che oggi è in gran parte assente: la capacità di trasformare la mobilitazione di piazza in una strategia politica sostenibile. Oggi, gran parte di questa infrastruttura è scomparsa o si è gravemente indebolita. I sindacati, dopo quattro decenni di ristrutturazione neoliberale, hanno perso iscritti, potere contrattuale e gran parte della loro capacità di coordinare l'azione internazionale. In Gran Bretagna, la densità sindacale è diminuita da circa la metà della forza lavoro alla fine degli anni '70 a circa un quarto oggi; negli Stati Uniti è ancora più bassa, attestandosi intorno al dieci per cento dei lavoratori dipendenti. In molti paesi, il movimento operaio organizzato è stato relegato da forza politica centrale a una posizione difensiva, lottando semplicemente per preservare le conquiste ottenute durante i precedenti periodi di organizzazione della classe operaia. I movimenti degli ultimi anni hanno assunto in gran parte una forma diversa: decentralizzati, basati su reti e organizzati attraverso piattaforme digitali. Spesso si dimostrano estremamente efficaci nel mobilitare rapidamente migliaia o addirittura milioni di persone, eppure mancano frequentemente delle istituzioni necessarie per trasformare la rabbia sociale in un potere politico duraturo. Gli accampamenti studenteschi della primavera del 2024 hanno dimostrato chiaramente questa contraddizione. Hanno mostrato notevole coraggio e consapevolezza politica, ma erano principalmente coalizioni temporanee di organizzazioni studentesche, gruppi religiosi e attivisti per i diritti umani, piuttosto che un fronte politico di classe con una strategia comune a lungo termine che andasse oltre le immediate rivendicazioni universitarie. La resistenza, in breve, non è mai mancata. Ciò che è costantemente mancato è stata la forma organizzativa in grado di portare avanti quella resistenza.

La tensione tra identità e politica di classe

Il secondo fattore riguarda la trasformazione dell'organizzazione politica all'interno della sinistra contemporanea. Negli ultimi decenni, una parte significativa della politica progressista si è sempre più organizzata attorno a questioni di identità, riconoscimento e rappresentanza, piuttosto che principalmente attorno alle relazioni di classe e alle strutture del capitalismo globale. Questa trasformazione non è avvenuta senza ragioni storiche. Le lotte contro il razzismo, il patriarcato, le eredità coloniali e le diverse forme di esclusione sociale sono state autentici movimenti emancipatori. Hanno conseguito importanti vittorie e ampliato il significato di uguaglianza e giustizia. Qualsiasi politica di sinistra seria deve riconoscere che lo sfruttamento di classe non esiste separatamente dalle forme di oppressione razziale, di genere, nazionale e culturale. La difficoltà emerge quando le lotte basate sull'identità si disconnettono da un'analisi strutturale più ampia del potere. Quando i movimenti politici comprendono l'oppressione principalmente attraverso categorie identitarie separate, piuttosto che attraverso le relazioni sociali, le strutture economiche e i sistemi globali che riproducono la disuguaglianza, la loro capacità di costruire alleanze ampie e durature si indebolisce. La questione palestinese, ad esempio, non può essere pienamente compresa solo attraverso identità o narrazioni nazionali contrapposte. Va inoltre analizzato attraverso le strutture del colonialismo di insediamento, dell'occupazione militare, della produzione globale di armi, degli interessi capitalistici e della competizione geopolitica. Allo stesso modo, il confronto con l'Iran non può essere compreso solo attraverso il linguaggio degli stati in competizione o delle minacce alla sicurezza. Esso si inserisce in una storia più ampia di intervento occidentale in Medio Oriente, di lotte per risorse strategiche e di tentativi di preservare l'influenza geopolitica in una regione centrale per il capitalismo globale. Un movimento antimperialista sostenibile richiede una politica capace di connettere diverse lotte attraverso una comprensione strutturale comune: unire movimenti operai, lotte femministe, campagne ambientaliste, mobilitazioni antirazziste e attivismo contro la guerra, senza ridurre nessuna di esse a questioni secondarie. La sfida per la sinistra contemporanea non è quindi quella di rifiutare le lotte basate sull'identità, ma di integrarle in un progetto più ampio di emancipazione sociale, recuperando la capacità storica della politica marxista di connettere diverse forme di oppressione a una critica più ampia del sistema mondiale capitalista, rimanendo al contempo attenti alle esperienze reali delle comunità emarginate.

La crisi del concetto di imperialismo

Un terzo ostacolo, forse decisivo, è il dibattito irrisolto all'interno della stessa sinistra sul significato di imperialismo. Nella tradizione marxista, in particolare seguendo l'analisi di Lenin sull'imperialismo come fase dello sviluppo capitalistico, l'imperialismo non è semplicemente la politica estera di un singolo Stato. Si riferisce a un sistema globale in cui l'accumulazione di capitale, il potere finanziario, l'espansione militare e il dominio geopolitico plasmano le relazioni tra Stati e classi. Eppure la sinistra contemporanea rimane profondamente divisa su come questo concetto debba essere applicato all'attuale sistema mondiale. Una corrente, che attinge alle tradizioni anti-imperialiste classiche, identifica gli Stati Uniti e i loro principali alleati come le forze centrali del dominio imperiale contemporaneo, sottolineando la storia del colonialismo, degli interventi militari, delle sanzioni, delle operazioni di cambio di regime e della rete globale del potere militare statunitense. Un'altra corrente sostiene che l'imperialismo non può essere ridotto al solo potere occidentale. Basandosi su una comprensione più complessa del sistema mondiale, afferma che molteplici Stati – dalla Russia e dalla Cina alle potenze regionali del Medio Oriente – possono partecipare a relazioni di dominio ed espansione militare, e che nessuno Stato dovrebbe essere esente da critiche solo perché sfida Washington. Questo dibattito, che ha profondamente diviso la sinistra durante la guerra in Ucraina, è riemerso durante le crisi di Gaza e dell'Iran. Per alcune frange della sinistra, qualsiasi forza che si opponga al potere statunitense viene automaticamente inquadrata in una prospettiva antimperialista. Per altri, questo approccio rischia di sostituire l'analisi marxista con un campismo geopolitico, ovvero il presupposto che il nemico del nemico debba necessariamente rappresentare un'alternativa progressista. Una prospettiva antimperialista autentica deve evitare entrambe le posizioni. Deve riconoscere il ruolo storico e strutturale del potere imperialista occidentale, in particolare il dominio militare, finanziario e politico esercitato dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Allo stesso tempo, deve mantenere una critica indipendente di tutte le forme di dominio, comprese quelle esercitate da potenze non occidentali e regionali. Come ci ricorda l'analisi di Lenin, l'imperialismo è radicato nelle strutture del capitale e del potere, non semplicemente nell'identità di singoli governi. Applicare oggi questa intuizione richiede un'analisi concreta del sistema globale, piuttosto che una ripetizione meccanica degli allineamenti politici del ventesimo secolo. Un approccio marxista deve dunque coniugare due principi: l'opposizione al dominio imperialista delle grandi potenze capitalistiche e l'opposizione a ogni forma di sfruttamento, oppressione e militarismo, indipendentemente da quale Stato li eserciti. Questa posizione dialettica è politicamente più impegnativa rispetto alla scelta tra un campo geopolitico e un altro. Ma senza tale indipendenza, la sinistra perde la capacità di offrire un'alternativa autentica alla logica della competizione tra le grandi potenze.

