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giovedì 16 luglio 2026

Cosa finirebbe nel nostro piatto e quali sono i rischi della deregolamentazione sui nuovi OGM



Articolo da La Città Futura

Il Parlamento europeo, con la complicità del governo Meloni, vota a favore delle modifiche normative che permettono la coltivazione delle piante OGM e la vendita degli alimenti da essi derivati senza etichettatura specifica, consegnando i Paesi europei agli interessi delle multinazionali agrochimiche.

Il 17 giugno il Parlamento Europeo ha approvato a maggioranza il Regolamento relativo alle piante ottenute con le Nuove Tecniche Genomiche (NGT), chiamate in Italia Tecnologie di Evoluzione Assistita (TEA), e ai prodotti da esse derivati, che modifica la precedente e assai più restrittiva legislazione in materia (regolamento 2017/625). Con le modifiche legislative si procede a una deregolamentazione degli Organismi Geneticamente Modificati (OGM) con modifiche nel DNA sotto i 20 nucleotidi (ad esempio piccole inserzioni, delezioni o sostituzioni di nucleotidi), le cosiddette NGT1, ovvero il 94% dei nuovi OGM. Rimane, invece, una maggiore regolamentazione per le NGT2, ovvero gli OGM con modifiche dai 20 nucleotidi in su. La soglia di 20 nucleotidi, che non ha valore scientifico, viene posta come valore limite per stabilire quali OGM sono NGT1, e quindi deregolamentati, e quali NGT2, e quindi soggetti alla stringente regolamentazione in materia. Quello che conta è il numero di nucleotidi modificati, non gli effetti e il processo che ha determinato la mutazione genetica. Anche il genoma di piante naturali è soggetto a mutazioni, che sono il motore dell’evoluzione biologica, ma in un ecosistema complesso di interazioni non riproducibili dall’uomo.

Ad aprile il regolamento sulle NGT era stato adottato a maggioranza dal Consiglio Ue con sei Paesi contrari, ovvero Austria, Croazia, Ungheria, Slovacchia, Slovenia e Romania, e il voto favorevole degli altri, tra cui l’Italia. C’è stato, quindi, un parere favorevole del governo Meloni, essendo il Consiglio l’organo comunitario che riunisce i diversi governi dell’Ue. A giugno oltre ad essere stato approvato il provvedimento dal Parlamento dell’Ue sono stati bocciati tutti gli emendamenti che cercavano di modificarlo, in particolare sia quello più politico che prevedeva il rigetto dell’intera proposta [1] sia quello che cercava di limitare la portata dei brevetti ai soli OGM/NGT [2]. Mediante la modifica normativa, sarà possibile per le multinazionali agrochimiche come Bayer-Monsanto, Corteva, Sygenta/ChemChina e Basf brevettare le modiche geniche degli NGT1, assumendo la proprietà intellettuale del risultato. Queste quattro aziende da sole controllano già il 60% del mercato dei sementi mondiali e detengono la maggioranza dei brevetti relativi alle NGT1. Inoltre, essendo gli stessi risultati ottenibili mediante i metodi convenzionali di selezione delle piante, spetterà agli agricoltori dimostrare che la modifica ottenuta è opera loro e non un’appropriazione indebita di sementi di piante brevettate dalle multinazionali del settore. Non sono infatti passati gli emendamenti che chiedevano di limitare l’applicazione dei brevetti in modo da non comprendere anche le piante ottenute con selezione convenzionale e di spostare l’onere della prova di violazione della proprietà intellettuale sulle industrie depositarie del brevetto.

AVS, Europa Verde e Movimento 5 Stelle hanno appoggiato entrambi gli emendamenti. Il PD ha appoggiato solo l’emendamento sui brevetti, con alcuni eurodeputati che hanno votato contro l’ordine di scuderia sia per l’emendamento di rigetto dell’intera proposta normativa (Annunziata) che di quelli sui brevetti (Gori, Lupo, a cui si aggiunge Picierno che, sebbene eletta con il PD, ha abbandonato recentemente il partito). Le forze di Governo (FdI, FI e Lega) hanno votato contro entrambi gli emendamenti. Futuro Nazionale (Vannacci), invece, ha votato a favore del primo emendamento e contro il secondo. La SVP (Dorfmann) ha votato con il centrodestra contro entrambi gli emendamenti. La proposta di legge parte da un relatore del PPE, ma ha trovato l’appoggio anche di altri schieramenti europei alla sua destra, come ECR (di cui fa parte FdI) e i Patrioti (di cui fa parte la Lega). Le formazioni di estrema destra che a parole si dipingono come difensori dei contadini, con alcune eccezioni [3], come al solito svendono i piccoli produttori agli interessi del grande capitale. In questo sono affiancate dalle principali organizzazioni agricole, come l’italiana Coldiretti, che ha fatto una vera e propria inversione di posizione sugli OGM. Vannacci, invece, votando contro l’emendamento che aveva maggiori possibilità di passare, perché sostenuto anche dai socialdemocratici, ovvero quello che poneva dei limiti ai brevetti, dimostra di fare un’opposizione di facciata e di stare ancora con un piede nella scarpa del centrodestra.

