"Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa".
Costituzione Italiana (Art. 36)
"Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa".
Costituzione Italiana (Art. 36)
"I padroni non considerano il lavoratore un uomo, lo considerano una macchina, un automa. Ma il lavoratore non è un attrezzo qualsiasi, non si affitta, non si vende. Il lavoratore è un uomo, ha una sua personalità, un suo amor proprio, una sua idea, una sua opinione politica, una sua fede religiosa e vuole che questi suoi diritti vengano rispettati da tutti e in primo luogo dal padrone."
Giuseppe Di Vittorio
Articolo da Rebelión
Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su Rebelión
Chicago, Illinois. 1° maggio 1886: gli operai che da febbraio si erano rifiutati di accettare ulteriori trattenute sui loro salari per costruire una chiesa alzarono la posta in gioco e chiesero una legge che tutelasse il diritto alla giornata lavorativa di otto ore. Come un incendio, duecentomila lavoratori hanno iniziato uno sciopero di massa rivendicando i tre ottavi che compongono una giornata di 24 ore: otto ore per dormire, otto per lavorare e otto per vivere come esseri umani.
Tre giorni dopo, le proteste pacifiche si conclusero con il massacro di Haymarket e, infine, con la pena di morte per i lavoratori che non si schierarono con il partito più forte. Otto dirigenti sindacali sono stati accusati di anarchismo e cinque di loro pagheranno con la vita. Questa tragedia è solo una delle tante e il culmine di anni di proteste sindacali e di persistente demonizzazione da parte della stampa mainstream al servizio dei grandi investitori.
Come al solito, qualche decennio dopo, un potente uomo d'affari si è appropriato delle vecchie richieste di chi stava in basso. Henry Ford proibì tutti i sindacati nella sua micro-repubblica e si vantò di aver inventato la giornata lavorativa di otto ore. Il genio razzista, ammiratore e collaboratore di Hitler, aveva calcolato che se i lavoratori dipendenti del Paese non avessero avuto tempo libero da consumare, nessuno avrebbe potuto acquistare i loro prodotti.
In memoria del massacro di Chicago e delle esecuzioni, il 1° maggio è una festa non lavorativa nella maggior parte del mondo, fatta eccezione per gli Stati Uniti e, per estensione, per il Canada. Per i fanatici nazionalisti, credenti nel diritto divino dei proprietari del mondo, le due parole ( internazionale e lavoratori ) suonano molto pericolose. La recente sconfitta politica della Confederazione a favore della schiavitù fu accolta con numerosi trionfi culturali e ideologici. Passarono tutti inosservati. Una di queste consisteva nell'idealizzare i padroni e demonizzare gli schiavi. Ecco perché, per molte generazioni a venire, negli Stati Uniti verranno celebrati il Memorial Day (in memoria di coloro che sono caduti in guerra) e il Veterans Day (in onore dei veterani di quelle guerre senza fine). Uno è un titolo astratto; l'altro, qualcosa di concreto oltre ogni immaginazione. Per i lavoratori non esisteva e non esiste ancora la Festa dei Lavoratori, e tanto meno il Primo Maggio. Per dimenticare questo inconveniente, il presidente Cleveland ufficializzò il Labor Day a settembre, quasi agli antipodi di maggio, come se ci fosse lavoro senza operai, il che simboleggia un trionfo nascosto dei proprietari di schiavi sconfitti nella guerra civile: i neri, i poveri, gli ultimi, coloro che lavorano, non sono solo pigri, inferiori e, secondo le parole del futuro presidente Theodore Roosevelt, "perfettamente idioti", ma sono anche perfettamente pericolosi. Soprattutto per il loro numero, come, dicevano, erano i neri. Soprattutto a causa di quell'abitudine di proporre i sindacati.
I padroni (bianchi), quelli in alto, i sacrificatori dello champagne, sono quelli che creano posti di lavoro con i loro investimenti. Sono loro che, di tanto in tanto, devono essere protetti dalle chiese e dai militari (negli Stati Uniti con il culto del veterano di guerra che "protegge la nostra libertà" e in America Latina dai militari che correggono gli errori della democrazia con dittature sanguinarie o con minacce eterne). Per l'antica tradizione schiavistica, per i padroni di ciò che il vento ha portato via ma che torna sempre, i veri responsabili del progresso, della stabilità, della pace e della civiltà sono i proprietari delle piantagioni, gli imprenditori industriali. Sono l'élite del popolo eletto e rappresentano tutto ciò che gli schiavi sporchi e sboccati (in seguito lavoratori salariati bianchi provenienti dalla povera Europa; in seguito meticci provenienti dal Sud malato e corrotto) vogliono sempre distruggere.