L'economia politica della guerra

Un'altra dimensione del problema è rappresentata dalle basi economiche della guerra contemporanea. Le guerre non sono solo il risultato di decisioni politiche prese dai governi; sono anche radicate in interessi materiali e strutture di accumulazione. Il complesso militare-industriale, in particolare nei principali stati capitalisti, si è sviluppato in una potente rete che collega produttori di armi, istituzioni finanziarie, industrie della sicurezza e burocrazie statali. La portata di questo sistema non è astratta: la sola spesa militare statunitense supera ormai gli 850 miliardi di dollari all'anno, più della somma dei bilanci militari dei principali paesi del mondo, e importanti aziende come Lockheed Martin e RTX hanno registrato ordini inevasi record proprio negli anni di escalation a Gaza, in Ucraina e nel Golfo. La continuazione di una guerra permanente non è quindi semplicemente una conseguenza della politica. Bilanci militari, contratti per la fornitura di armi e industrie della sicurezza rappresentano enormi flussi di capitale e, per le istituzioni collegate a questi settori, l'instabilità stessa può diventare fonte di profitto e accumulazione. Ciò non significa che ogni guerra possa essere ridotta meccanicamente a interessi economici. Conflitti politici, esperienze storiche, lotte nazionali e fattori ideologici giocano tutti un ruolo importante. Un'analisi marxista, tuttavia, deve porsi una domanda fondamentale: chi trae materialmente vantaggio dalla continuazione della militarizzazione e chi ne sostiene i costi? La risposta è chiara: i costi della guerra ricadono in larga parte sulla gente comune, mentre i benefici economici si concentrano nelle mani di una ristretta cerchia di istituzioni e multinazionali potenti. Per questo motivo, le politiche pacifiste non possono essere separate dalle lotte contro il neoliberismo e la disuguaglianza economica. Gli stessi governi che affermano di non disporre di risorse sufficienti per la sanità, l'edilizia abitativa, l'istruzione e la tutela ambientale, spesso trovano ingenti risorse per l'espansione militare. Guerra e austerità non sono realtà separate. Sono due espressioni di un sistema che privilegia l'accumulazione di capitale rispetto ai bisogni umani.

Il potere dei media e la battaglia per il significato

Il potere imperiale contemporaneo si mantiene non solo attraverso la forza militare, il dominio economico e l'influenza politica, ma anche attraverso la capacità di plasmare le narrazioni e definire la realtà. Ogni guerra è contemporaneamente una battaglia per il territorio e una battaglia per il significato. La guerra di Gaza ha dimostrato ancora una volta la centralità di questa lotta. Mentre le immagini di distruzione, sfollamento e sofferenza civile hanno raggiunto milioni di persone in tutto il mondo, gran parte dei media mainstream nei paesi occidentali ha inquadrato il conflitto principalmente attraverso il linguaggio della sicurezza, del terrorismo e del "diritto all'autodifesa". Il contesto storico più ampio – decenni di occupazione, colonialismo di insediamento, rapporti di potere ineguali e il sostegno politico e militare fornito dai governi occidentali – è stato spesso marginalizzato o trattato come secondario. Ciò riflette quello che Edward Herman e Noam Chomsky hanno descritto come il filtraggio strutturale dei sistemi mediatici: i modi in cui la concentrazione della proprietà, gli interessi economici e la dipendenza da fonti ufficiali plasmano le narrazioni dominanti sui conflitti internazionali. Criticare questo quadro mediatico non significa negare la complessità delle realtà politiche o ignorare la violenza commessa da diversi attori. Il problema è come le istituzioni dominanti costruiscono una gerarchia di legittimità: quale violenza viene descritta come sicurezza, la cui resistenza come terrorismo e la cui sofferenza diventa politicamente visibile. Come sosteneva Antonio Gramsci, i poteri dominanti mantengono la loro influenza non solo attraverso la coercizione, ma anche trasformando interessi particolari in senso comune. L'egemonia opera facendo apparire una specifica interpretazione della realtà naturale, neutrale e indiscutibile. La sfida per la sinistra antimperialista non è quindi solo opporsi alle guerre, ma anche sfidare i quadri ideologici che le normalizzano. Le piattaforme digitali hanno creato opportunità senza precedenti per smascherare le narrazioni ufficiali e mobilitare l'opinione pubblica. Tuttavia, non hanno automaticamente prodotto organizzazioni politiche durature. Queste sono spesso plasmate da cicli di attenzione brevi e momenti di visibilità temporanei, piuttosto che da una strategia collettiva a lungo termine. Ciò crea una delle contraddizioni centrali della nostra epoca: il mondo è più connesso che mai, eppure le organizzazioni politiche capaci di trasformare questa connessione in potere storico rimangono deboli.

