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mercoledì 15 luglio 2026

Anni dopo, non c’è ancora alcuna verità né giustizia per Mario Paciolla

 

Comunicato da Amnesty International - Italia

L’11 luglio 2020 Mario Paciolla chiama dalla Colombia i suoi genitori.  

È agitato, è preoccupato. Vuole tornare a casa. Il 14 luglio compra un biglietto aereo. 

Il 15 luglio arriva un’altra chiamata alla famiglia. 

Questa volta però non è Mario a farla perché Mario è già morto, in quello  che viene raccontato come un “suicidio”. 

Anni dopo, non c’è ancora alcuna verità né giustizia. 

CHI ERA MARIO PACIOLLA

Mario Paciolla nasce a Napoli il 28 marzo 1987 e si laurea in Scienze politiche all’Orientale di Napoli nel 2014. Ha grandi passioni, ama viaggiare, scoprire cosa accade nel mondo, scrivere poesie e articoli di giornale.  

 

Non diventerò un astronauta, ma amerò lo stesso la luna. 

Non sarò lupo di mare, ma vi troverò sempre un rifugio. 

Non comporrò una canzone, ma mi emozionerò ascoltando la magia della musica. 

Non ritrarrò né l’alba né il tramonto di un placido paesaggio campestre, ma ne coglierò l’essenza. 

non conoscerò il nome delle stelle, ma riuscirò a raccoglierlo quando inciamperanno nel buio. 

Non avrò le ali di un gabbiano, forse, 

ma volerò lo stesso. 

 

Nel 2016 arriva in Colombia come cooperante con Peace Brigades International ed è proprio in Colombia che realizza uno dei suoi sogni: nel 2018 inizia infatti a collaborare con le Nazioni Unite. Un lavoro complesso, dato che si deve occupare del monitoraggio del processo di pace tra il governo e l’ex gruppo armato FARC, le Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane. 

In quei due anni Mario viene raccontato da chi incontra lì, per amicizia o per lavoro, come un uomo sempre solare e allegro. 

Poi, però, arriva il luglio del 2020. 

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Video credit Giustizia per Mario Paciolla caricato su YouTube


mercoledì 13 maggio 2026

Gaza: MSF lancia l'allarme sulla "crisi di malnutrizione artificiale"



Comunicato da Medici Senza Frontiere

Secondo un’analisi dei dati medici pubblicata oggi da Medici Senza Frontiere, la malnutrizione artificiosamente provocata da Israele a Gaza ha avuto conseguenze devastanti sulle donne incinte e su quelle che allattano, sui neonati e sui bambini di età inferiore ai 6 mesi durante i periodi di intense ostilità e assedio, come quello di metà 2025.

Una crisi di malnutrizione provocata artificiosamente

In 4 strutture sanitarie gestite e supportate dalle nostre équipe, tra la fine del 2024 e l’inizio del 2026, i nostri team hanno registrato livelli più elevati di prematurità e mortalità tra i neonati nati da madri affette da malnutrizione durante la gravidanza, alti livelli di aborti spontanei, e un forte aumento delle interruzioni delle cure tra i bambini malnutriti.

Attribuiamo questi dati al blocco dei beni essenziali imposto da Israele e agli attacchi alle infrastrutture civili, comprese le strutture mediche. L’insicurezza, gli sfollamenti, le restrizioni agli aiuti e l’accesso limitato al cibo e alle cure mediche hanno avuto conseguenze devastanti per la salute materna e neonatale.

La situazione rimane estremamente fragile nonostante il cosiddetto cessate il fuoco ed esorta le autorità israeliane a consentire immediatamente l’ingresso senza ostacoli di assistenza e rifornimenti vitali.

La crisi di malnutrizione è interamente artificiale. Prima della guerra, la malnutrizione a Gaza era praticamente inesistente. Da 2 anni e mezzo, il blocco sistematico degli aiuti umanitari e delle merci commerciali, unito all’insicurezza, ha fortemente limitato l’accesso al cibo e all’acqua potabile. Le strutture sanitarie sono state costrette a chiudere e le condizioni di vita sono gravemente peggiorate. Di conseguenza, le persone più vulnerabili sono esposte a un rischio maggiore di malnutrizione”. Mercè Rocaspana referente medico di MSF per le emergenze

Analizzando i dati raccolti da 201 madri di neonati in cura nelle unità di terapia intensiva neonatale degli ospedali Al Nasser e Al Helou, a Khan Younis e Gaza City, tra giugno 2025 e gennaio 2026, emerge che più della metà delle donne ha sofferto di malnutrizione nel corso della gravidanza e il 25% era ancora malnutrito al momento del parto.

Le devastanti conseguenze della malnutrizione durante la gravidanza

Il 90% dei bambini nati da madri affette da malnutrizione è nato prematuro e l’84% presentava un basso peso alla nascita, un’incidenza molto più elevata rispetto ai bambini nati da madri non malnutrite al momento del parto. La mortalità neonatale era doppia tra i neonati nati da madri affette da malnutrizione rispetto a quelli nati da madri non malnutrite.

Tra ottobre 2024 e dicembre 2025, i nostri team hanno ammesso 513 neonati di età inferiore ai 6 mesi nei programmi ambulatoriali di alimentazione terapeutica presso le strutture sanitarie di base di Al Mawasi e Al Attar a Khan Younis. Di questi, il 91% era a rischio di ritardi nella crescita e nello sviluppo.

A dicembre, 200 neonati non facevano più parte del programma: solo il 48% di loro era guarito, il 7% era deceduto, il 7% era stato indirizzato a un programma per bambini più grandi e un incredibile 32% aveva interrotto il trattamento, principalmente a causa dell’insicurezza e dello sfollamento.

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mercoledì 29 aprile 2026

Il Decreto Primo Maggio rappresenta l’ennesimo schiaffo ai lavoratori mascherato da regalo


Comunicato da USB

Nel decreto Primo Maggio non c’è niente di serio per i nostri salari, ma questo lo si era già capito da tempo. La sberla del 3,1% sui conti pubblici e la rigidità della Ue nel tenere fermi i paletti del Patto di Stabilità non danno al governo Meloni molto spazio di agibilità, soprattutto alla luce dei vergognosi impegni assunti da Palazzo Chigi in materia di spesa militare.