Naturalmente, non esiste potere assoluto senza alleati potenti, come la stampa mainstream o le chiese compiacenti. Il 17 maggio 1886, come tanti altri prestigiosi giornali di diversi stati, il St. Louis Globe-Democrat del Missouri, a pagina cinque e in sette ampie colonne, approfondiva il conflitto dei lavoratori che non volevano lavorare più di otto ore al giorno:
“ In questa disputa, l’unica istituzione imparziale è la chiesa, sostenuta da capitalisti e lavoratori, poiché è stata fondata da Cristo, un falegname, e quindi ha tutto il diritto di parlare a nome di tutti i lavoratori; la chiesa possiede il pianeta Terra, il sistema solare e l’intero universo, quindi può parlare anche a nome dei capitalisti .”
JM, aprile 2021
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Fonte: Rebelión
Autore: Jorge Majfud

Articolo tratto interamente da Rebelión

Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera
La strage di Portella della Ginestra fu un eccidio commesso il 1º maggio 1947 in località Portella della Ginestra, nel comune di Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo, da parte della banda criminale di Salvatore Giuliano detto anche Turiddu,[3] che sparò contro la folla di contadini riuniti per celebrare la festa dei lavoratori, provocando undici morti e numerosi feriti.[4][5][6]
Le motivazioni della strage risiedevano, oltre che nella dichiarata avversione del bandito nei confronti dei comunisti, anche nella volontà dei poteri mafiosi e delle forze reazionarie di mantenere i vecchi equilibri nel nuovo quadro politico e istituzionale nato dopo la seconda guerra mondiale. Inoltre, l'eccidio dette inizio alla crisi del maggio 1947 e, nei giorni successivi, fu seguita da assalti a sedi dei partiti di sinistra e delle camere del lavoro della zona. Nonostante non siano mai stati individuati i mandanti, la banda di Giuliano è stata indicata da più parti come la sola ed unica responsabile della strage, in quanto i banditi erano intenzionati a intimidire la popolazione contadina che reclamava la terra e aveva votato per il Blocco del Popolo nelle elezioni del 1947; tuttavia, alcuni politici, storici e giornalisti hanno formulato ipotesi sulla responsabilità degli ambienti politici siciliani e nazionali, nonché su presunte ingerenze dei servizi segreti statunitensi.[7][4][5][6][8][9]
Nel 1947, all’apertura del secondo dopoguerra, si tornava a festeggiare il 1º maggio la festa dei lavoratori, spostata al 21 aprile, ossia al Natale di Roma, durante il regime fascista.[5]
Circa duemila i lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, e altri da San Giuseppe Jato e San Cipirello, molti dei quali agricoltori, si erano riuniti a Portella della Ginestra, una località montana del comune di Piana degli Albanesi, nella vallata circoscritta dai monti Kumeta e Maja e Pelavet, a pochi km da Palermo, per manifestare contro il latifondismo a favore dell'occupazione delle terre incolte e festeggiare la recente vittoria del Blocco del Popolo, l'alleanza tra i socialisti di Nenni e i comunisti di Togliatti alle elezioni dell'assemblea regionale siciliana, svoltesi il 20 aprile di quell'anno e nelle quali la coalizione PSI-PCI aveva conquistato 29 rappresentanti su 90 (con il 32% circa dei voti) contro i 21 della DC (crollata al 20% circa). La località fu scelta perché alcuni decenni prima vi aveva tenuto alcuni discorsi Nicola Barbato, una delle figure simbolo del socialismo siciliano. In quel periodo le condizioni di vita del popolo erano molto misere e, come poi raccontato da alcuni sopravvissuti alla strage, molti avevano aderito alla manifestazione anche nella speranza di mangiare qualcosa. La manifestazione era incentrata sulla sperata riforma agraria ed era stata preceduta nell'ottobre del 1944 dall'occupazione delle terre incolte che venne legalizzata dal Ministro dell’Agricoltura Fausto Gullo, che cercava così di sopperire alla povertà diffusa, il quale con alcuni decreti permise l'occupazione dei terreni non utilizzati imponendo una diversa ripartizione dei raccolti che favoriva maggiormente gli agricoltori rispetto ai proprietari a differenza delle consuetudini fino ad allora vigenti in Sicilia e che venne visto come motivo di potenziale rivolgimento sociale che avrebbe alterato gli equilibri politici della regione gestiti anche dalla mafia.