Un sistema mondiale in transizione: il declino dell'egemonia e il significato di Gaza

Il fallimento del movimento pacifista nel trasformarsi in una forza antimperialista globale va compreso nel contesto più ampio della crisi del sistema mondiale. Le guerre e i conflitti degli ultimi anni – Gaza, Ucraina, Yemen, Siria e l'escalation del confronto con l'Iran – non sono eventi isolati. Sono espressioni interconnesse di una trasformazione più profonda: la crisi dell'ordine globale guidato dagli Stati Uniti e l'emergere di un sistema internazionale più instabile e conteso. Come sosteneva Immanuel Wallerstein, i periodi di declino egemonico non sono necessariamente periodi di pace. Al contrario, sono spesso caratterizzati da incertezza, instabilità e intensificazione della competizione tra le forze che cercano di plasmare il futuro del sistema mondiale. Gli Stati Uniti rimangono l'attore militare e finanziario più potente al mondo. Tuttavia, la loro capacità di imporre un ordine globale stabile si è indebolita. Allo stesso tempo, le potenze emergenti e gli attori regionali sfidano alcuni aspetti del dominio statunitense senza necessariamente offrire un'alternativa sociale o economica radicalmente diversa. Questo periodo di transizione crea le condizioni in cui le soluzioni militari diventano sempre più attraenti per le élite dominanti. Quando le contraddizioni economiche si acuiscono e la legittimità politica declina, gli Stati spesso si affidano maggiormente al potere militare, alle istituzioni di sicurezza e ai conflitti esterni come meccanismi per mantenere la propria influenza. Il Medio Oriente è diventato uno dei principali teatri di questa lotta proprio per la sua importanza strategica: risorse energetiche, rotte commerciali, posizionamento militare e influenza geopolitica. Da questa prospettiva, Gaza non è stata solo una catastrofe umanitaria – sebbene lo sia stata innegabilmente. Ha anche rivelato contraddizioni fondamentali all'interno dell'ordine globale esistente, mettendo in luce il divario tra le affermazioni di un "sistema internazionale basato sulle regole" e l'applicazione selettiva di tali regole in base agli interessi geopolitici. Questa contraddizione ha creato un'opportunità storica per la sinistra.

Perché Gaza ha rappresentato un'opportunità storica per la sinistra

Nonostante le sue debolezze organizzative, la risposta a Gaza ha dimostrato che le basi sociali per un rinnovato internazionalismo esistono ancora. Una nuova generazione, plasmata dalla crisi finanziaria del 2008, dalla crisi climatica e dai fallimenti della globalizzazione neoliberista, è entrata nella lotta politica su scala globale. I campus universitari di Stati Uniti ed Europa sono diventati centri di protesta. Gli studenti hanno contestato i rapporti delle loro università con i produttori di armi e hanno chiesto responsabilità politiche. Allo stesso tempo, le azioni dei lavoratori legati alle catene di approvvigionamento globali hanno indicato un'altra possibilità: il parziale ritorno della politica di classe nelle lotte contro la guerra. Il rifiuto dei lavoratori portuali di Oakland di partecipare alla spedizione di armi in Israele, sebbene limitato nella portata, ha offerto uno scorcio dell'importanza strategica che i lavoratori possono rivestire. A differenza della mera protesta simbolica, il lavoro ha il potenziale per intervenire direttamente nelle reti materiali attraverso le quali la guerra viene prodotta e sostenuta. Tuttavia, sarebbe un'esagerazione descrivere questi eventi come un ritorno completo della politica di classe. Dovrebbero piuttosto essere intesi come importanti segnali di una possibilità che la sinistra deve ancora trasformare in una strategia più ampia e replicabile. Nel frattempo, il Sud del mondo ha assunto un ruolo sempre più indipendente nel contestare le narrazioni occidentali. L'azione legale intrapresa dal Sudafrica presso la Corte Internazionale di Giustizia ha riportato il tema del genocidio al centro del dibattito internazionale e ha simboleggiato una più ampia richiesta di un ordine globale più equo. In tutta l'Africa, l'America Latina e l'Asia, molte società hanno espresso un crescente scetticismo nei confronti delle pretese occidentali di autorità morale negli affari internazionali. Come suggerisce l'analisi di Wallerstein sulla crisi del sistema-mondo, i momenti di instabilità egemonica possono anche trasformarsi in momenti di apertura politica. Eppure, questa enorme energia sociale è rimasta frammentata. Il problema non era l'assenza di solidarietà, bensì l'assenza di un'organizzazione politica capace di trasformare la solidarietà in un potere internazionale duraturo. Tuttavia, la frammentazione organizzativa non è l'unico ostacolo che la sinistra deve affrontare. Anche laddove esiste un'organizzazione, i movimenti hanno spesso faticato a definire chiaramente i propri obiettivi, e non solo ciò a cui si oppongono.

La crisi dell'immaginazione politica

Al di là delle debolezze organizzative, la Sinistra si trova ad affrontare anche una crisi più profonda: una crisi di immaginazione politica. Il declino dei progetti socialisti del Novecento, unito al predominio ideologico del neoliberismo, ha ristretto gli orizzonti politici in gran parte del mondo. Molti movimenti contemporanei sono diventati molto efficaci nel resistere a specifiche ingiustizie – opponendosi alle guerre, difendendo le comunità, contrastando la discriminazione e denunciando gli abusi di potere – ma spesso faticano ad articolare una visione coerente di un diverso ordine sociale. La resistenza è diventata più facile da immaginare rispetto alla trasformazione. Questa è una delle contraddizioni centrali del momento attuale. Milioni di persone riconoscono i fallimenti del sistema esistente: guerre interminabili, crescente disuguaglianza, distruzione ecologica e concentrazione di ricchezza e potere. Eppure molti movimenti non dispongono di un linguaggio comune per descrivere ciò che dovrebbe sostituire tale sistema. Per la Sinistra, l'antimperialismo non può esistere solo come opposizione. Deve anche rappresentare un progetto positivo: una visione di cooperazione internazionale, giustizia economica, controllo democratico delle risorse, sostenibilità ecologica e un ordine mondiale basato sui bisogni umani piuttosto che sulla competizione tra Stati e sull'accumulazione di capitale. Senza un simile orizzonte, i movimenti rischiano di trasformarsi in cicli di resistenza che sfidano le singole crisi ma non riescono a trasformare le strutture che le generano. Il compito, quindi, non è solo quello di ricostruire le organizzazioni, ma anche di ricostruire l'immaginazione politica. Un nuovo internazionalismo deve rispondere non solo alla domanda su cosa ci opponiamo, ma anche su che tipo di mondo stiamo cercando di creare.