Più articolata la posizione del gruppo socialdemocratico europeo (S&D), a cui fa riferimento anche il PD, che è a favore della deregolamentazione delle NGT1, e quindi del cambio normativo, in quanto le ritiene una delle possibili soluzioni a problemi dell’agricoltura come il cambiamento climatico e i parassiti. I socialdemocratici considerano le NGT una forma del progresso scientifico necessario per sollevare le condizioni dell’umanità, sebbene, almeno nelle dichiarazioni, avvertano i rischi legati alla possibile concentrazione del mercato agricolo, ovvero la centralizzazione di capitali, caratteristica intrinseca del capitalismo. Posizione evidente nelle parole dell’europarlamentare PD Dario Nardella, per il quale “le NGT rappresentano un aiuto concreto per gli agricoltori, diverranno uno strumento fondamentale per accelerare lo sviluppo di varietà più resistenti agli stress climatici e alle fitopatie”, sebbene sottolinei i limiti della “disciplina dei brevetti, che rischia di concentrare in poche mani di alcuni grandi il controllo del mercato delle nuove sementi geneticamente trattate, a scapito dei piccoli agricoltori”. Più netta, invece, l’opposizione del Movimento 5 Stelle alle NGT espressa da Valentina Palmisano: “Dopo le lobby delle armi, delle banche, delle assicurazioni e dei colossi petroliferi ed energetici oggi i partiti di destra scelgono di fare copia e incolla anche delle richieste dell’agribusiness”. Ritengo che il progresso scientifico possa realmente sollevare le condizioni dell’umanità, ma a condizione che la Scienza sia utilizzata per il bene collettivo e non sia asservita agli interessi di pochi. Se effettivamente una modifica genica possa permettere di far resistere le piante a una piaga come quella della siccità tale innovazione non dovrebbe essere coperta da brevetto, ma resa disponibile a tutti senza nessun compenso. Che poi queste piante NGT possano realmente risolvere questi problemi è un’altra questione.

I rischi per la salute degli alimenti ottenuti con la lavorazione di piante geneticamente modificate, che a partire dal 2028 saranno in commercio, non sono del tutto chiari, in assenza di studi qualificati sugli effetti di medio-lungo periodo prima dell’immissione sul mercato, come era stato ben evidenziato nel 2004 da Jeffrey M. Smith nel suo saggio “L’inganno a tavola”. L’apertura commerciale a questi alimenti è un chiaro sacrificare il principio di precauzione sugli altari dell’interesse privato. Con la modifica del quadro normativo in Ue non sarà più obbligatorio etichettare quali alimenti contengono OGM, qualora si usino gli NGT1 invece degli NGT2, impedendo agli acquirenti di fare una scelta consapevole di cosa mangeranno. L’introduzione su vasta scala metterà a rischio l’agricoltura biologica, perché anche se i sementi OGM saranno proibiti nel biologico, le piante geneticamente modificate si incroceranno con quelle non geneticamente modificate. Sebbene i sementi geneticamente modificati dovranno essere etichettati, non sarà obbligatorio per gli agricoltori far sapere quale tipo di sementi adotteranno. Per cui inevitabilmente i campi di piante ottenute con i sementi NGT1 saranno contigui a quelli che non ne hanno fatto uso, per cui sarà praticamente impossibile impedire la contaminazione anche del biologico. Gli agricoltori che si troveranno i propri campi contaminati rischieranno di essere denunciati per aver usato piante geneticamente modificate coperte da brevetto, come già avvenuto negli Stati Uniti.  Inoltre i contadini che applicheranno selezione con metodi tradizionali e che svilupperanno modifiche compatibili con quelle delle piante geneticamente modificate brevettate, rischieranno di essere denunciati dalle grandi industrie del settore, e dovranno essere loro a provare che hanno ottenuto in modo autonomo gli stessi geni delle piante brevettate, poiché sono i geni ad essere coperti da brevetto. La normativa Ue sulla proprietà intellettuale delle invenzioni biotecnologiche, la direttiva 98/44, stabilisce che le NGT1 sono soggette a brevetto industriale, poiché prodotto inventivo e industrialmente scalabile. Sebbene le grandi industrie siano in grado di distinguere le due tipologie di piante non renderanno disponibili agli agricoltori i loro metodi. Le cause legali intentate dalle multinazionali del settore costringeranno molti agricoltori a cessare la produzione o a vendere a imprese più grandi, provocando la centralizzazione di capitali nel settore agricolo. Chi invece si adeguerà alla coltivazione delle nuove piante dovrà comprare i sementi dalle multinazionali che li producono, diventandone dipendente.

I sostenitori delle NGT ritengono che queste piante aiuteranno l’umanità contro le principali calamità dell’agricoltura: il cambiamento climatico e i parassiti. Nardella, ad esempio, considera le NGT una possibile soluzione al parassita xylella che ha colpito gli ulivi del nostro Paese. Altri ritengono che questa applicazione biotecnologica permetterà di avere piante resistenti alla siccità, che è sempre più un problema per l’agricoltura italiana. La soluzione a queste problematiche sta nella biodiversità, come motivato dal professore Ceccarelli nell’intervista rilasciata a Orto Da Coltivare sul tema delle NGT. I nuovi OGM andranno, invece, proprio a ridurre questa biodiversità, favorendo lo sviluppo di parassiti resistenti ai geni modificati, che richiederanno piante modificate con nuovi geni per contrastare i parassiti resistenti, creando ulteriore dipendenza economica dei contadini nei confronti delle multinazionali produttrici dei sementi geneticamente modificati. Esattamente come avvenuto negli Stati Uniti, dove gli OGM sono già largamente presenti, per il mais OGM resistente alla diabrotica, un coleottero le cui larve si nutrono delle radici, che sta perdendo la sua efficacia poiché si sono diffusi i coleotteri resistenti alla modifica genetica. Coltivando invece miscugli di piante diverse della stessa specie si ha una maggiore resistenza ai parassiti e ai cambiamenti climatici, poiché saranno selezionate di volta in volta quelle più adatte al mutato ambiente.