Ma una novità di un certo rilievo nel decreto Primo Maggio c’è e non è positiva. All’articolo 7 il decreto stabilisce il criterio di “salario giusto” al quale dovrebbero attenersi i datori di lavoro che intendano accedere alle decontribuzioni previste dal decreto stesso. E qui si nasconde l’imbroglio: il contratto adottato deve prevedere un trattamento economico complessivo, il cosiddetto TEC, non inferiore al trattamento economico complessivo previsto dal CCNL stipulato dalle organizzazioni più rappresentative. Ma il TEC è una misura estremamente diversificata da contratto a contratto, poiché comprende i minimi tabellari (il cosiddetto trattamento economico minimo, TEM) più tutte le figure accessorie della retribuzione, dalla 13esima alla 14esima, alle più diverse indennità, al welfare aziendale, ai premi di produttività, ecc. Confrontare i TEC di due diversi contratti è un’operazione molto complessa che apre la strada a infiniti contenziosi.

Ma il governo non ha scelto il TEC per sbaglio. Ha voluto introdurre una norma sufficientemente ambigua da lasciare ai padroni la possibilità di adottare contratti al ribasso, i cosiddetti contratti “pirata”, dove le parti accessorie del salario configurino una retribuzione potenzialmente in linea con i CCNL firmati dalle organizzazioni più rappresentative.

In questi anni, i Tribunali che hanno contestato i salari sotto la soglia costituzionale, hanno sempre fatto riferimento ai minimi tabellari, il TEM, perché quella è soglia facilmente individuabile e confrontabile tra contratti. Con questo decreto, il governo fa un’operazione subdola, che invece di combattere i salari poveri ha l’obiettivo di riconoscerli e legittimarli. Un vero e proprio imbroglio.

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martedì 21 aprile 2026

Diritti Umani in caduta libera: il verdetto di Amnesty per il 2026


Comunicato da Amnesty International - Italia

Per tutto il 2025, voraci predatori hanno proseguito a demolire l'ordine globale basato sulle regole e braccato i beni comuni globali, portando avanti le loro conquiste per un dominio economico e politico attraverso distruzione, depredazione repressione e violenza su larga scala. Ma in un sistema in cui domina la guerra al posto della diplomazia, milioni di persone continuano a resistere. Oggi è più necessario che mai concentrarsi su ciò che deve essere difeso in via prioritaria e a tutti i costi per il bene dei diritti umani.                

Anche quest’anno, mantenendo una tradizione che va avanti dagli anni Ottanta, Amnesty International Italia pubblica l’edizione integrale in lingua italiana del Rapporto sulla situazione dei diritti umani nel mondo.

L’edizione di quest’anno, con un’introduzione della segretaria generale di Amnesty International Agnès Callamard, contiene cinque panoramiche regionali e schede di approfondimento su 144 paesi.

L’edizione 2026 del Rapporto di Amnesty International è pubblicata da Roma Tre Press.

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Video credit Amnesty Italia caricato su YouTube


venerdì 17 aprile 2026

Troppi limiti allo sciopero: l’Italia fuori dagli standard europei



Comunicato da USB

Il Comitato Europeo per i Diritti Sociali ha riconosciuto che la legge 146/90, che disciplina l'esercizio del diritto di sciopero in Italia, viola la Carta Sociale Europea.

Una bocciatura che arriva dopo il ricorso presentato da USB nel 2022 e resa pubblica lo scorso 13 marzo: ad essere messi sotto accusa sono l'obbligo di comunicare la durata dell'astensione in anticipo, l'eccessiva quantità di settori definiti essenziali, l'abuso del sistema delle franchigie e della rarefazione degli scioperi. Norme che rendono meno efficace il ricorso allo sciopero, sbilanciando i rapporti di forza a sfavore di chi lavora e ponendo un'evidente questione di democrazia nel Paese.

La definizione di servizi essenziali giuridicamente riconosciuta a livello internazionale è quella dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro, che indica quelle attività la cui interruzione metterebbe in pericolo la vita, la sicurezza personale o la salute di una parte o dell'intera popolazione. La legge italiana estende questa definizione a settori come i trasporti, la scuola, i servizi doganali… perfino al settore bancario e a quello assicurativo! La logistica, inoltre, è stata aggiunta recentemente tramite una comunicazione della Commissione di Garanzia sul diritto di sciopero, guarda caso lo scorso 11 marzo.

Adesso è finalmente possibile rivendicare un pieno diritto di sciopero in Italia, con il Governo e il Parlamento che devono adattarsi alle indicazioni europee, ma l'azione della Commissione di Garanzia sembra andare nella direzione diametralmente opposta.

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venerdì 13 marzo 2026

Vittoria per gli animali: la LAV ferma il "Piano di sterminio" della fauna selvatica



Comunicato da Lav

È una vittoria per la fauna selvatica, per la scienza e per la legalità

Noi di LAV con ENPA, WWF Italia, LIPU, OIPA, LEIDAA e LNDC Animal Protection annunciamo un’importante vittoria giudiziaria.

Con la sentenza pubblicata, il TAR Lazio ha annullato tre parti fondamentali del Piano straordinario per la gestione e il contenimento della fauna selvatica adottato dal Governo nel 2023.

Il Tribunale ha accolto il ricorso delle associazioni sospendendo disposizioni che avrebbero aperto la strada a interventi potenzialmente massivi, indiscriminati e in contrasto con il diritto nazionale ed europeo.

Il TAR ha dichiarato illegittimi punti in cui si impediva il ricorso ai metodi alternativi per alcune specie cd “parautoctone”, che venivano equiparate alle specie esotiche invasive, nonostante ciò sia contrario al diritto europeo e alla normativa nazionale.

Bocciata anche l’esclusione generalizzata dei principali divieti di tutela faunistica previsti dalle leggi nazionali ed europee che il Piano aveva indebitamente disattivato per le attività di controllo.
La sentenza conferma che tali divieti devono restare pienamente operativi.

Infine è stata dichiarata illegittima la possibilità per le Regioni di commissariare gli Enti parco regionali se non applicavano il Piano entro sei mesi: misura priva di base legislativa e lesiva dell’autonomia dei parchi.

Questa sentenza ristabilisce la centralità del diritto europeo, della selettività, della prevenzione e del ruolo degli Enti parco.

È una vittoria per la fauna selvatica, per la scienza e per la legalità e una sconfitta per le politiche antiscientifiche alla base delle forzature che hanno caratterizzato l’azione del Governo e del Parlamento, che ha già portato all’apertura della procedura d’infrazione INFR(2023)2187proprio su questo tema. 

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venerdì 6 marzo 2026

Manifestare diventa reato: condannato il coordinatore USB


Comunicato da USB

Il GIP di Brescia ha condannato ad una pesante ammenda Dario Filippini, coordinatore provinciale dell’USB. 

All’origine della condanna c’è la manifestazione del 30 dicembre scorso tenutasi in Piazza Paolo VI, in cui centinaia di bresciani participarono ad una pubblica assemblea per protestare contro l’arresto di Mohammad Hannoun e di altri dirigenti palestinesi,  accusati ingiustamente di terrorismo.