Costruire un nuovo internazionalismo antimperialista

La lezione fondamentale del periodo recente è che la sola protesta non basta. I milioni di persone che hanno manifestato contro la guerra a Gaza hanno dimostrato che il desiderio di giustizia, solidarietà e pace rimane vivo. L'elemento mancante non è mai stata la volontà popolare, bensì la capacità organizzativa di trasformare tale volontà in una forza storica coerente. La storia dimostra che le grandi trasformazioni sociali raramente emergono dalla sola mobilitazione spontanea. I movimenti diventano capaci di cambiare la società quando sviluppano organizzazioni, istituzioni, formazione politica e strategie a lungo termine. La sfida per la sinistra oggi non è quindi semplicemente quella di mobilitarsi contro le singole guerre, ma di ricostruire le fondamenta organizzative della solidarietà internazionale. Un nuovo internazionalismo antimperialista non può essere una ripetizione meccanica delle strutture politiche del ventesimo secolo. Il mondo è cambiato. La classe lavoratrice è più dispersa a livello globale, la produzione è stata riorganizzata attraverso catene di approvvigionamento globali, le tecnologie digitali hanno trasformato la comunicazione e le crisi ecologiche sono diventate questioni politiche centrali. Eppure i principi fondamentali rimangono validi: opposizione al dominio, resistenza al militarismo, solidarietà tra i popoli oppressi e lotta per un ordine sociale basato sui bisogni umani piuttosto che sull'accumulazione di capitale.

Ricollegare la politica contro la guerra alla lotta di classe

La sfida più importante per la sinistra del futuro è ricostruire il legame tra la politica contro la guerra e l'organizzazione della classe operaia. Una debolezza di molti movimenti pacifisti contemporanei è che spesso rimangono separati dalle lotte economiche quotidiane della gente comune. Eppure guerra e disuguaglianza sociale sono profondamente connesse. I bilanci militari non sono cifre astratte. Rappresentano risorse sottratte alla sanità, all'edilizia abitativa, all'istruzione e alla tutela dell'ambiente. Lo stesso sistema economico che produce precarietà lavorativa e crescente disuguaglianza produce anche una militarizzazione permanente. Per questo motivo, i sindacati devono tornare ad essere attori centrali nella lotta contro la guerra. Il potere dei lavoratori non risiede solo nel loro numero, ma anche nella loro posizione all'interno del sistema produttivo stesso. I lavoratori portuali, dei trasporti, della logistica e dell'industria militare occupano posizioni strategiche nelle reti che rendono possibile la guerra moderna. La loro azione collettiva ha il potenziale per sfidare le fondamenta materiali della militarizzazione. L'esperienza dei lavoratori portuali di Oakland dovrebbe quindi essere interpretata con attenzione: non come la prova che un nuovo movimento operaio globale contro la guerra sia già emerso, ma come un importante esempio delle possibilità che si aprono quando il potere di classe si interseca con la politica antimperialista. La questione fondamentale che la sinistra si trova ad affrontare non è solo come protestare contro la guerra, ma come organizzare coloro il cui lavoro rende possibile la guerra. Senza questo collegamento, l'opposizione al militarismo rischia di rimanere simbolica anziché trasformativa. Un rinnovato movimento pacifista deve quindi andare oltre la mera condanna morale e costruire alleanze capaci di smantellare le strutture economiche e politiche che sostengono la militarizzazione.

Oltre la frammentazione: ricostruire l'indipendenza politica della sinistra

Il futuro della Sinistra dipende dal superamento di due pericoli opposti. Il primo è il campismo geopolitico: l'idea che la politica mondiale possa essere ridotta a una lotta tra stati rivali e che l'opposizione a una potenza imperiale ponga automaticamente un'altra forza dalla parte dell'emancipazione. Il secondo è un internazionalismo liberale che condanna certe forme di violenza ignorando le realtà strutturali del capitalismo, dell'imperialismo e della disuguaglianza globale. Una Sinistra rinnovata deve rifiutare entrambi gli approcci. Deve riconoscere il ruolo centrale che continua a svolgere il potere imperiale occidentale e le conseguenze storiche del colonialismo, dell'intervento militare e delle strutture globali ineguali. Allo stesso tempo, deve mantenere una posizione critica nei confronti di tutte le forme di dominio, comprese quelle esercitate da potenze regionali e non occidentali. Questa prospettiva indipendente non è un lusso politico. È il fondamento di qualsiasi autentico progetto emancipatorio. La missione storica della Sinistra non è mai stata semplicemente quella di schierarsi da una parte nei conflitti tra élite dominanti. Il suo compito è stato quello di sviluppare un'alternativa fondata sugli interessi dei lavoratori e delle comunità oppresse al di là dei confini nazionali. La sinistra non può ricostruire l'internazionalismo diventando un'estensione della strategia geopolitica di uno Stato. Una politica antimperialista autentica deve anteporre l'emancipazione umana all'allineamento geopolitico. Deve difendere il diritto dei popoli a determinare il proprio futuro, opponendosi al contempo all'occupazione, al dominio, allo sfruttamento e all'autoritarismo ovunque si manifestino. Questa è una posizione politica più difficile del semplice schierarsi in un conflitto tra Stati. Ma è proprio questa indipendenza che conferisce all'antimperialismo il suo potenziale trasformativo.

Conclusione: crisi, possibilità e futuro dell'internazionalismo

Le guerre a Gaza, in Yemen, in Siria, in Ucraina e l'escalation del conflitto con l'Iran rivelano una realtà più profonda: il capitalismo globale, confrontato con contraddizioni economiche e una crisi di egemonia, si affida sempre più alla militarizzazione, alla coercizione e al conflitto come meccanismi di potere. Allo stesso tempo, la risposta di milioni di persone in tutto il mondo ha dimostrato che il desiderio di solidarietà e resistenza non è scomparso. Le piazze, le università, i luoghi di lavoro e i movimenti sociali hanno dimostrato che le basi sociali per un rinnovato internazionalismo esistono ancora. Ciò che mancava non era la volontà della gente comune. Ciò che mancava era l'organizzazione politica capace di trasformare quella volontà in una forza storica coerente. La crisi della sinistra odierna non è quindi solo una crisi di idee. È una crisi di organizzazione, strategia e coordinamento internazionale. Se la sinistra non imparerà da questo momento, le guerre e le crisi future potrebbero ancora una volta produrre proteste di massa senza generare una trasformazione politica duratura. Ma se saprà trarne gli insegnamenti necessari – la necessità di organizzazione, la necessità di una politica di classe che vada oltre la frammentazione, la necessità di immaginazione politica e la necessità di una prospettiva antimperialista indipendente – allora questo periodo di crisi potrebbe diventare l'inizio di un nuovo capitolo nella storia della solidarietà internazionale. Come sosteneva Antonio Gramsci, i periodi di crisi sono momenti in cui il vecchio ordine sta morendo mentre il nuovo non è ancora nato. Tali momenti racchiudono sia pericoli che possibilità. Il futuro non è predeterminato. Le stesse crisi che possono condurre a un maggiore militarismo, autoritarismo e barbarie possono anche creare aperture per nuove lotte di emancipazione. La questione centrale che la sinistra si trova ad affrontare nel ventunesimo secolo è se sarà in grado di costruire un movimento internazionale capace di trasformare la resistenza in una forza storica duratura.