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Articolo tratto interamente da La Città Futura 


mercoledì 15 luglio 2026

So che questa è una serata...

"So che questa è una serata di festa e non voglio rovinarla a nessuno. Il problema è che io non mi sento molto di festeggiare in questo momento perché sul mio cuore, come credo su quello di ognuno di voi, pesa il troppo sangue che sta sfogando in Palestina. Sento di dover deviare questo premio agli uomini e alle donne della Croce rossa internazionale e della Mezzaluna palestinese che in questi giorni stanno svolgendo un lavoro fondamentale, mettendo a repentaglio la propria vita. Lancio un appello, per quello che può valere la mia umile voce, affinché tutti abbassino la testa di fronte alla Croce rossa internazionale e permettano a questi uomini e a queste donne di svolgere il loro lavoro. È inaccettabile che le ambulanze vengano sequestrate, è inaccettabile che i poveri non abbiano cibo e che i malati non abbiano medicine."

Libero De Rienzo



lunedì 13 luglio 2026

Le città sotto assedio del caldo: l’adattamento è ormai urgente



Articolo da Ambientenonsolo

Il progetto H2C evidenzia rischi crescenti per la salute nelle aree urbane e indica strategie concrete per affrontare ondate di calore e isole di calore urbane

Le città sono sempre più esposte agli effetti delle ondate di calore e del cambiamento climatico, con impatti diretti sulla salute dei cittadini. È questo il messaggio centrale del report “Chaleur & Santé en ville” del progetto H2C, coordinato da L’Institut Paris Region, che analizza in profondità il legame tra clima urbano, esposizione alla temperatura e rischi sanitari. 

Città più calde: il ruolo dell’isola di calore urbana

Le aree urbane presentano caratteristiche – densità edilizia, materiali impermeabili, scarsa vegetazione – che modificano il clima locale. Il risultato è il fenomeno dell’isola di calore urbana, che rende le città significativamente più calde rispetto alle aree rurali, soprattutto di notte.

Durante le ondate di calore, questo effetto si amplifica, aumentando l’esposizione della popolazione a temperature elevate e riducendo la capacità di recupero fisiologico, in particolare nelle ore notturne.

Impatti sulla salute: una minaccia concreta

Gli effetti della temperatura elevata sulla salute sono già evidenti. Il report ricorda che eventi estremi come la canicola del 2003 hanno causato decine di migliaia di morti in Europa, con circa 15.000 decessi in Francia e migliaia anche a livello urbano. 

Più in generale:

  • la mortalità aumenta con l’aumentare delle temperature
  • crescono ricoveri e accessi ai pronto soccorso
  • aumentano i rischi per malattie cardiovascolari, respiratorie e renali

Particolarmente vulnerabili risultano:

  • anziani
  • persone con patologie croniche
  • popolazioni socialmente fragili
  • cittadini esposti a condizioni abitative sfavorevoli

Disuguaglianze e vulnerabilità urbana

Uno degli aspetti più rilevanti evidenziati dal progetto H2C è la forte dimensione sociale del rischio.

La vulnerabilità al caldo dipende da tre fattori principali:

  • esposizione (quanto si è esposti alle alte temperature)
  • suscettibilità individuale (età, salute)
  • capacità di adattamento (condizioni economiche, qualità dell’abitare) 

Le aree urbane più dense e con minori risorse risultano quindi più esposte agli impatti sanitari, accentuando le disuguaglianze.

Caldo e inquinamento: un rischio combinato

Il report evidenzia anche la stretta relazione tra calore e qualità dell’aria. Le alte temperature favoriscono la formazione di ozono e aggravano l’inquinamento atmosferico, aumentando ulteriormente i rischi sanitari.

Questo effetto combinato rappresenta una delle principali sfide ambientali e sanitarie nelle città europee.

Spazi verdi: una soluzione chiave ma non sufficiente

La vegetazione urbana emerge come uno degli strumenti più efficaci per contrastare il caldo. Parchi e alberature:

  • riducono le temperature attraverso ombra ed evapotraspirazione
  • migliorano il comfort termico
  • offrono benefici per la salute e il benessere

Tuttavia, il loro effetto dipende da diversi fattori:

  • dimensione e distribuzione degli spazi verdi
  • disponibilità di acqua
  • condizioni meteorologiche

In particolare, nelle notti senza vento, i parchi possono diventare veri e propri “rifugi climatici”, con temperature inferiori anche di diversi gradi rispetto alle aree costruite.

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Fonte: Ambientenonsolo

Autore: Ambientenonsolo
Articolo tratto interamente da Ambientenonsolo 

Immagine generata con intelligenza artificiale


venerdì 10 luglio 2026

Seveso, cronaca di sedici giorni di bugie



Articolo da IrpiMedia

Omissioni e reticenze ritardano le misure di contenimento della nube. Gli operai continuano a lavorare. Le case nelle vicinanze sono evacuate solo 16 giorni dopo il disastro Gli animali già muoiono nei campi

Sono le 12:37 di sabato quando, nel reparto B dell’Icmesa, il disco di rottura del reattore A101 cede. Negli atti dell’archivio Speciale Seveso si legge che per circa venti minuti dal tubo di sfiato esce una nube «densa e rossiccia», spinta dal vento verso sud-est, sopra Seveso. 