[5][10][11] Alla fine di un comizio tenuto dal deputato liberale Girolamo Bellavista durante la campagna elettorale per le regionali del 20 aprile, il capomafia di San Cipirello, Salvatore Celeste, aveva gridato: «Voi mi conoscete! Chi voterà per il Blocco del Popolo non avrà né padre né madre».[10][12] Il 28 aprile successivo, alcuni mafiosi di San Giuseppe Jato, San Cipirello e Piana degli Albanesi furono visti riunirsi in una masseria di proprietà di Giuseppe Troia (capomafia di San Giuseppe Jato) in contrada Kaggio, a pochi chilometri da Portella della Ginestra, ufficialmente per discutere di affitti di terreni[11][13].
Tuttavia le sentenze passate in giudicato affermano che la strage venne ufficialmente organizzata nella giornata del 27 aprile 1947 a seguito di una lettera consegnata da Pasquale Sciortino al cognato Salvatore Giuliano e da lui subito bruciata per eliminarne le tracce. Per tale motivo il bandito diede ordine ai suoi uomini di radunare una ventina di uomini per la sera del 30 aprile e gran parte di essi erano “picciotti”, ancora minorenni, reclutati con la promessa che a lavoro finito avrebbero ricevuto 5.000 lire.[10] Alle prime luci dell'alba del 1º maggio, Giuliano e i suoi uomini si ritrovarono in contrada Cippi, sopra il cimitero di Montelepre, e si divisero in gruppi, iniziando quindi la marcia verso il promontorio del Pelavet dal quale si dominava la vallata di Portella della Ginestra; durante il tragitto sequestrarono quattro ignari cacciatori che avevano incrociato per caso per evitare che potessero raccontare qualcosa[11].
Verso le 10 del mattino, un calzolaio di San Giuseppe Iato, Giacomo Schirò, diede inizio al comizio in sostituzione dell'oratore designato che era in ritardo per un contrattempo, il dirigente sindacale Francesco Renda (che a sua volta sostituiva Girolamo Li Causi, il segretario regionale del PCI trattenuto da un altro impegno),[5][14][15] quando improvvisamente dal monte Pelavet partirono sulla folla in festa numerose raffiche di mitra, che si protrassero per circa un quarto d'ora e lasciarono sul terreno undici morti (otto adulti e tre bambini) e ventisette feriti, di cui alcuni morirono in seguito per le ferite riportate[10][11]. Furono sparati circa 800 colpi con almeno sette armi diverse: una mitragliatrice Breda Mod. 30, un Carcano Mod. 91, un mitra Thompson, una carabina M1, un fucile a ripetizione Enfield, una mitragliatrice Bren e un Beretta MAB 38[11][16]. I primi colpi erano stati inizialmente scambiati per dei mortaretti perché sparati in aria ma, anche quando ci si rese conto della loro reale natura, la mancanza di ripari impedì a molti di mettersi in salvo.[5]
Quattro uomini, che erano appartati con una prostituta a circa un chilometro dal luogo della strage, videro scendere dodici banditi dal monte Pelavet dopo la sparatoria ed uno di costoro, che indossava un impermeabile chiaro, disse: «Disgraziati, chi facìstivu?» (it. "Disgraziati, che avete fatto?")[10][11]. Emanuele Busellini, campiere del feudo Strasatto di Monreale, s'imbatté casualmente in un gruppo di banditi che si dirigevano verso Montelepre dopo aver perpetrato la strage: lo sequestrarono e lo condussero fino ad una dolina profonda 80 metri, dove gettarono il cadavere dopo averlo finito a colpi di mitragliatrice per eliminare un testimone scomodo in quanto Busellini era un confidente delle forze dell'ordine[10][11][13]. I suoi resti furono ritrovati dai Carabinieri al comando del tenente colonnello Giacinto Paolantonio soltanto il 22 giugno successivo grazie ad una fonte confidenziale (il bandito Salvatore Ferreri, detto Fra Diavolo)[10]. Busellini lasciava una moglie incinta e una figlia di due anni.[13]
Nel mese successivo alla strage di Portella della Ginestra, nelle giornate del 22 e 23 giugno, avvennero attentati con mitra, molotov e bombe a mano contro le Camere del Lavoro e le sedi del PCI di Monreale, Carini, Cinisi, Terrasini, Borgetto, Partinico, San Giuseppe Jato e San Cipirello, provocando in tutto due morti (i sindacalisti Vincenzo Lo Jacono e Giuseppe Casarrubea, padre dell'omonimo studioso)[17] e numerosi feriti: sui luoghi degli attentati vennero lasciati dei volantini firmati dal bandito Salvatore Giuliano che incitavano la popolazione a ribellarsi al comunismo[10][11].