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Articolo tratto interamente da ZNetwork

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sabato 11 luglio 2026

Da dove partire, da dove ricominciare?


"Da dove partire, da dove ricominciare? Il discorso è aperto, una volta che ci si sia liberati dalle menzogne e illusioni dell’epoca, e riguarda, a mio parere, anzitutto il terreno della scuola, dell’educazione. Di lì si può partire, anche in pochi, convinti che tra maestri e professori (perfino, forse, in qualche angolo appartato dell’università) ci sia ancora qualcuna o qualcuno che crede nelle possibilità liberatorie della conoscenza, della cultura, di una trasmissione, e soprattutto di un metodo di lavoro che dia all’educazione, in senso socratico, la necessità e la dignità che le si è data in passato, da parte anche allora di minoranze non-accettanti."

Goffredo Fofi


Istituti tecnici 2026: il futuro dei giovani svenduto ai privati



Articolo da Storie in Movimento

Con la legge 1859 del 31 dicembre 1962, il governo Fanfani introduceva la scuola media unica. Una trasformazione che iniziava un percorso di scolarizzazione di massa: gli e le studenti non dovevano più compiere la scelta tra le scuole all’avviamento alla professione e le scuole medie come avviamento alle scuole superiori e all’università.

Oggi, quasi 65 anni dopo, l’idea di una scuola improntata direttamente allo sbocco lavorativo e alla professione è rientrata dalla finestra. In particolare la nuova Riforma – voluta dal ministro Valditara – degli Istituti tecnici e professionali, la cui nuova strutturazione con la diminuzione delle ore in classe e di molte materie teoriche, sia umanistiche che tecniche, e l’aumento delle ore di Formazione scuola lavoro, sembra andare nella direzione del ritorno alla Scuola di avviamento professionale.

Abbiamo chiesto al prof. AkaCisco di commentare per noi questa riforma che è già in vigore e coinvolgerà le prime classi a partire dal prossimo anno scolastico.

Dal prossimo anno gli Istituti tecnici di tutta Italia non saranno più quelli di prima.

Come abbiamo già mostrato in Il punto non è cosa ma a chi? di Francesco Pota e in Appunti (parziali e disordinati) per un’educazione sessuale e affettiva di Elena De Marchiu, il ministro Valditara sta cercando di lasciare la propria impronta sulla scuola italiana in senso conservatore, o estremamente conservatore ad esempio nel campo delle questioni toccate da Elena. Questa riforma degli Istituti tecnici e professionali, che viene da lontano visto che una prima proposta si può far risalire al ministro Bianchi durante il governo Draghi, prevede una concreta e decisa rimodulazione del percorso scolastico che gli studenti e le studentesse dei futuri Tecnici, la riforma sarà in vigore a partire da settembre 2026, frequenteranno e riguarda tutti gli iscritti e le iscritte a livello nazionale. Vista la riduzione delle cattedre a causa di cancellazione di materie o accorpamento di altre, si può parlare di un terribile connubio tra la voglia conservatrice del ministro e la necessità di tagli. Per quanto ammantata da dichiarazioni ideologiche, sulle quali è necessario comunque fare una riflessione, la riforma sembra mossa (anche?) da una volontà di tagli alla scuola. 

Non è facile fare un riassunto della Riforma degli Istituti tecnici varata, entrata in vigore e che sarà operativa a partire da settembre 2026, ma bisogna provarci. Partiamo da un presupposto importante: non si sta parlando della cosiddetta riforma 4+2, anche se come dicono alcuni sindacati sarebbe meglio chiamarla 5-1. Anche nel caso dei percorsi quadriennali, perché il +2 è un percorso facoltativo e autonomo da quello scolastico e interamente delegato a istituzioni private, si parla di riforma già approvata e ordinamentale nella scuola italiana ma questi percorsi sono attivati se approvati dal collegio docenti dei singoli istituti. Per spiegarmi meglio: il percorso quadriennale, anch’esso a mio avviso da rigettare, può essere liberamente attivato da un Istituto tecnico all’interno della propria offerta formativa, uno tra i diversi corsi offerti dalla scuola. 

La Riforma degli Istituti tecnici invece riguarda tutte le scuole e tutti i corsi che vengono attivati in ogni Istituto tecnico d’Italia e va a stabilire come tutti i ragazzi e le ragazze, a partire dall’anno scolastico 2026/2027 cioè quello che inizia a settembre, faranno scuola nei percorsi di istruzione tecnica da qui a quando qualche altro ministro o altra ministra non ci metterà mano. Una riforma sulla quale è necessario che chi la vivrà e più in generale la società italiana presti molta attenzione. 