La partecipata assemblea si era svolta pacificamente e senza alcun incidente, ma ciò nonostante il nostro dirigente sindacale è stato denunciato e poi condannato. 

Il motivo ha dell’incredibile: Dario Filippini, pur avendo preavvisato alla Questura la manifestazione, non avrebbe rispettato le tempistiche previste. Così, sulla base dell’art. 18 TULPS,  la Questura di Brescia, da tempo impegnata in una costante e diffusa iniziativa di rappresaglia repressiva verso i movimenti e le lotte, ha denunciato il sindacalista.

È un fatto gravissimo, che fa il paio con il nuovo Decreto Sicurezza che prevede la comminazione di decine di migliaia di euro di multa ai manifestanti da parte del Prefetto unicamente sulla base di semplici procedure amministrative, limitando di fatto ogni garanzia difensiva.

Non solo. Il Questore di Brescia ha ritenuto al contempo che Dario, in quanto promotore di assemblee e manifestazioni pubbliche in qualità di dirigente sindacale di USB, fosse un soggetto pericoloso e ha emesso nei suoi confronti l’avviso orale ex art. 3 d.lgs n°159/2011, intimandogli di tenere comportamenti adeguati.

Un atto gravissimo che cerca di intimidire e delegittimare la lotta sindacale di USB, reputando socialmente pericoloso il ruolo di un dirigente del sindacalismo di base.

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venerdì 13 febbraio 2026

Appello di Non Una Di Meno verso l'8 marzo 2026

 


Comunicato da NonUnaDiMeno 

Quest’anno sarà ancora sciopero transfemminista, lunedì 9 marzo, e l’8 sarà una giornata di lotta e mobilitazione. 

Due giorni potenti che fermino la produzione e la riproduzione sociale, che rendano visibile l’invisibile, che facciano emergere il sommerso e mettano al centro desiderio, rabbia e lotta.
Per ribadire che questo presente costellato da violenza patriarcale, razzista e istituzionale, guerre, genocidi, militarizzazione, repressione, precarietà non è un destino a cui non possiamo sfuggire, ma il prodotto di politiche e retoriche autoritarie precise.

Il genocidio incontrastato del popolo palestinese, la spartizione di Gaza, l’attacco al Venezuela, al Rojava, le stragi continue in Iran, Congo e Sudan, le violenze e gli omicidi dell’ICE, la repressione del dissenso che ovunque si abbatte sui movimenti e su chiunque non si allinea a questo sistema, le politiche persecutorie antimigranti e il razzismo istituzionale sempre più feroce, sono tutti sintomi della più generale deriva transnazionale, segnata da un’escalation bellica e di violenza patriarcale che ridisegna le priorità politiche ed economiche verso riarmo, guerra e imperialismo.

L’economia di guerra non è più una minaccia astratta, ma una realtà tangibile che ci colpisce in modo ancora più terribile come donne, froce, lesbiche, persone queer, trans, non binarie, malatə, neurodivergenti e con disabilità, razzializzate, migrantə, sex workers, prigionierə, lavoratricə, anziane e in modo crescente bambinə.

La sottrazione delle risorse destinate ai bisogni reali, per destinarle invece al riarmo e alla militarizzazione, è sistemica. L’autodeterminazione e la libertà dei corpi e dei popoli sono sotto attacco ovunque e in modi diversi, ma tutti con un impatto devastante. Una politica della guerra, sul piano interno, è quella che fa della cultura dello stupro e della violenza sessista, maschilista, istituzionale ed economica le proprie parole chiave; una politica che pone al centro la virilità maschile, in un Paese in cui i femminicidi sono all’ordine del giorno e in cui le istituzioni si mostrano incapaci di affrontare il problema su un piano politico, sociale e culturale.

Siamo noi i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per poter garantire il proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre.
La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel consumismo e nell’estrattivismo sui territori.


La nostra risposta alla violenza è collettiva, culturale e quotidiana e straborda nelle piazze e negli scioperi.

Per farlo abbiamo bisogno della pratica transfemminista, che continua ad essere uno degli anticorpi più efficaci e potenti, perché riesce a mettere al centro le vite materiali, le relazioni personali e politiche e le infrastrutture della cura. Vogliamo continuare a immaginare insieme nuovi modi di opporci a questo presente soffocante, per costruire una lotta imprevedibile e concreta.

Non permetteremo la strumentalizzazione della violenza patriarcale da parte del governo per legittimare risposte securitarie. “Sicurezza” che si traduce in politiche di controllo, militarizzazione dei quartieri, repressione e profilazione razziale, aumento dellə detenutə per reati penali, civili e amministrativi che sono costrettə a vivere in condizioni inumane in carceri sovraffollate.

L’uso sproporzionato della forza contro i movimenti sociali, le manifestazioni studentesche e quelle sindacali è il volto interno di questa stessa politica di guerra. È stato approvato l’ennesimo Pacchetto Sicurezza: misure che non sono pensate per la nostra sicurezza, ma per reprimere chi esprime dissenso e svuotare le piazze, rendendo la lotta costosissima sul piano economico e sul piano sociale e dando più protezione economica e politica alle forze dell’ordine (che sono ancora senza numeri identificativi).

La violenza dello stato si manifesta anche con proposte di legge come il DDL Bongiorno. Ci opponiamo alla formulazione della nuova legge sulla violenza sessuale, che elimina il consenso come parametro per giudicare se ci sia stata o meno violenza e smaschera la cultura profondamente patriarcale, misogina e antifemminista dell’esecutivo, che mette sul banco dellə imputatə chi ha subito violenza invece di chi l’agisce, mentre fa la guerra ai Centri Anti Violenza autonomi e transfemministi.

Vogliamo rimettere al centro i nostri desideri, la nostra rabbia, l’autodeterminazione sui nostri corpi e sui nostri territori.

Continuiamo a organizzarci, per trasformare il dolore in rabbia e la rabbia in lotta, per innescare il cambiamento personale e collettivo, tramare e cospirare insieme.

La potenza transfemminista in grado di distruggere le fondamenta di questo sistema razzista, patriarcale, coloniale, abilista e repressivo, forte di quello che abbiamo costruito e trasformato negli ultimi 10 anni e di tutte le genealogie precedenti, ma che sia in grado di leggere il presente e adeguare pratiche e lotte.

Lo sciopero è esploso in questi anni, anche a partire dal movimento transfemminista globale, nella sua dimensione di pratica sovversiva. È un processo politico costruito non solo su specifiche rivendicazioni, ma con l’obiettivo di trasformare radicalmente i presupposti materiali e sociali di disuguaglianze e gerarchie.