Le conseguenze sull’ambiente circostante sono immediate e brutali: le piante bruciano per un raggio di circa 1.300 metri. Solo il pronto intervento del capo reparto dell’azienda Carlo Galante ha limitato i danni. Sentito lo scoppio, si legge agli atti del processo sui fatti dell’Icmesa, Galante entra nel reparto (invaso da una fitta nebbia), attacca l’aspiratore e apre la valvola dell’acqua per consentire il raffreddamento dell’impianto. Impianto che non è dotato di un meccanismo automatico di spegnimento.

L’inchiesta in breve

  • Le conseguenze della nube tossica che si è alzata dall’Icmesa il 10 luglio 1976 cominciano a vedersi già pochi giorni dopo: bambini ustionati, moria di animali e piante. L’azienda svizzera però lascerà passare nove giorni prima di far sapere alle istituzioni italiane che la fabbrica aveva disperso nell’aria diossina 
  • Gli addetti ai lavori avevano intuito da subito che la moria di piante e animali potesse essere dovuta al Tdcc. I sospetti risalgono all’11 luglio, le prime verifiche al 12, i risultati al 14. Solo il 19 luglio, quando arriva in Svizzera il direttore del reparto chimico del Lpip, c’è l’ammissione
  • La nube tossica è notizia dal 17 luglio: Il Giorno e Il Corriere della Sera raccontano la situazione a Meda e Seveso. Ma l’azienda nega e la vita in fabbrica prosegue senza sosta. La Commissione d’inchiesta definisce questi momenti “i giorni del silenzio”
  • Non ci furono morti immediate tra gli esseri umani, ma l’esposizione ha creato un maggiore insorgere di tumori. I decessi sono stati tra gli animali, oltre tremila. Nel 1982, una direttiva europea prende il nome dal luogo dell’incidente dell’Icmesa

Secondo gli analisti della Givaudan, la società che controlla la fabbrica Icmesa, dei circa quattrocento chili di prodotti scaricati in atmosfera, il 3,5% è diossina: poco meno di quattordici chili (una stima aziendale, rivista in seguito verso l’alto dagli scienziati). 

Lo stesso giorno l’azienda avverte i Carabinieri e segnala agli abitanti vicini di non consumare ortaggi. Ma la comunicazione resta generica: si parla di una sostanza «anche impiegata in sostanze erbicide». Nessun accenno alla reale natura del pericolo, nonostante il danno sia sotto gli occhi di tutti. Gli abitanti, del resto, non si allarmano troppo: sono abituati da tempo agli scarichi maleodoranti della fabbrica chimica, e nulla, in quelle prime ore, sembra distinguere il 10 luglio da un sabato qualunque.

Il disastro di Seveso: la serie

Nella prima puntata abbiamo raccontato come il 10 luglio 1976 non fosse un fulmine a ciel sereno, ma l’esito di trent’anni di segnali inascoltati: la produzione di triclorofenolo mai dichiarata agli enti, i precedenti industriali noti almeno dal 1949, la piena consapevolezza dei vertici aziendali. Resta da raccontare ciò che accadde dopo la nube. Sedici giorni in cui chi sapeva tacque, e chi avrebbe dovuto sapere arrivò tardi.

La natura che muore

Lunedì 12 luglio la fabbrica riapre regolarmente. Resta fermo il solo reparto B dove si è verificata l’esplosione. Il primo a parlare è il territorio. A quattro giorni dall’evento comincia la moria di animali domestici, soprattutto conigli; l’erba ingiallisce, le foglie si lacerano, la corteccia si stacca dai tronchi degli alberi. E poi i bambini: alcuni arrivano in ospedale con il volto deturpato da violente eruzioni cutanee. In diciannove vengono ricoverati all’ospedale di Mariano Comense con diagnosi di «Dermatosi tossica», quattro trasferiti all’ospedale Niguarda di Milano per la gravità delle lesioni. I medici brancolano nel buio: non sanno quale sostanza stiano fronteggiando.

Quello stesso 12 luglio l’Icmesa scrive all’Ufficiale sanitario del Consorzio di Seveso «riferendo l’accaduto e dicendo di non essere in grado di dare una plausibile spiegazione» di quanto avvenuto. Non è del tutto vero: un’ipotesi ce l’hanno e verrà confermata due giorni dopo, il 14 luglio 1976. Questa conferma però non verrà immediatamente comunicata, ma taciuta per altri cinque giorni alle autorità italiane.

Avuta notizia dell’incidente l’11 luglio alle 11:45, infatti, il direttore tecnico della Givaudan, Jörg Sambeth, ipotizza subito la formazione di diossina. «Avevamo sentito parlare di incidenti dello stesso tipo e ho pensato a questa possibilità…», ha raccontato anni dopo alla Commissione parlamentare sui fatti dell’Icmesa. 

Sambeth chiede a Herwig Von Zwehl, direttore tecnico dell’Icmesa, di prelevare campioni e portarli segretamente a Ginevra quella stessa notte per delle analisi più approfondite. Von Zwehl incarica del prelievo il direttore della produzione, il dottor Paolo Paoletti, che arriva a Ginevra il mattino successivo. Da lì i campioni viaggiano fino al laboratorio aziendale di Dübendorf, nei pressi di Zurigo.

Il 14 luglio le analisi confermano già la presenza di Tcdd nel materiale prelevato alla Icmesa. Ma dentro l’azienda, l’informazione è diffusa ancora con cautela: nella tarda serata di quel giorno, Sambeth avvisa Von Zwehl di «prendere in esame la possibile presenza di diossina nella sostanza fuoriuscita». Tuttavia né Givaudan né Icmesa avvertono le autorità italiane di questa scoperta.