Per capire quali sono le criticità bisogna andare nel dettaglio della riforma. Il primo punto che trovo interessante è quello delle ore lasciate all’autonomia[1]. Partiamo da un presupposto: in questa concezione dell’autonomia scolastica risuona terribilmente l’autonomia differenziata proposta da Calderoli, compagno di partito del ministro Valditara. Nel dettaglio: ogni collegio docenti a partire da questo anno ha dovuto decidere come ripartire alcune ore di un pacchetto per adeguare liberamente la propria offerta oraria alle richieste del mondo del lavoro del proprio territorio. Secondo quanto dice il ministro questo dovrebbe agevolare il rapporto per permettere di rendere un percorso scolastico rivolto al mondo del lavoro il più possibile aderente alle caratteristiche di quel mondo nell’area geografica in cui ha sede l’istituto. La riforma divide il percorso tecnico in due bienni e nel quinto anno finale: nei primi due anni le ore lasciate all’autonomia sono 66 all’anno, cioè circa il 6% del totale; salgono a 99 all’anno nel secondo biennio, circa il 10% del totale; per finire con 231, il 22% del totale [2]. Forse potrebbe sembrare una norma per potenziare l’autonomia degli istituti ma è facile mostrare tutte le criticità di questa impostazione. Si può iniziare individuando cosa si può fare con queste ore: potenziare ore già previste nel curricolo e inserire nuovi insegnamenti con vincoli precisi, in coerenza con il percorso di studi. Non si potrà quindi inserire filosofia in un corso Costruzione ambiente territorio (o Cat, il vecchio geometra). Il problema principale è però quello della disuguaglianza territoriale, questa impostazione prevede quindi non alla formazione di studenti preparati e preparate al futuro mondo del lavoro, ma piuttosto lavoratori e lavoratrici che sono vincolate a un territorio specifico. E come sarà loro utile tutto questo se ci sono aree del paese dove il mondo del lavoro non offre grandi opportunità o opportunità estremamente settoriali? In questo senso se da un lato il sud Italia farà fatica a offrire un’istruzione che permetta ai suoi studenti di avere una preparazione utile al loro futuro lavorativo, dall’altro in città come Milano la tendenza dovrebbe essere quella di “convergere” verso settori più legati alla finanza e ai settori legati alle tecnologie informatica o favorire per altri campi un avvicinamento all’istruzione professionale che garantisce un inserimento nel mondo del lavoro più rapido ma meno retribuito [3]. Risulta evidente come si stia parlando di una questione già problematica di per sé ma in sostanza si sta anche preparando la distruzione di un’istruzione comune a livello nazionale, non è difficile immaginare la criticità di un irrigidimento così tanto locale. In regioni in cui la migrazione è ancora molto alta [4], a quale mondo del lavoro dovrebbero pensare le scuole per ispirare il proprio quadro orario per garantire ai propri e alle proprie studenti una formazione efficace per il proprio futuro, quello locale o quello delle città del nord? Ma la questione potrebbe presentarsi anche in caso di spostamenti di pochi chilometri, rendendo difficile il percorso scolastico a chi dovesse spostarsi in un altro istituto frequentando lo stesso corso nella stessa città. Certo non può bastare la spinta all’internazionalizzazione, come indica la riforma, con ore di lezione Clil, ovvero l’insegnamento di materie curricolari in lingua straniera. Non è chiaro a cosa serva sapere bene l’inglese se poi l’intera formazioni dello o della studente è così fortemente legata a un territorio specifico. Siamo oltre la regionalizzazione dell’istruzione. 

Ma non è finita qua perché per garantire questo monte ore di flessibilità, sono state riviste le quote ore settimanali di molte materie. Ci sono riduzioni drastiche che mettono a rischio l’insegnamento stesso di alcune materie come il caso di geografia [5] o l’accorpamento di tutte le materie scientifiche, fisica biologia e chimina, nell’insegnamento denominato Scienze sperimentali. In casi come quest’ultimo, al momento in cui scrivo, non sono ancora chiare le classi di concorso per gli/le insegnanti e le indicazioni nazionali per il percorso didattico, il vecchio programma. 

In generale la riduzione riguarda sia le materie a carattere generale che tecnico, da italiano a economia aziendale o la seconda lingua comunitaria, alla faccia dell’internazionalizzazione. Certo queste ore potrebbero essere restituite con quelle dell’autonomia, anche se non avrebbe molto senso, ma credo che l’esempio dell’insegnamento di italiano permetta di fare un salto al ragionamento. Nel quinto anno, si passa da 4 ore settimanali a 3 per l’insegnamento di letteratura italiana e di come si scrive un saggio breve, nasce il sospetto che si stia preparando anche una revisione dell’esame di maturità. È difficile pensare che uno studente o una studentessa preparata con 99 ore annuali possa sostenere le stesse prove di uno o una che ne ha avute a disposizione 132. Ma non solo perché il ministero prevede l’introduzione di percorsi didattici interdisciplinari che abbiamo come prove di valutazione compiti di realtà[6] da poter svolgere preferibilmente in ambito lavorativo.  Cercando di tradurre dallo scuolese: cercare di svolgere preferibilmente attività che possano essere integrate nelle ore di Formazione scuola lavoro, per quanto riguarda italiano, ne deduco, meno saggi brevi e più relazioni lavorative. Anche in questo caso l’idea sembra essere quindi quella della creazione di personale e non persone. 

Questa riforma sta spezzando, nonostante le roboanti dichiarazioni recenti del ministro [7], un’unità dei corsi di istruzione superiore, ricreando l’antica separazione tra i corsi di avviamento al lavoro [8] e i corsi preparatori al percorso universitario. Esistono oggi percorsi didattici incentrati sull’avviamento alla professione, sono i percorsi di Istruzione e formazione professionale, in sigla IeFP[9], a carattere regionale che sono percorsi molto importanti ma danno una formazione diversa da quella dell’Istituto tecnico. 

Questa riforma quindi palesemente sta creando una divisione tra percorsi spingendo i Tecnici verso la formazione professionale e quindi non solo per gli studente e le studentesse sarà difficile cambiare corso durante il quinquennio, o quadriennio, delle scuole superiori ma a 13 anni sarà implicito che uno studente o una studentessa scegliendo un corso sta facendo una scelta di vita ancora più radicale: andare o meno all’università. 

Se a questa nuova struttura si unisce il percorso quadriennale visti i suoi risultati per chi lo ha già sperimentato[10], tutto ciò diventa ancora più evidente. 

A ulteriore dimostrazione vi è la questione della Formazione scuola lavoro (Fsl) che viene spesso ancora definita Pcto o Alternanza scuola lavoro. Questi percorsi, che già sono discutibili oggi per tutti i rischi che comportano[11] e per l’allontanamento dalle aule di ragazzi e ragazze spesso per attività non esattamente formative, vengono anticipati a partire dalla seconda superiore, per quanto facoltativi. 

Non si capisce cosa possano imparare di più che stare a scuola degli studenti e delle studentesse di 15 anni. Tra il serio e il faceto: insegno nel corso Costruzioni, ambiente, territorio; i miei studenti e le mie studentesse dovrebbero essere quindi preparati per fare il/la geometra e un’esperienza di lavoro in uno studio o in un cantiere può avere la sua validità, se meglio pensata e strutturata di due settimane scarse dove anche i più fortunati e le più fortunate impareranno proprio poco, ma la percentuale di studenti che frequenta studi o imprese edili è significativamente minore rispetto a quelli e quelle che fanno Fsl nelle agenzie immobiliari; se, a partire dall’anno scolastico 2027/28, dovranno andare anche tutte le seconde, avremo agenzie immobiliari che hanno più dipendenti della Fiat nel 1980. Quanti studi o imprese edili vorranno avere nei propri uffici studenti così giovani, così poco preparati e di conseguenza cosa potranno fare e imparare in quegli uffici? 