Oggi, dopo dieci anni, è ancora più urgente lo sciopero dal lavoro riproduttivo e produttivo, dai generi e di genere.

Scioperiamo perché senza consenso è stupro.

Scioperiamo perché senza dissenso è dittatura.

Scioperiamo perché non vogliamo che le nostre vite siano regolate da un’economia di guerra che impone militarizzazione in ogni ambito delle nostre vite.

Scioperiamo per lo smantellamento delle frontiere che generano morti continue e contro il razzismo di stato.

Scioperiamo perché nelle scuole non vogliamo le forze dell’ordine ma un’educazione sessuo-affettiva al consenso e al desiderio.

Scioperiamo perché siamo stanchə di vivere di contratti di lavoro poveri, di lottare contro la disoccupazione, contro la violenza economica, razzista e maschilista dentro e fuori ai luoghi del lavoro.

Scioperiamo per una salute transfemminista per spazi e reti di cura – siano essi autogestiti o all’interno dei servizi di sanità pubblica – che sappiano farsi carico della nostra salute a 360°: dalla salute sessuale e riproduttiva alla salute mentale.

Scioperiamo perché vogliamo una casa per tuttə.

Scioperiamo perché ancora oggi il sud Italia è ai margini delle politiche istituzionali, in cui il progetto surreale del ponte sullo stretto è al centro e le nostre vite terrone sono dimenticate.

Scioperiamo per il reddito di autodeterminazione.

Scioperiamo per l’autodeterminazione dei popoli oppressi, per la fine del colonialismo in tutte le sue forme e delle guerre.

Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita, non il profitto e la guerra.

LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO!

Non Una Di Meno


lunedì 29 dicembre 2025

Irresponsabili, perché la guerra è l’unica vera follia


Comunicato da Emergency

Le azioni hanno sempre un peso, così come le parole. E di parole, verso chi nel 2025 è sceso in piazza per la pace, ne sono state dette tante. “Incivili“, “fanatici“, “irresponsabili“: questi sono solo alcuni dei termini utilizzati per descrivere le migliaia di persone che hanno partecipato alle tante manifestazioni per i diritti e per la pace in questi mesi.

Il nostro video di fine anno 2025, “Irresponsabili”, parte proprio da questo scenario e da quelle stesse parole che una parte dell’opinione pubblica ha usato per chi ha manifestato per la pace.

Con la voce di Elio Germano, prendiamo queste parole e ne ribaltiamo il significato, trasformandole in un’ode verso chi è sceso in piazza.

Un augurio per il 2026 e un invito a non subire la guerra, nostra o di altri Paesi, ma a far sentire con forza la volontà di percorrere una strada diversa.

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Video credit EMERGENCY caricato su YouTube


giovedì 18 dicembre 2025

Appello europeo per il lupo: anche Enpa tra i firmatari



Comunicato da Enpa

Anche Enpa figura tra le 213 organizzazioni europee che hanno firmato l’appello rivolto ai governi degli Stati membri dell’Unione europea per chiedere di non ridurre il livello di protezione del lupo nei rispettivi territori  .

La richiesta è contenuta in una lettera indirizzata ai ministri dell’Ambiente dell’Ue, inviata il 17 dicembre 2025, in cui associazioni ambientaliste, animaliste e scientifiche mettono in guardia dai rischi legati al recente cambiamento normativo deciso a livello europeo.

Nel dicembre 2024, su proposta dell’Unione europea, il lupo è stato declassato nella Convenzione di Berna, una scelta che ha poi portato alla modifica della Direttiva Habitat, con il passaggio della specie dall’Allegato IV (specie rigorosamente protetta) all’Allegato V (specie protetta ma gestibile). Gli Stati membri hanno tempo fino al 15 gennaio 2027 per recepire la modifica, ma – come ricordano le organizzazioni firmatarie – non sono obbligati ad abbassare il livello di tutela a livello nazionale.

Secondo i promotori dell’appello, la decisione europea non è supportata da basi scientifiche solide. I dati ufficiali mostrano infatti che, nonostante una parziale ripresa in alcuni Paesi grazie alla protezione rigorosa, il lupo presenta ancora uno stato di conservazione sfavorevole in sei delle sette regioni biogeografiche europee. Anche la Large Carnivore Initiative for Europe aveva espresso forti perplessità, sottolineando che le decisioni sulla fauna selvatica dovrebbero basarsi su evidenze scientifiche e non su valutazioni politiche.

Nel documento si richiama inoltre una recente pronuncia della Corte di giustizia dell’Unione europea del giugno 2025, che ha ribadito come lo stato di conservazione di una specie debba essere valutato Paese per Paese, e non su scala transfrontaliera. Un principio che rafforza la possibilità, per i singoli Stati, di mantenere una protezione più elevata del lupo.

Le organizzazioni firmatarie, tra cui Enpa, avvertono anche che il declassamento rischia di indebolire le politiche di convivenza tra lupi e comunità rurali, alimentando l’idea che l’abbattimento sia una soluzione efficace ai conflitti con la zootecnia. Al contrario, la lettera ribadisce che prevenzione, corretta gestione del bestiame, misure di protezione e sistemi di compensazione condizionati sono gli strumenti più efficaci e sostenibili per ridurre le predazioni.

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mercoledì 17 dicembre 2025

Tre anni di governo Meloni: i diritti crollano, parola di Amnesty



Comunicato da Amnesty International - Italia

Nei tre anni trascorsi dall’inizio della XIX legislatura e dall’insediamento del governo diretto dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in Italia c’è stato un profondo arretramento nella tutela dei diritti umani.

È quanto emerso dall’analisi, presentata ieri a Roma dall’organizzazione per i diritti umani, intitolata “Il governo Meloni al giro di boa”.

L’esecutivo ha polarizzato la narrazione e la legislazione principalmente su temi riguardanti la sicurezza pubblica e la migrazione, con l’intento di punire e dissuadere.

Dall’adozione del “decreto-rave” nel primo Consiglio dei ministri dell’ottobre 2022 alla conversione in legge del “decreto sicurezza”, entrato in vigore dopo un anomalo ricorso alla decretazione d’urgenza, è stata data priorità alla costante e progressiva adozione di norme tese a restringere lo spazio civico, erodere le libertà di espressione e associazione e prendere di mira la solidarietà e i gruppi marginalizzati.