Il perché lo spiega sempre Sambeth alla Commissione parlamentare, e ai giudici, anni dopo: l’azienda ha preferito aspettare di conoscere il reale livello di contaminazione. I risultati delle analisi che certificano in modo definitivo la presenza della diossina nella “nube tossica” vengono consegnate solo cinque giorni più tardi a un chimico italiano spedito in Svizzera da Regione Lombardia.

Si chiama Aldo Cavallaro, è direttore del reparto chimico del Laboratorio provinciale d’igiene e profilassi (Lpip) di Milano. Viene inviato prima a Seveso il 17 luglio, dopo che Il Giorno ha pubblicato le prime notizie sulle conseguenze dell’incidente, in particolare sui bambini ustionati e la diffusione della cloracne. Poi, il 18 luglio, sulla scorta della letteratura scientifica, Cavallaro va in Svizzera al quartier generale dell’azienda e mette di fronte ai responsabili la sua ipotesi: le conseguenze su popolazione ed ecosistema sono dovute alla diossina.

Cavallaro è presente nei laboratori della Givaudan a Zurigo quando si concludono le analisi definitive sul materiale raccolto a Seveso. È così,  il 19 luglio, che l’ipotesi si trasforma in certezza: dopo nove giorni di reticenze e versioni minimizzanti fornite dai dirigenti locali dell’Icmesa, la contaminazione da diossina non può più essere nascosta. Solo allora, con almeno cinque giorni di ritardo dall’effettiva conoscenza dei fatti da parte dell’azienda, si muovono anche le istituzioni.

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Fonte: IrpiMedia


Autore: Luca Rinaldi

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Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 4.0 Internazionale. 

Articolo tratto interamente da IrpiMedia


martedì 7 luglio 2026

Libertà per Hussam Abu Safiya

Il dottor Hussam Abu Safiya, pediatra palestinese e direttore dell’ospedale Kamal Adwan di Gaza, è detenuto da mesi dalle autorità israeliane. Un medico che ha dedicato la sua vita a salvare bambini e curare feriti non può restare prigioniero nel silenzio generale.

Chiediamo la sua immediata liberazione, la fine della detenzione arbitraria, l’accesso alle cure e il rispetto della sua dignità. Arrestare un medico significa colpire la sanità, la vita, l’umanità stessa. Difendere Hussam Abu Safiya significa difendere tutti gli operatori sanitari che continuano a curare sotto assedio, nel mezzo della distruzione e della fame.

Non si può restare indifferenti.
Non si può tacere davanti a questa ingiustizia.
Non si può accettare che curare diventi un crimine.

Firma e diffondi gli appelli:


Immagine generata con intelligenza artificiale


Testimonianza del dott. Elyas, figlio del dott. Hussam Abu Safiya sul genocidio sanitario a Gaza


Il dott. Elyas Abu Safiya, figlio del dott. Hussam Abu Safiya, direttore dell'Ospedale Kamal Adwan, racconta ciò che lui e il personale sanitario hanno vissuto durante l'assedio del nord della Striscia di Gaza.




venerdì 26 giugno 2026

I climatologi avvertono che il meteo estremo è ormai diventato strutturale



Articolo da Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile - ASviS

Caldo estremo e umidità crescente rendono le ondate di calore sempre più pericolose in Italia e in Europa. Spinte dalla crisi climatica non sono più anomalie ma una nuova normalità, con impatti diretti sulla salute.

Il Regno Unito ha già battuto il proprio record assoluto di temperatura per il mese di giugno, la Francia continua a rivivere “il giorno più caldo di sempre”. Mentre un’ondata di calore si estende in vaste aree d’Europa, In Italia il 25 giugno 17 città, tra cui Roma, sono finite in allerta rossa. Stop dunque ai lavoratori più esposti, come operai edili e fattorini nelle ore più calde, ammesso che ce ne siano di più fresche. Sul tema l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato un allarme chiaro: il caldo estremo “sta mettendo a rischio vite umane”.

Ogni volta che un evento estremo colpisce l’Europa e il nostro Paese, il racconto sembra ripetersi: si parla di eccezionalità, di imprevedibilità, di anomalie. Una narrazione che contrasta con quanto la comunità scientifica documenta da decenni. I dati e gli studi disponibili indicano con chiarezza che fenomeni di questo tipo non solo sono prevedibili, ma destinati a diventare sempre più frequenti e intensi a causa del riscaldamento globale, alimentato dalle attività umane e dall’uso dei combustibili fossili.

Vista la situazione la vera domanda da porsi è: se conosciamo da tempo l’evoluzione di questi fenomeni, perché si è fatto poco o nulla per affrontarli? Una questione che lasciamo per il momento aperta. Prima, vale la pena capire cosa sappiamo sulle ondate di calore e perché l’interazione tra alte temperature e umidità elevata può diventare letale per l’organismo umano.

Il parametro di riferimento: la temperatura di bulbo umido

Per capire davvero perché il caldo può diventare letale, bisogna partire da un indicatore poco conosciuto: la temperatura di bulbo umido (wet-bulb temperature, Twb). È un parametro che combina temperatura e umidità e misura la capacità dell’aria di assorbire il vapore acqueo attraverso l’evaporazione. Quando l’aria è secca, il sudore prodotto dal nostro corpo evapora facilmente, sottraendo calore alla pelle e permettendo all’organismo di raffreddarsi. Ma quando l’umidità è elevata, questo processo si blocca: il sudore non evapora e il corpo non riesce più a disperdere calore. Ed è qui che la combinazione tra temperatura e umidità diventa devastante. Trenta gradi con un’umidità dell’85% possono risultare molto più opprimenti e pericolosi rispetto alla stessa temperatura con aria secca.