In sostanza ciò mi sembra dimostri ancora una volta che la volontà è quella di creare una scuola per preparare personale al mondo del lavoro, spesso nella fascia poco retribuita, anziché aiutare gli studenti e le studentesse a crearsi un percorso di crescita individuale, come persone e parte di una comunità. Il ministro o chi sostiene la riforma potrebbero obbiettare che lo scopo è quello di creare personale formato che possa adattarsi bene al mondo del lavoro. Ma se la preparazione teorica è peggiore e la formazione è sempre più pratica, i lavoratori e le lavoratrici che stiamo preparando si adatteranno a ruoli sempre più umili perché non potranno ambire ad altro. Si parla di innovazione e merito ma ci si dimentica che l’innovazione viene fatta da un maggiore studio e il merito, se non si eliminano le difficoltà strutturali, è solo una scusa per premiare chi già ha dei privilegi. 

Togliere ore di materie umanistiche o generali finisce per impedire l’innovazione anziché premiarla. Se il mantra è thinking out of the box, non è chiaro come si possa insegnare a pensare fuori dalla scatola se si depotenziano quelle materie che insegnano il pensiero critico fondamentale per porre in critica l’esistente, anche nel mondo del lavoro, e poterlo riformare. 

Alla luce di tutto questo poi vi è la solita questione, con cui ci tengo a chiudere, è vero che l’istruzione tecnica ha risvolti più pratici di quella liceale ma nel 2026 dovrebbe essere chiaro a chiunque che con un semplice diploma le possibilità di lavoro sono estremamente ridotte. Infine, nonostante ciò, la scuola in generale non forma solo lavoratori e lavoratrici ma aiuta ogni studente a una crescita personale e individuale che gli o le permetta di esprimersi al meglio. Non è solo una questione di bravi cittadini e cittadine perché per la maggioranza che sostiene questo governo un bravo cittadino è anche colui o colei che non protesta e non contesta e questo tipo di scuola andrà proprio a formare questo tipo di cittadini e cittadine. È una costruzione del sé il più libera possibile che la scuola contemporanea dovrebbe offrire: al fianco di un’istruzione tecnica, la scoperta delle lingue, della lettura, dell’arte e della geografia sono strumenti per chi, indipendentemente dal lavoro che svolgerà nella vita adulta, deve affrontare il mondo sempre più connesso e complesso. Strumenti che ai ragazzi e alle ragazze che stanno frequentando ora le scuole superiori di primo grado sono stati sottratti. 

Vi risparmio la questione prettamente sindacale per noi docenti ma capirete che la riduzione oraria significa anche riduzione dei posti di lavoro e in particolare dei precari, così magari il ministro potrà dire di aver risolto il problema del precariato nel mondo della scuola; e vi risparmio anche la confusione con cui questa riforma viene applicata, mancano ancora ad oggi molte direttive tecniche come quelle sulle classi di concorso, oppure la considerazione che questa riforma è in vigore per l’anno scolastico che inizia a settembre ma è stata annunciata e approvata DOPO la fine delle iscrizioni quindi molti e molte frequenteranno scuole che non sono per forza quelle a cui volevano iscriversi. 

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Autore: AkaCisco

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Articolo tratto interamente da Storie in Movimento

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martedì 23 giugno 2026

Per sempre



Articolo da La Costilla Rota

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su La Costilla Rota

Ci sono domande che potrebbero cambiare completamente la storia. E se la Strega Cattiva dell'Ovest non fosse davvero la cattiva? E se la Strega Buona non fosse poi così buona? E se la storia fosse incompleta? Da questo dubbio, l'intero romanzo può trasformarsi. I personaggi acquisiscono nuove dimensioni, le certezze iniziano a distorcersi e quella verità "indiscussa" nasconde segreti, omissioni e contraddizioni. Dopotutto, poche cose sono persuasive quanto una storia ripetuta abbastanza spesso.

Guardate di nuovo. Mettete in discussione le narrazioni ufficiali. Chiedetevi chi racconta le storie, da quale prospettiva e chi viene escluso. Ogni cronaca ha i suoi punti ciechi, e a volte li crea deliberatamente. Ecco di cosa si tratta nella ricerca: sollevare il velo per svelare i silenzi accuratamente gestiti dietro le grandi narrazioni; notare la magia nell'invisibile. La ricerca implica avvicinarsi a quei margini e interrogarsi sulle storie che potrebbero emergere se osservassimo il paesaggio da un punto di vista diverso.

La ricerca inizia con delle domande. Con delle preoccupazioni. Con la curiosità di sapere cosa si cela oltre l'arcobaleno. Con intuizioni sull'esistenza di dimensioni della realtà ancora inosservate o fraintese. La ricerca implica resistere all'idea che il film sia semplicemente bianco o nero. Le università esistono, tra le altre cose, per promuovere questa possibilità.

Attualmente, la pressione per l'immediatezza tende a semplificare eccessivamente i dibattiti pubblici e ad aumentare la richiesta di risposte rapide, a prescindere dalla complessità del problema. In questo contesto, difendere il diritto di porre domande è fondamentale. Mettere in discussione ciò che viene dato per scontato, ciò che è inevitabile, ciò che è considerato definitivo. Progressi scientifici, trasformazioni sociali ed espansione dei diritti sono tutti iniziati con domande scomode. Il femminismo offre alcuni esempi interessanti. Per secoli, numerose strutture sociali sono state presentate come naturali e indiscutibili. Le donne non potevano votare perché così era la norma. Non potevano accedere a determinati spazi educativi perché così era sempre stato. Non partecipavano al processo decisionale perché si presumeva che non possedessero le competenze necessarie. Finché alcune donne non hanno posto domande fondamentali. E se anche le donne fossero cittadine? E se l'esclusione fosse una costruzione sociale? E se la storia fosse incompleta?

Queste vittorie derivano da interrogativi che, all'epoca, venivano percepiti come una minaccia all'ordine costituito. Una parte significativa della ricerca femminista è consistita proprio nell'individuare le assenze: negli archivi, nei libri di storia, nelle teorie, nelle statistiche e nella memoria collettiva. Domande apparentemente semplici come "Dove sono le donne?" o "Chi manca in questa narrazione?" hanno trasformato intere discipline e aperto nuove vie di conoscenza.