“La normativa approvata in tema di “sicurezza” è il sintomo che l’autoritarismo si appresta a prendere piede anche nel nostro paese: come non definire autoritario un insieme di norme che ha inasprito le pene per diversi reati e ha introdotto ben quattordici nuove fattispecie di illeciti legati in buona misura a forme di manifestazione del dissenso. Allo stesso modo, non può essere usato un termine diverso per le modalità con cui, attraverso l’uso eccessivo e della forza e l’utilizzo dei fogli di via contro le persone attiviste, è stato gestito l’ordine pubblico durante le ricorrenti manifestazioni, soprattutto in solidarietà con la popolazione palestinese della Striscia di Gaza”, ha dichiarato Anneliese Baldaccini, responsabile delle relazioni con le istituzioni di Amnesty International Italia.

“Il governo Meloni non ha esitato a impegnare enormi risorse pubbliche per un accordo con il governo di Tirana per la costruzione di centri in Albania destinati al trasferimento di persone migranti, tenendo in vita un protocollo illegale e costoso a dispetto delle numerose pronunce di illegittimità emesse da corti italiane ed europee con riferimento ai trattenimenti nei centri stessi”, ha proseguito Baldaccini.

Soprattutto dopo l’emissione del mandato di cattura per il primo ministro israeliano Netanyahu, il governo italiano ha avviato un’opera di delegittimazione della giustizia internazionale, coerente con la posizione indulgente tenuta negli ultimi due anni verso il governo israeliano.

“Ma la prova più evidente di tale delegittimazione è stata l’accompagnamento in Libia del ricercato Almasri: un clamoroso atto di disprezzo verso gli obblighi di cooperazione del nostro paese con la Corte penale internazionale, che aveva emesso un mandato di cattura nei confronti del potente miliziano libico”, ha sottolineato Baldaccini.

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giovedì 27 novembre 2025

Domani sciopero generale contro la finanziaria di guerra



Comunicato da USB

Il 28 novembre sarà un grande sciopero generale contro la finanziaria di guerra: decine di piazze verso la manifestazione nazionale del 29 a Roma

Lo sciopero generale del 28 novembre sarà un’importante giornata di lotta contro la finanziaria di guerra del Governo Meloni: in decine di città in tutto il Paese si stanno preparando le mobilitazioni contro i tagli e le politiche del riarmo, per la fine dei rapporti con lo stato israeliano e del genocidio in Palestina, per i salari e le pensioni.

Il 28 novembre, quindi, sarà una grande giornata di mobilitazione e sciopero, mentre il giorno dopo saremo tutte e tutti a Roma per una grande manifestazione nazionale che partirà da Porta San Paolo alle ore 14:00.

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giovedì 13 novembre 2025

Non Una Di Meno: contro la guerra e il patriarcato, solleviamo la marea femminista



Comunicato da NonUnaDiMeno 

Il 22 novembre inondiamo le strade di Roma.
Il 25 novembre cortei, azioni e iniziative in tutte le città!

In un paese che si prepara al riarmo approfondendo disuguaglianze e discriminazioni, la violenza patriarcale diventa programma di governo ed è normalizzata dalla produzione ossessiva di misure e leggi misogine e transfobiche

I dati dell’Osservatorio di Non Una di Meno registrano, tra gli altri dati, 78 femminicidi, 3 suicidi indotti di donne, 2 suicidi indotti di due ragazzi trans, 1 suicidio indotto di una persona non binaria, 1 suicidio indotto di un ragazzo ma, come sappiamo, questi numeri, di per sé eloquenti, non danno la misura di quel quotidiano sommerso e strutturale della violenza. L’approccio punitivista scelto dal Governo è pura propaganda da cui non farsi incantare: mentre mostra il pugno di ferro con l’ergastolo per i colpevoli di femminicidio, attacca i centri antiviolenza, la loro storia politica femminista, le pratiche e le metodologie per la fuoriuscita e la prevenzione della violenza di genere.

Mentre i media rilanciavano la notizia dell’ennesimo femminicidio, la Commissione Cultura della Camera votava un disegno di legge che vietava l’educazione sessuale anche alle scuole medie e la subordina al consenso dei genitori negli istituti medi superiori, svuotando la scuola pubblica di un ruolo educativo insostituibile nella diffusione della cultura del consenso e delle differenze. Questa la fotografia del momento, al di là di ogni ipocrisia propagandistica o di piccoli dietrofront.
Violenze, abusi e umiliazioni fanno parte dell’educazione sentimentale dei maschi italici da tempo – come testimoniano il gruppo facebook “Mia moglie” e i siti Fika.net e Social Media Girls – eppure le indicazioni nazionali di Valditara vanno proprio nella direzione di sdoganare la violenza, del disciplinamento di studenti e docenti, della militarizzazione dei saperi e della formazione, di un approccio alla cultura bigotto e autoritario. Si accompagnano alla stretta sui percorsi di affermazione di genere con la Legge Disforia nella crociata ideologica antigender che colpisce in particolare infanzia e adolescenza.
Da donne, persone trans*, precarie, migranti paghiamo doppiamente il prezzo della militarizzazione delle relazioni, della vita, della società, dell’economia.
Siamo noi a pagare il riarmo con i salari da fame, il part time imposto e il taglio del welfare. La manovra finanziaria propaganda il sostegno alle famiglie ma si tratta di mance una tantum come il Bonus Mamme e di incentivi a tornare a casa per curare figli e parenti senza alcun sostegno economico. Quando Meloni parla di famiglia e di natalità, in realtà scarica altro lavoro gratuito sulle donne per compensare i tagli alla sanità e ai servizi sociali. 

In Italia sono più di 2 milioni le famiglie in povertà assoluta (con più di 1 milione di minori), si è povere anche se si ha un lavoro, i salari sono i più bassi d’Europa, non esistono tutele dal ricatto economico, molestie sul lavoro e stress mentale. In un Paese in cui cresce l’intensità del disagio economico, si sta configurando una legge di bilancio “austera” e piuttosto “debole” in termini di risorse, che libera soldi per il riarmo, la difesa e la produzione di armamenti all’interno della necessità di risanamento dei bilanci pubblici voluta dall’Europa.  
Viviamo in un momento storico in cui la guerra è diventata la regola dei rapporti sociali. Nazionalismo e suprematismo sono le parole chiave della destra al potere che si riorganizza intorno a Trump. Si materializzano nella loro forma più brutale in Palestina, mentre la guerra globale si accende in decine di focolai nel mondo dettando le condizioni di un potere economico predatorio e senza argini. 
Abbiamo abitato, a partire dal posizionamento transfemminista, con rabbia e desiderio le mobilitazioni contro il genocidio e il disegno neo-coloniale che si sta dispiegando ancora oggi in Palestina, nonostante la finta “tregua”.