Esiste una soglia, un punto di non ritorno, oltre la quale il sistema di termoregolazione umano collassa. Tradotto: c’è un limite all’adattamento.

Fino a poco tempo fa si pensava che una temperatura di bulbo umido intorno ai 35°C fosse un limite da non oltrepassare. In questo caso anche un individuo sano, all’ombra e ben idratato, non è più in grado di raffreddarsi: si entra in una zona di rischio potenzialmente letale nel giro di poche ore. Secondo però recenti studi, anche con Twb che oscillano tra 26°C e 31°C la termoregolazione umana diventa inefficace.

Ci sono diversi modi per calcolare la Twb, tra i più immediati c’è quello offerto da Omni calculator. Se per esempio inserisco i dati di Roma, dove alle ore 12:30 del 25 giugno risultano 33°C con un tasso di umidità del 39%, ecco che il Twb riporta il dato di 22,6°C. Un valore che resta tollerabile ma tutt’altro che rassicurante dato che le conseguenze non si limitano agli scenari più estremi. Anche al di sotto delle soglie letali, il caldo ha infatti effetti significativi sulla salute. Le ondate di calore sono associate a un aumento di patologie cardiovascolari e respiratorie, a disturbi mentali come ansia e depressione, e a un incremento della mortalità. L’esposizione durante la gravidanza può avere effetti permanenti sul nascituro, mentre le cosiddette “notti tropicali”, anch’esse sempre più frequenti, compromettono il sonno e incidono su sistema immunitario e funzioni cognitive.

Il problema è che la crisi climatica sta spingendo proprio in questa direzione. L’aumento delle temperature globali riscalda gli oceani, intensificando l’evaporazione e aumentando il contenuto di umidità nell’atmosfera. Si innesca così un circolo vizioso che porta a condizioni sempre più favorevoli a valori elevati di bulbo umido.

A livello globale, l’esposizione al caldo estremo è destinata ad ampliarsi rapidamente. Oggi la temperatura media della Terra è aumentata di circa 1,4°C rispetto all’epoca preindustriale, ma il 2024 e il 2025 hanno già superato temporaneamente la soglia di 1,5°C indicata dall’Accordo di Parigi, un limite simbolico e fisico oltre il quale gli impatti diventano significativamente più gravi. Non è ancora chiaro se questo sforamento diventerà strutturale, ma il segnale è inequivocabile.

Il punto della situazione

Secondo le analisi dei ricercatori di ClimaMeter, nelle condizioni meteorologiche osservate il 22 giugno 2026 le temperature risultavano tra i 2°C e i 4°C più elevate rispetto a eventi analoghi della seconda metà del Novecento. Il segnale è evidente nelle grandi città: circa +2,4°C a Parigi, +3,8°C a Milano e fino a +4°C a Saragozza. La circolazione atmosferica responsabile dell'evento non è senza precedenti. Simili eventi si sono verificati molte volte in passato, ma ora si manifestano in un clima sostanzialmente più caldo, con conseguenti temperature molto più elevate e impatti maggiori.

Se si guarda alla salute, l’Italia è stabilmente il Paese europeo con il maggior numero assoluto di decessi legati al caldo, secondo studi pubblicati su riviste come Nature Medicine e Lancet Countdown. Durante un’ondata di calore tra fine giugno e inizio luglio 2025, circa il 65% delle morti registrate in 12 città europee (1500 su 2300) è stato attribuito direttamente al cambiamento climatico. A Milano, la quota è stata simile: 317 decessi su 499.

Il quadro complessivo è ancora più impietoso. Nell’estate del 2024 si sono registrati oltre 62000 decessi legati al caldo in Europa, di cui circa 19000 in Italia. Già nel 2022, oltre la metà delle circa 60000 morti estive era attribuibile al riscaldamento globale. E nel 2023, nel nostro Paese, il caldo ha causato un numero di vittime circa quattro volte superiore a quello degli incidenti stradali.

Sul tema, l’allarme è stato più volte lanciato anche dall’Agenzia europea per l’ambiente che, nella sua prima valutazione sui rischi climatici del 2024 ha indicato le ondate di calore come la principale minaccia per la salute pubblica nel Continente per i prossimi anni. Un’analisi arrivata dopo quella del 2017, quando l’Agenzia sottolineò che il caldo estremo mette a rischio anche produzione energetica e infrastrutture. A fine maggio, inoltre, la “Pan-European Commission on Climate and Healthha definito il cambiamento climatico una minaccia diretta alla sicurezza e alla stabilità sociale. Pochi esempi, presi da una vastissima letteratura scientifica, che smentiscono l’effetto a sorpresa attribuito speso al fenomeno.

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Fonte: Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile - ASviS 

Autore:
Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile - ASviS 

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.


Articolo tratto interamente da Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile - ASviS 


La medicina non può essere una merce

"La medicina non può essere una merce. Fino a quando la salute dipenderà dal conto in banca di un individuo, non potremo definirci una società civile. Un sistema sanitario democratico deve andare a cercare il malato là dove vive, nelle miniere, nei campi, nelle periferie dimenticate, senza aspettare che sia lui a bussare alle porte di una clinica privata che non può permettersi. Curare il popolo significa anche dargli una casa sana, acqua potabile e un salario dignitoso. Il medico sociale deve essere un militante contro la povertà, perché la miseria è la peggiore di tutte le malattie."