Qualcosa di simile accade con altri gruppi storicamente marginalizzati. I popoli indigeni, le persone razzializzate, la comunità LGBTQIA+, le persone con disabilità e molti altri settori hanno sollevato nuove domande per arricchire la nostra comprensione del mondo e hanno messo in luce i limiti delle narrazioni dominanti. La ricerca implica lo sviluppo di una prospettiva critica capace di identificare ciò che è nascosto e di riconoscere i contesti specifici nella produzione della conoscenza, che sono plasmati da rapporti di potere, elementi simbolici ed esperienze storiche concrete.

Ecco perché le università pubbliche sono spazi cruciali. Nonostante tutti i loro limiti e le loro complessità, sono tra i pochi luoghi in cui è ancora possibile fermarsi a riflettere, intavolare conversazioni complesse e costruire conoscenza senza essere guidati unicamente da un utilitarismo immediato. Sono spazi in cui le domande sorgono senza dipendere da risposte immediate. Qualche settimana fa, ho partecipato a una discussione sulla ricerca universitaria in occasione del quarantesimo anniversario dell'Istituto di Ricerca Giuridica dell'Università Juárez dello Stato di Durango (UJED). Ascoltando le riflessioni dei miei colleghi, che hanno dedicato decenni della loro vita all'insegnamento, alla ricerca e all'architettura istituzionale, ho pensato a una delle funzioni più straordinarie delle università: sfidare il tempo.

In definitiva, le istituzioni accademiche si sostengono grazie a persone disposte a continuare a interrogarsi su giustizia, democrazia, diritti umani, disuguaglianze, violenza, asimmetrie e sui problemi della loro realtà. Perdurano perché, generazione dopo generazione, continuano dibattiti di lunga data, interrogativi ereditati e preoccupazioni intellettuali che probabilmente persisteranno a lungo anche dopo la nostra scomparsa. Contribuiamo con nuove metodologie e prospettive innovative per tramandare questi dibattiti a chi verrà dopo di noi. La ricerca trascende i singoli individui pur rimanendo dipendente da essi.

Ecco perché le riletture contemporanee di certi classici sono così avvincenti: perché qualsiasi storia vista da un'unica prospettiva assomiglia più a un'affermazione che a una conversazione. La ricchezza della conoscenza risiede nella sua capacità di riconoscere complessità, contraddizioni, sfumature e assurdità. La stessa realtà può essere osservata da molteplici punti di vista e le domande ampliano, anche se solo leggermente, la nostra comprensione. La ricerca svolge una funzione simile. Nessuna realtà è completamente spiegata. Le narrazioni non sono assolute. Esistono migliaia di prospettive che meritano di essere ascoltate. Nessuna generazione pensa in isolamento. Le nostre domande dialogano con coloro che hanno osato porle prima di noi. Le scoperte si basano su scoperte precedenti. Anche il progresso accademico è una forma di memoria. Le università conservano conversazioni che cambiano nella voce, nel linguaggio e nei protagonisti, ma si rifiutano di scomparire.

Ed è proprio qui che sta la magia: nel mantenere vive le domande. Per sempre.

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Fonte: La Costilla Rota

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Articolo tratto interamente da La Costilla Rota


martedì 16 giugno 2026

16 giugno 1976 – Apartheid: rivolte studentesche a Soweto, Sudafrica



Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera

Gli scontri di Soweto (o rivolta di Soweto) furono una serie di scontri che avvennero nella township (baraccopoli) di Soweto (sobborgo di Johannesburg, Sudafrica) nel giugno del 1976.[1]

Gli scontri coinvolsero studenti neri che protestavano contro la politica segregazionista del National Party, il partito degli afrikaner nazionalisti che a quell'epoca era al governo del paese. La polizia soffocò le manifestazioni studentesche con la forza; diverse centinaia di persone furono uccise nell'arco di dieci giorni di contestazione. Questo evento, che colpì l'opinione pubblica mondiale, diede inizio a una catena di conseguenze che sfociarono, quindici anni dopo, nella caduta del regime dell'apartheid, grazie alle altre rivolte che ci furono in America ed altri paesi.

Dopo la repressione dell'African National Congress negli anni sessanta, la protesta nera contro l'apartheid tacque per diversi anni. Alla metà del decennio successivo, tuttavia, il successo di altre organizzazioni rivoluzionarie nei paesi vicini (quali la Frelimo) alimentò nuove speranze per i neri che intendevano rovesciare il governo afrikaner. L'ANC giunse a formare una propria ala armata (chiamata Umkhonto we Sizwe) e incitò la popolazione africana a "rendere il paese ingovernabile".

Il motivo specifico della protesta studentesca di Soweto fu un decreto governativo (l'Afrikaans Medium Decree) che imponeva a tutte le scuole per neri di utilizzare l'afrikaans come lingua paritetica all'inglese. Il 1º gennaio 1975 tutti i presidi delle scuole nere ricevettero ordine di usare l'afrikaans nelle lezioni di alcune materie; l'annuncio fu dato da J. G. Erasmus, Direttore Regionale dell'"Istruzione Bantu" ("bantu" era il termine usato dalle autorità sudafricane per riferirsi alla popolazione nera).

Questa misura era l'ultimo episodio di una lunga serie di imposizioni da parte degli afrikaner, e fu percepita come direttamente associata alla logica generale dell'apartheid; l'inglese era infatti di gran lunga più diffuso presso la popolazione nera, ed era stato scelto come lingua ufficiale da molti bantustan. Al contrario, come ebbe a dire Desmond Tutu, l'afrikaans era "la lingua degli oppressori".

Il Ministro per l'Istruzione Bantu, Punt Janson, ebbe a dire:[2]

«Non ho consultato gli africani sulla questione della lingua e non intendo farlo. Un africano potrebbe trovarsi di fronte a un "capo" che parla afrikaans o che parla inglese. È nel suo interesse conoscere entrambe le lingue.»

Il decreto suscitò numerose proteste da parte del corpo docenti e degli studenti della maggior parte delle scuole per neri. Il 30 aprile 1976, i bambini della Orlando West Junior School (nel sobborgo di Orlando a Soweto) diedero inizio a uno sciopero, rifiutandosi di andare a scuola. Gli studenti di Soweto formarono un comitato d'azione, il Soweto Students' Representative Council, per organizzare la protesta, indicendo una manifestazione di massa per il 16 giugno.[3]

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