Nelle scorse settimane siamo state marea, esondazione di corpi che si sono riappropriati dello strumento dello sciopero generalizzato, che hanno praticato blocchi diffusi, che hanno espresso ostilità contro governi complici attraverso discorso e pratiche radicali.
Dalla giornata del TDOR del 20 allo sciopero del 28 sarà di nuovo agitazione permanente. Occupiamo le piazze per bloccare tutto e unire le lotte!
In uno scenario in cui paradigma genocidario e guerra stanno cambiando il volto dell’economia, del welfare e della produzione, pensiamo sia sempre più urgente ribadire che la Palestina ci riguarda, che lottare per l’autodeterminazione dei popoli significhi lottare per l’autodeterminazione dei nostri corpi e delle nostre vite, a partire dalle soggettività specifiche che ne sono maggiormente colpite, donne, giovani, migranti, precarie, persone trans*, queer, non binarie, lavoratrici.   

Il 22 novembre inondiamo le strade di Roma! il 25 novembre cortei, azioni e iniziative in tutte le città.

Per un’antiviolenza femminista e transfemminista, finanziata e libera dall’ideologia punitivista e confessionale.
Per una scuola libera da condizionamenti e diktat, per la libertà di ricerca e di insegnamento, per l’educazione sessuo-affettiva dalla scuola dell’infanzia all’università.
Contro la manovra finanziaria. Noi la guerra non la paghiamo! Né complici né vittime della conversione bellica.
Per il diritto all’autodeterminazione dei corpi e dei popoli.

Non Una Di Meno


giovedì 6 novembre 2025

Fridays For Future torna in piazza contro il governo



Comunicato da Fridays for future

Tra due settimane, a sei mesi dall’ultimo Sciopero Globale per il clima Fridays For Future torna per le strade di tutta Italia per riportare al centro del dibattito un grande assente nel dibattito pubblico degli ultimi due anni: la crisi climatica.

“Dalla siccità in Sicilia fino alle alluvioni nel nord: il nostro paese ha attraversato un’altra estate da film distopico di fantascienza. Eppure non è di fantascienza che si tratta: negli ultimi 10 anni le morti per ondate di calore sono raddoppiate in Italia” afferma Simona Di Viesti di Fridays.

Da quando il movimento è nato 7 anni fa molte cose sono cambiate, oggi viviamo in un mondo in cui la transizione ecologica è una realtà, e si sta muovendo anche rapidamente. Ma allo stesso tempo la crisi climatica è peggiorata in modo tragico, sono stati raggiunti alcuni punti di non ritorno e sulle prime pagine dei giornali non si parla mai di queste cose. “La politica insieme a molti altri attori parla di clima in modo marginale, sembra di essere tornati a prima del 2019” commenta ancora Simona.

Questa manifestazione vuole mandare un messaggio chiaro ai governi del mondo: affrontate la crisi climatica oppure fatevi da parte. Le richieste sono le stesse dal 2022, quelle contenute nell’Agenda climatica redatta dal movimento prima che la coalizione di Giorgia Meloni vincesse le elezioni, ma il problema oggi è che nessuno sembra ascoltarle. Serve dare uno scossone, cambiare gli equilibri.

Da Trump al governo italiano, il bilancio fatto da Fridays è negativo: “Questi governi non parlano di clima perché metterebbe in pericolo gli interessi fossili da cui sono sorretti. Nell’amministrazione Trump, secondo il Guardian, si contano oltre 40 funzionari legati strettamente alle industrie di gas e petrolio” racconta Guglielmo Rotunno di Fridays. Ma anche in Italia la situazione è poco incoraggiante: “Tanto da portare la Corte di Cassazione a pronunciarsi. Re Common e Greenpeace hanno ottenuto una vittoria storica quest’estate nei confronti di ENI, MEF e Cdp: la Suprema Corte ha affermato che sono legittime le cause intentate per i danni derivanti dal cambiamento climatico” continua Guglielmo. Ma Fridays non dimentica il tragico contesto internazionale in cui ci troviamo, dalla Palestina fino ai crescenti conflitti in Europa che hanno portato ad un piano di Riarmo europeo che dirotta i fondi destinati alla riconversione ecologica.

Nello specifico il regime coloniale, genocida e di apartheid di Israele dipende fortemente dal sostegno energetico esterno per mantenere le sue operazioni. In risposta, i palestinesi hanno chiesto un embargo energetico totale per fermare il genocidio e contribuire alla liberazione della Palestina. Queste richieste di embargo energetico sono in linea con le richieste dei sindacati palestinesi di interrompere il sostegno all’apparato militare israeliano, un movimento che ha già acquisito un vasto slancio globale. Gli embarghi energetici oggi rappresentano uno strumento potente per far rispettare il diritto internazionale e costringere Israele a porre fine al suo regime coloniale e genocida.

Per questo Fridays for Future Italia aderisce alle richieste della campagna internazionale:

  1. Fermare tutte le esportazioni di energia verso Israele.
  2. Porre fine a tutte le importazioni di energia israeliana.
  3. Disinvestire dai progetti di estrazione e dalle joint venture con le società energetiche israeliane.

Nella striscia di Gaza la situazione resta drammatica e profondamente ingiusta, la pace raggiunta non rispetta l’autodeterminazione del popolo palestinese e rischia di assomigliare ad un colonialismo non dichiarato. Ma non solo: l’impunità verso lo Stato di Israele mette in discussione il diritto internazionale e il ruolo stesso delle Nazioni Unite, attaccate senza pudore dagli alleati di Netanyahu. 

Tra 10 giorni inizierà la COP30, ovvero la trentesima Conferenza delle parti sul clima, che coinvolge quasi tutti i governi del mondo e sarà in Brasile. A organizzarla sono proprio le Nazioni Unite: “E’ necessario ribadire che la cooperazione tra popoli e paesi è l’unica strada. Ma non solo: questa COP deve portarci dalle parole ai fatti, dopo 30 anni tutti gli ultimatum sono scaduti: i governi del mondo devono agire oppure levare le tende” dice Mattia Catania del movimento.

Il 14 novembre Fridays For Future ci invita a “diventare marea”, per questa battaglia servono tutti e tutte: studentesse e studenti, lavoratrici e lavoratori, pensionate e pensionati, giornaliste e giornalisti, movimenti, associazioni, sindacati. Una grande piazza per gridare al mondo che la crisi climatica esiste ancora e deve essere affrontata.

Fridays For Future Italia

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lunedì 6 ottobre 2025

Sabato 25 Ottobre 2025 torna il Linux Day



Comunicato da Linux Day

🐧 Sabato 25 Ottobre 2025 torna il Linux Day: la principale manifestazione italiana dedicata al software libero, la cultura aperta ed alla condivisione!