Salvador Allende


lunedì 22 giugno 2026

Zambia: minacce sanitarie statunitensi



Articolo da L’Anti­capitaliste

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su L’Anti­capitaliste

Per imporre il proprio protocollo d'intesa al governo zambiano, l'amministrazione Trump sta valutando la possibilità di sospendere gli aiuti destinati alla lotta contro l'HIV, mettendo così a rischio centinaia di migliaia di pazienti.

Nei primi mesi del suo secondo mandato, Donald Trump ha bruscamente interrotto il programma USAID, mettendo molti paesi africani in situazioni difficili.

Nuova politica di aiuti

La politica di aiuti della Casa Bianca verso i paesi poveri si riduce ormai a un unico requisito: ogni dollaro speso deve andare a beneficio primario degli Stati Uniti. È in questo contesto che sono iniziati i negoziati bilaterali con diversi paesi africani, in un clima di grande segretezza.

Tuttavia, alcuni dettagli sono stati resi pubblici. È emerso che, durante i negoziati con Kenya e Zimbabwe, Washington ha richiesto l'accesso ai loro database sanitari, nonché la condivisione di campioni relativi a "agenti patogeni identificati come aventi potenziale epidemico" per venticinque anni, senza offrire a questi paesi alcuna garanzia in merito al loro accesso a trattamenti che potrebbero essere sviluppati contro potenziali epidemie. Per quanto riguarda la Nigeria, gli Stati Uniti hanno imposto maggiori aiuti alle vittime cristiane della violenza, ignorando deliberatamente le vittime musulmane.

Il caso dello Zambia

Di recente, l'ONG Health GAP ha ottenuto il memorandum d'intesa proposto dagli Stati Uniti allo Zambia, un paese dell'Africa meridionale. La prima misura: una riduzione degli aiuti. Mentre il budget era stato fissato a 400 milioni di dollari nel 2024, verrebbe ridotto a 320 milioni di dollari, con una graduale diminuzione annuale fino a raggiungere i 132 milioni di dollari nel 2030.

Allo stesso tempo, lo Zambia è tenuto ad assumere 40.000 operatori sanitari tra il 2026 e il 2030, con un aumento di quasi il 50% rispetto agli 81.000 attualmente impiegati. Tale obiettivo appare irrealistico poiché il FMI, nell'ambito della ristrutturazione di un debito stimato in oltre 20 miliardi di dollari, pari al 124% del PIL, richiede una politica di "consolidamento fiscale, rafforzamento della gestione delle finanze pubbliche e miglioramento della governance " .

Come gli altri Paesi interessati, anche gli Stati Uniti chiedono di poter accedere agli agenti patogeni, il che consentirebbe ai propri laboratori di essere i primi a sviluppare farmaci o vaccini.

Il protocollo esclude dagli organismi di supervisione degli aiuti le organizzazioni della società civile riconosciute per la loro competenza. Attualmente, queste ONG zambiane conducono verifiche trimestrali del programma statunitense PEPFAR (President's Emergency Plan for AIDS Relief).

Pazienti presi in ostaggio

Le richieste americane non si fermano qui. Washington chiede anche un accesso privilegiato alle risorse minerarie del paese. Lo Zambia è il secondo produttore di rame in Africa e l'ottavo al mondo. Questo minerale è essenziale per le industrie coinvolte nella transizione energetica.

Il New York Times ha rivelato l'esistenza di una bozza di memorandum dell'ufficio per l'Africa del Dipartimento di Stato, indirizzata a Marco Rubio e volta a contrastare la resistenza delle autorità zambiane. Secondo quanto riportato, questo documento prevedeva la sospensione degli aiuti per la lotta contro l'HIV al fine di fare pressione sul governo zambiano affinché cedesse sulla questione delle risorse minerarie, che Washington non vuole vedere interamente sotto l'influenza cinese.

In Zambia, oltre un milione di persone dipendono quotidianamente dalle cure per l'HIV finanziate dal PEPFAR e rischiano di vedere il proprio stato di salute peggiorare o addirittura morire. Un'altra vergogna attribuibile all'amministrazione Trump.

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Fonte: L’Anti­capitaliste

Autore: Paul Martial

Licenza: Licenza Creative Commons
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Articolo tratto interamente da L’Anti­capitaliste


Consigli utili per combattere l'afa



L'afa può causare disagio e problemi di salute. Oggi pubblico alcuni consigli utili:

- Bere molta acqua per idratarsi e prevenire la disidratazione.

- Evitare bevande alcoliche, caffeinate o zuccherate, che possono aumentare la sudorazione e la perdita di liquidi.

- Indossare abiti leggeri, traspiranti e di colore chiaro, che favoriscono la circolazione dell'aria e riflettono i raggi solari.

- Proteggersi dal sole con cappelli, occhiali da sole e crema solare, per evitare scottature e colpi di calore.

- Cercare luoghi freschi e ombreggiati, come parchi, boschi o fontane, dove si può godere di una brezza naturale.

- Usare ventilatori o condizionatori per rinfrescare l'ambiente, ma senza esagerare con la differenza di temperatura tra interno ed esterno.

- Fare docce o bagni freddi o tiepidi, per abbassare la temperatura corporea e alleviare la sensazione di appiccicosità.

- Mangiare cibi leggeri, freschi e ricchi di acqua, come frutta, verdura, yogurt o gelati, che aiutano a reidratare l'organismo e a fornire sali minerali.

- Evitare pasti pesanti, grassi o piccanti, che possono aumentare la produzione di calore e la sudorazione.

