Comunicato da NonUnaDiMeno Quest’anno sarà ancora sciopero transfemminista, lunedì 9 marzo, e l’8 sarà una giornata di lotta e mobilitazione.
Due giorni potenti che fermino la produzione e la riproduzione sociale, che rendano visibile l’invisibile, che facciano emergere il sommerso e mettano al centro desiderio, rabbia e lotta.
Per
ribadire che questo presente costellato da violenza patriarcale,
razzista e istituzionale, guerre, genocidi, militarizzazione,
repressione, precarietà non è un destino a cui non possiamo sfuggire, ma
il prodotto di politiche e retoriche autoritarie precise.
Il genocidio incontrastato del popolo palestinese, la spartizione di Gaza, l’attacco al Venezuela, al Rojava, le stragi continue in Iran, Congo e Sudan,
le violenze e gli omicidi dell’ICE, la repressione del dissenso che
ovunque si abbatte sui movimenti e su chiunque non si allinea a questo
sistema, le politiche persecutorie antimigranti e il razzismo
istituzionale sempre più feroce, sono tutti sintomi della più generale deriva transnazionale, segnata da un’escalation bellica e di violenza patriarcale che ridisegna le priorità politiche ed economiche verso riarmo, guerra e imperialismo.
L’economia di guerra non è più una
minaccia astratta, ma una realtà tangibile che ci colpisce in modo
ancora più terribile come donne, froce, lesbiche, persone queer, trans,
non binarie, malatə, neurodivergenti e con disabilità, razzializzate,
migrantə, sex workers, prigionierə, lavoratricə, anziane e in modo
crescente bambinə.
La sottrazione delle risorse destinate ai bisogni reali, per destinarle invece al riarmo e alla militarizzazione, è sistemica. L’autodeterminazione
e la libertà dei corpi e dei popoli sono sotto attacco ovunque e in
modi diversi, ma tutti con un impatto devastante. Una politica
della guerra, sul piano interno, è quella che fa della cultura dello
stupro e della violenza sessista, maschilista, istituzionale ed
economica le proprie parole chiave; una politica che pone al centro la
virilità maschile, in un Paese in cui i femminicidi sono all’ordine del
giorno e in cui le istituzioni si mostrano incapaci di affrontare il
problema su un piano politico, sociale e culturale.
Siamo noi i soggetti che la
società patriarcale ha deciso di sacrificare per poter garantire il
proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il peso e la
violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre.
La
sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi,
nella violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi,
nel consumismo e nell’estrattivismo sui territori.
La nostra risposta alla violenza è collettiva, culturale e quotidiana e straborda nelle piazze e negli scioperi.
Per farlo abbiamo bisogno della pratica transfemminista,
che continua ad essere uno degli anticorpi più efficaci e potenti,
perché riesce a mettere al centro le vite materiali, le relazioni
personali e politiche e le infrastrutture della cura. Vogliamo
continuare a immaginare insieme nuovi modi di opporci a questo presente
soffocante, per costruire una lotta imprevedibile e concreta.
Non permetteremo la strumentalizzazione della violenza patriarcale da parte del governo per legittimare risposte securitarie.
“Sicurezza” che si traduce in politiche di controllo, militarizzazione
dei quartieri, repressione e profilazione razziale, aumento dellə
detenutə per reati penali, civili e amministrativi che sono costrettə a
vivere in condizioni inumane in carceri sovraffollate.
L’uso sproporzionato della forza contro i
movimenti sociali, le manifestazioni studentesche e quelle sindacali è
il volto interno di questa stessa politica di guerra. È stato approvato l’ennesimo Pacchetto Sicurezza:
misure che non sono pensate per la nostra sicurezza, ma per reprimere
chi esprime dissenso e svuotare le piazze, rendendo la lotta
costosissima sul piano economico e sul piano sociale e dando più
protezione economica e politica alle forze dell’ordine (che sono ancora
senza numeri identificativi).
La violenza dello stato si manifesta anche con proposte di legge come il DDL Bongiorno.
Ci opponiamo alla formulazione della nuova legge sulla violenza
sessuale, che elimina il consenso come parametro per giudicare se ci sia
stata o meno violenza e smaschera la cultura profondamente patriarcale,
misogina e antifemminista dell’esecutivo, che mette sul banco dellə
imputatə chi ha subito violenza invece di chi l’agisce, mentre fa la
guerra ai Centri Anti Violenza autonomi e transfemministi.
Vogliamo rimettere al centro i nostri desideri, la nostra rabbia, l’autodeterminazione sui nostri corpi e sui nostri territori.
Continuiamo a organizzarci, per
trasformare il dolore in rabbia e la rabbia in lotta, per innescare il
cambiamento personale e collettivo, tramare e cospirare insieme.
La potenza transfemminista in grado di
distruggere le fondamenta di questo sistema razzista, patriarcale,
coloniale, abilista e repressivo, forte di quello che abbiamo costruito e
trasformato negli ultimi 10 anni e di tutte le genealogie precedenti,
ma che sia in grado di leggere il presente e adeguare pratiche e lotte.
Lo sciopero è esploso in questi anni,
anche a partire dal movimento transfemminista globale, nella sua
dimensione di pratica sovversiva. È un processo politico costruito non
solo su specifiche rivendicazioni, ma con l’obiettivo di trasformare
radicalmente i presupposti materiali e sociali di disuguaglianze e
gerarchie.
Oggi, dopo dieci anni, è ancora più urgente lo sciopero dal lavoro riproduttivo e produttivo, dai generi e di genere.
Scioperiamo perché senza consenso è stupro.
Scioperiamo perché senza dissenso è dittatura.
Scioperiamo
perché non vogliamo che le nostre vite siano regolate da un’economia di
guerra che impone militarizzazione in ogni ambito delle nostre vite.
Scioperiamo per lo smantellamento delle frontiere che generano morti continue e contro il razzismo di stato.
Scioperiamo perché nelle scuole non vogliamo le forze dell’ordine ma un’educazione sessuo-affettiva al consenso e al desiderio.
Scioperiamo
perché siamo stanchə di vivere di contratti di lavoro poveri, di
lottare contro la disoccupazione, contro la violenza economica, razzista
e maschilista dentro e fuori ai luoghi del lavoro.
Scioperiamo
per una salute transfemminista per spazi e reti di cura – siano essi
autogestiti o all’interno dei servizi di sanità pubblica – che sappiano
farsi carico della nostra salute a 360°: dalla salute sessuale e
riproduttiva alla salute mentale.
Scioperiamo perché vogliamo una casa per tuttə.
Scioperiamo perché ancora oggi il sud
Italia è ai margini delle politiche istituzionali, in cui il progetto
surreale del ponte sullo stretto è al centro e le nostre vite terrone
sono dimenticate.
Scioperiamo per il reddito di autodeterminazione.
Scioperiamo per l’autodeterminazione dei popoli oppressi, per la fine del colonialismo in tutte le sue forme e delle guerre.
Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita, non il profitto e la guerra.
LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO!
Non Una Di Meno