Il Linux Day nasce nel 2001 come appuntamento annuale per riunire le forze di tutte le persone attiviste nel movimento del software libero, dell'open source, ed in particolare di Linux. Proponiamo una rete di eventi decentralizzati in tutta Italia, organizzati autonomamente da gruppi di persone volontarie e appassionate. È il più grande evento italiano sul tema con migliaia di visitatori. Una tradizione da non perdere.

Puoi trovare talk, workshop, spazi per l'assistenza tecnica, gadget, dibattiti e dimostrazioni pratiche e potrai incontrare la community!

L'accesso al Linux Day è sempre libero e gratuito!     

Per maggiori informazioni:

https://www.linuxday.it/2025/


sabato 20 settembre 2025

22 settembre è sciopero generale contro il genocidio


Comunicato da USB

Sarà un grande sciopero generale che bloccherà il Paese. I segnali sono ormai talmente forti che non abbiamo più dubbi: saranno milioni i lavoratori e le lavoratrici che si fermeranno. Non sono più solo i portuali, dai quali è partito l’appello alla lotta, ma è ormai un fiume in piena che attraversa la penisola e si prepara a sfociare in una enorme manifestazione di protesta lunedì 22 settembre.

Le mobilitazioni che continuano ad attraversare le grandi città come i centri minori non si contano più. C’è una ondata di indignazione che sta contagiando tutti ed anche quelli che fino a ieri continuavano a rimanere in silenzio ora devono far vedere che dicono e fanno qualcosa. Non importa, non ci curiamo di loro e dei loro ridicoli tentativi di rincorsa, lasciamo che il fiume li trascini nella direzione giusta.

Da ogni parte è salita la voglia di sciopero generale che tutti e tutte potremo agire per l’intera giornata di lunedì 22. Le restrizioni odiose della Commissione di garanzia alla fine riguardano il trasporto aereo e una manciata di aziende: per tutti gli altri lo sciopero sarà regolare e non potranno farci niente.

Molti porti saranno bloccati, sarà la gente a mettersi davanti ai valichi e ad impedire il passaggio, dando una mano ai lavoratori che dentro si saranno fermati. Lo stop così sarà totale.

Anche le città non di mare saranno ferme. Il trasporto pubblico si fermerà in moltissime città, bus e metro non circoleranno, e questo già sarà di fortissimo impatto. Le stesse manifestazioni rischiano di risentirne, quindi prepariamoci per tempo, perché ci sarà da camminare. I ferrovieri saranno in sciopero e speriamo che torneranno a dare un segnale di grande compattezza come hanno saputo fare durante tutto lo scorso anno ed anche negli scioperi di quest’anno. In ogni caso nelle grandi città le manifestazioni punteranno a circondare le grandi stazioni ferroviarie.

Ma a scioperare ovviamente non saranno solo i lavoratori del trasporto. Ci saranno le fabbriche, la logistica, i settori pubblici, la scuola, i vigili del fuoco, il commercio, l’energia. E poi ci saranno gli studenti, con la loro spinta e il loro entusiasmo. Saranno tantissimi e faranno la differenza. Lo sdegno per quello che sta succedendo a Gaza e per la complicità dei governi occidentali, Italia in testa, è trasversale e non ha confini. A colpire sono la reticenza e le bugie dei politici, il racconto vergognoso che saremmo in prima fila negli aiuti e altre amenità simili. Tutti sanno che bisogno rompere le relazioni con uno stato terrorista, a tutti i livelli, cominciando come è ovvio dalle armi ma poi passando al piano commerciale e diplomatico. Il resto sono chiacchiere. Sanzioni, embargo, rottura: queste le parole che vogliamo sentire e che grideremo nelle piazze dello sciopero generale.

Per la Palestina libera dal fiume al mare, si urla in tutte le piazze. Con determinazione e responsabilità facciamo che questo fiume di indignazione diventi un mare. Rompiamo gli argini, blocchiamo tutto.

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Video credit Unione Sindacale di Base caricato su YouTube


venerdì 19 settembre 2025

Medici Senza Frontiere: aperto il fuoco dalle forze israeliane contro camion per distribuzione acqua ai civili palestinesi

Comunicato da Medici Senza Frontiere

Il nostro sito di distribuzione dell’acqua a Gaza City è stato attaccato da Israele.

A Gaza City i nostri team stanno registrando un aumento dei feriti nei 2 ospedali e nelle 2 cliniche dove è ancora operativa.

Stiamo inoltre continuando a distribuire acqua e il 15 settembre le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro un camion cisterna chiaramente identificabile come appartenente alla nostra équipe, mentre un team dell’organizzazione distribuiva 10.000 litri di acqua potabile nel quartiere di Sheikh Radwan, nella parte orientale di Gaza City.

Un attacco deliberato

Il percorso e gli orari degli spostamenti del veicolo erano stati comunicati in anticipo alle autorità israeliane, come il nostro team fa quotidianamente.

Questo attacco non può essere liquidato come un errore. Si è trattato di un tentativo deliberato di sabotare la distribuzione di acqua ai civili che non possono lasciare la zona, in particolare i malati e i più vulnerabili che vivono in tende o tra le macerie di quelle che un tempo erano le loro case.

MSF rimarrà a Gaza City il più a lungo possibile. Data la situazione così instabile e pericolosa, stiamo valutando ora per ora se continuare a operare a Gaza City. Abbiamo bisogno che gli ospedali e le cliniche continuino a funzionare anche lì”.Jacob Granger coordinatore dell’emergenza MSF a Gaza

Continua il nostro coordinatore dell’emergenza nella Striscia:

A Gaza City i team di MSF continuano ad operare in 2 ospedali e 2 cliniche e continuano a distribuire acqua. Quello che ci dicono è che gli attori umanitari sono sempre meno, a causa delle operazioni militari in corso e alle pressioni del governo israeliano per far abbandonare Gaza City”.J. Granger

Aumentano gli attacchi e diminuisce la terra

Un mese fa, Gaza City contava circa 1 milione di abitanti.

Tutte queste persone vivono in condizioni davvero precarie. Non hanno accesso al cibo, all’acqua e alle cure mediche di base. In queste condizioni, è molto difficile per loro riuscire a spostarsi a sud. Mancano le infrastrutture e non c’è spazio sufficiente al sud.

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mercoledì 13 agosto 2025

Comunicato Lav: abbattuto un lupo in Alto Adige



Comunicato da Lav

Uno dei due lupi che il presidente della Provincia di Bolzano aveva condannato a morte, identificandolo a caso, è stato infine ucciso questa notte.