- Ridurre l'attività fisica e lo stress, che possono innalzare la pressione sanguigna e il battito cardiaco.



giovedì 18 giugno 2026

Tutto quello che devi sapere sulla protezione solare per i tatuaggi



Articolo da TuttoGreen

Il sole può scolorire l’inchiostro, irritare la pelle e creare problemi soprattutto sui tatuaggi appena fatti: ecco come proteggerli davvero, con buon senso, ombra, vestiti leggeri e protezione solare corretta

Un tatuaggio non è solo un disegno sulla pelle: è una piccola ‘ferita artistica’ che, nelle prime settimane, ha bisogno di guarire bene. E l’estate è il momento più delicato: sole forte, sudore, mare, piscina e creme sbagliate possono irritare la pelle, sbiadire i colori e aumentare il rischio di reazioni.

La regola è semplice: un tatuaggio appena fatto non va esposto al sole. Quando invece è guarito, va protetto come, e di più, del resto della pelle: ombra, indumenti leggeri, crema solare ad ampio spettro e attenzione ai segnali strani. Perché naturale non significa “senza protezione”: significa scegliere gesti semplici, sicuri e rispettosi della pelle.

Perché il sole è un problema per i tatuaggi

Il sole non è amico dei tatuaggi, soprattutto d’estate. I raggi ultravioletti possono contribuire a far sbiadire alcuni pigmenti e rendere il disegno meno netto nel tempo. L’American Academy of Dermatology raccomanda, quando si sta al sole, una protezione solare ad ampio spettro, resistente all’acqua, con SPF 30 o superiore sui tatuaggi guariti (Fonte: Caring for tattooed skin, AAD, 2025).

Il problema non è solo estetico. La pelle tatuata può sviluppare reazioni infiammatorie o allergiche, e la letteratura dermatologica descrive anche reazioni foto-aggravate, cioè peggiorate dalla luce solare. Alcune ricerche indicano che la luce può contribuire alla degradazione di certi pigmenti, favorendo la formazione di sostanze potenzialmente irritanti o sensibilizzanti. 

Tatuaggio appena fatto: la regola d’oro è niente sole

Un tatuaggio appena fatto non deve essere trattato come pelle normale. È una pelle lesa, in fase di riparazione, più esposta a irritazioni, infezioni e alterazioni del colore. Nelle prime settimane bisogna evitare:

  • sole diretto
  • lampade abbronzanti
  • mare
  • piscina
  • sauna
  • sudorazione intensa
  • sfregamenti con vestiti stretti
  • creme solari applicate direttamente sul tatuaggio fresco, se la pelle non è ancora guarita

Il motivo è semplice: la crema solare è pensata per pelle integra, non per una ferita in guarigione. Finché il tatuaggio presenta croste, desquamazione, pelle lucida, arrossamento o fastidio, la protezione migliore è tenerlo coperto e all’ombra.

Uno studio sulle istruzioni post-tatuaggio raccomanda niente sunscreen fino a guarigione completa, tatuaggio lontano dal sole e uso di abbigliamento protettivo se si trova in una zona esposta (Fonte: Aftercare Instructions in the Tattoo Community: An Opportunity to Educate on Sun Protection and Increase Skin Cancer Awareness, Journal of Clinical Aesthetic Dermatology , 2025).

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Fonte: TuttoGreen

Autore:
Rossella Vignoli

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Articolo tratto interamente da TuttoGreen


Troppo caldo per muoversi e l'impatto della crisi climatica sulla nostra salute



Articolo da inNaturale

Il caldo estremo rende sempre più difficile fare attività fisica e la sedentarietà climatica favorisce lo sviluppo di patologie letali.

Sedentarietà climatica è un’espressione a cui dovremo abituarci perché, in un mondo in cui il caldo estremo domina gli scenari, fare attività fisica diventa sempre meno piacevole. Secondo un’indagine pubblicata in The Lancet Global Health entro il 2050 le persone che rinunceranno a qualsiasi forma di sport aumenteranno in modo significativo e questo si ripercuoterà sulla salute pubblica. Per rispondere all’emergenza sembra sarà dunque necessario progettare ambienti più resilienti.

Cos’è la sedentarietà climatica? 

Quando si parla di sedentarietà climatica si fa riferimento alla tendenza sempre più diffusa a svolgere meno attività fisica a causa del caldo estremo. Mentre la corsa del cambiamento climatico accelera, le temperature si alzano e praticare sport risulta meno sicuro. Secondo una recente analisi, condotta su dati raccolti in 156 Paesi tra 2000 e 2022, entro il 2050 ogni mese con una temperatura meda superiore a 27.8 °C provocherà un aumento dell’inattività climatica di 1.44 punti percentuali a livello globale. 

Il valore salirà all’1.86% per le nazioni a basso reddito. Oggi nel mondo una persona su 3 non rispetta le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sull’attività fisica. Ogni ulteriore peggioramento è quindi da ritenere significativo.

Perché il caldo estremo riduce l’attività fisica? 

La sedentarietà climatica rappresenta una conseguenza del cambiamento climatico perché, più si alzano le temperature, più l’attività fisica si complica. In condizioni di caldo estremo il corpo deve lavorare di più per mantenere la termoregolazione. Ad aumentare è, quindi, anche lo stress cardiovascolare e con questo la percezione dello sforzo

Quando colonnine di mercurio e umidità schizzano alle stelle, per altro, la dinamica può entrare del tutto in crisi. Gli eventi meteo estremi favoriti dal riscaldamento globale, come piogge torrenziali, alluvioni e periodi di siccità prolungati, peggiorano ulteriormente il quadro, insieme alla pessima qualità dell’aria e alla mancanza di accesso ad aree verdi.

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Fonte: inNaturale

Autore: Alice Facchini

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Articolo tratto interamente da inNaturale