“Questa notizia ci addolora profondamente e allo stesso tempo ci fa infuriare”, dichiara Massimo Vitturi, responsabile LAV dell'Area Animali Selvatici. Nonostante la LAV e altre associazioni siano subito intervenute al TAR e al Consiglio di Stato, infatti, non è stato possibile salvare i due animali a causa del parere di ISPRA favorevole all’uccisione.

Ci chiediamo come sia possibile che un istituto scientifico di rilevanza internazionale possa dare un parere favorevole all’uccisione di due lupi, quando è la stessa Provincia ad aver ammesso che i sistemi di prevenzione degli animali allevati non sono stati utilizzati, oppure lo sono stati ma in maniera parziale e inadeguata 

 Massimo Vitturi, Area Animali Selvatici LAV

Nella documentazione di cui la LAV è venuta in possesso, emerge infatti che quando gli animali allevati sono stati predati, stazionavano all’esterno delle recinzioni anti-lupo e che per difenderli erano stati utilizzati i cani da conduzione e non quelli da guardiania.

“Se solo fossero stati utilizzati a dovere i sistemi di prevenzione, il lupo si sarebbe potuto salvare – continua Vitturi – per questo motivo il nostro Ufficio Legale è già al lavoro per depositare una denuncia per uccisione di animale contro la Provincia di Bolzano”. 

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giovedì 24 luglio 2025

Aumento rapido e senza precedenti di malnutrizione acuta tra la popolazione di Gaza



Comunicato da Medici Senza Frontiere

Aumento rapido e senza precedenti di malnutrizione acuta tra la popolazione di Gaza.

Il più alto numero di casi di malnutrizione nella Striscia

Nella clinica MSF di Al-Mawasi, nel sud della Striscia, e nella clinica di Gaza City, nel nord, i nostri team stanno registrando il più alto numero di casi di malnutrizione mai osservato da MSF nella Striscia.

Oltre 700 donne incinte e in fase di allattamento e quasi 500 bambini affetti da malnutrizione severa e moderata, sono attualmente in cura nei centri di alimentazione terapeutica ambulatoriale in entrambe le cliniche.

Solo nella clinica di Gaza City, i casi sono quasi quadruplicati in meno di 2 mesi: da 293 a maggio a 983 all’inizio di luglio. Tra questi, 326 sono bambini di età compresa tra i 6 e i 23 mesi.

È la prima volta che assistiamo a un numero così alto di casi di malnutrizione a Gaza. La fame a cui è costretta la popolazione è intenzionale: potrebbe finire domani se solo le autorità israeliane permettessero l’ingresso di cibo su larga scala”. dott. Mohammed Abu Mughaisib vicecoordinatore medico di MSF a Gaza

La presenza di casi di malnutrizione a Gaza è il risultato di scelte deliberate e calcolate da parte delle autorità israeliane, tra queste:

  • limitare l’ingresso di cibo al minimo indispensabile per la sopravvivenza,
  • controllare e militarizzare la distribuzione degli aiuti,
  • ostacolare e rendere di fatto impossibile ogni attività locale di produzione alimentare.

Rischiare la vita per il cibo

Le persone rischiano la vita per procurarsi quantità insufficienti di cibo, mentre intorno a loro la situazione precipita verso il collasso generale: la contaminazione fognaria è aggravata dalla continua distruzione delle infrastrutture, manca carburante per la produzione di acqua potabile, le condizioni di vita nei campi ormai sovraffollati sono disumane, da 20 mesi le condizioni di salute dei palestinesi sono compromesse con un sistema sanitario completamente danneggiato.

A causa della diffusa malnutrizione tra le donne incinte, degli scarsi livelli di igiene e di accesso all’acqua, molti bambini nascono prematuri. La nostra unità di terapia intensiva neonatale è gravemente sovraffollata, con 4 o 5 neonati che condividono una singola incubatrice. È la mia terza missione a Gaza e non ho mai visto nulla di simile. Le madri mi chiedono cibo per i propri figli. Donne incinte al sesto mese pesano spesso meno di 40 chili. La situazione ha superato ogni livello di criticità”. dott.ssa Joanne Perry medico di MSF a Gaza City

Prima di ottobre 2023, Gaza dipendeva fortemente da beni e forniture provenienti da fuori, con una media di 500 camion al giorno che entravano nella Striscia. Dal 2 marzo, quel numero è stato a malapena raggiunto dal numero totale di camion entrati nella Striscia fino ad oggi.

Con i valichi di frontiera chiusi o sottoposti a forti restrizioni, e con una produzione alimentare locale quasi nulla a causa dei combattimenti e delle distruzioni, i mercati sono vuoti e i pochi prodotti ancora disponibili sono inaccessibili alla maggior parte della popolazione.

Prezzi alle stelle: 1 kg di zucchero costa in media 76 dollari

I prezzi del cibo sono inevitabilmente aumentati drasticamente, rendendo inaccessibili anche i beni essenziali.

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lunedì 21 luglio 2025

Anche l’OIPA è stata ufficialmente ammessa come parte civile per l’uccisione dell’orsa Amarena



Comunicato da OIPA Italia Onlus

Comunicato stampa

18 luglio 2025

Oggi, presso il Tribunale di Avezzano (AQ), l’OIPA (Organizzazione Internazionale Protezione Animali) è stata ufficialmente ammessa come parte civile nel procedimento penale per l’uccisione dell’orsa Amarena, simbolo del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, brutalmente abbattuta a fucilate nell’agosto 2023.

Nell’udienza di oggi OIPA Italia è stata difesa con il patrocinio dell’ Avv. Francesco Paolo Fornario del foro di Roma, che ha sostenuto le ragioni della costituzione, mentre il giudice ha riconosciuto la legittimità dell’OIPA a partecipare attivamente al processo anche per il suo ruolo operativo nella tutela degli animali, inclusa la fauna selvatica, e la costante presenza su tutto il territorio nazionale ivi compresa la regione Abruzzo.

Fin da subito, l’OIPA aveva infatti preso parte a questa battaglia di civiltà, depositando denuncia per uccisione di animali – per il tramite dell’Avv. Claudia Taccani, responsabile dell’Ufficio Legale e portavoce del Presidente – con l’obiettivo di costituirsi parte civile e rappresentare Amarena e i suoi cuccioli. All’esito delle indagini preliminari è emerso che l’orsa, al momento dello sparo, non rappresentava alcun pericolo.

OIPA Italia, come sempre, è in prima linea per la tutela di chi non ha voce. Abbiamo voluto essere parte di questo processo per rappresentare non solo Amarena e i suoi cuccioli, ma anche il sentimento diffuso di empatia e giustizia che la collettività prova verso gli animali”, dichiara l’Avv. Taccani.

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