Così come la mafia aveva giurato vendetta al Fascismo che, con il prefetto Cesare Mori, l’aveva duramente colpita, così, nell'immediato dopoguerra, reagì in sodalizio con massoneria, latifondisti e indipendentisti alle istanze di rinnovamento dei nuovi soggetti politici per garantire il mantenimento dello status quo, sfruttando la fama del bandito Giuliano che si ritrovò a essere solo una pedina all'interno di una macchinazione molto più complessa di quello che poteva immaginare.[5]
La CGIL proclamò lo sciopero generale, accusando i latifondisti siciliani di voler “soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori”[18]. Solo quattro mesi dopo si seppe che a sparare a Portella della Ginestra e a compiere gli attentati contro le sedi comuniste erano stati gli uomini del bandito separatista Salvatore Giuliano, ex colonnello dell'E.V.I.S. Il rapporto dei carabinieri sulla strage faceva chiaramente riferimento a "elementi reazionari in combutta con i mafiosi".[5]
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"La libertà è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la possibilità di cercare, di esperimentare, di dire no a una qualsiasi autorità, letteraria artistica filosofica religiosa sociale, e anche politica."
Ignazio Silone
“Precipitoso e lieve
il tempo ci raggiunse.
Di fuggevoli istanti ordì una storia
ben chiusa e triste.
Dovevamo saperlo che l’amore
brucia la vita e fa volare il tempo.”
Vincenzo Cardarelli
“Certe mattine mi sveglio guerriera, altre molto spaventata. Ma ho imparato ad accettarmi. Non c’è un percorso uguale per tutti, l’importante è non perdersi in una strada dettata dai condizionamenti. Quelli sì che mettono in confusione.”
Violante Placido
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"Pensi di avere un limite, così provi a toccare questo limite. Accade qualcosa. E Immediatamente riesci a correre un po' più forte, grazie al potere della tua mente, alla tua determinazione, al tuo istinto e grazie all'esperienza. Puoi volare molto in alto."
"Ero al cinema e vedo mio padre, che a un certo punto veniva attaccato da questo branco di persone, veniva picchiato e io mi misi a piangere. Lui mi prese la mano come a dire: "Non ti preoccupare, io sono qua. Quello è tutta una finzione, quello è il cinema, no?" E però non riusciva a consolarmi. Era più forte l'emozione che vivevo attraverso lo schermo che la capacità sua di consolarmi. E quindi forse quello è stato il primo momento in cui ho capito le grandi potenzialità del cinema e le potenzialità espressive."
Ricky Tognazzi
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"Basta anche solo una melodia. E senza che tu lo voglia, ti riporta indietro. Una frase sentita per caso, un nome, un'immagine. E tornano volti, momenti, promesse dette quando tutto sembrava possibile".
Roby Facchinetti
Photo credit Broc, CC BY-SA 3.0, da Wikimedia Commons
"Non mi sono mai pentito di aver fatto domani quello che avrei potuto fare ieri o un mese prima. Spesso mi rattristo rileggendo le cose che ho fatto: ma in fondo non me ne cruccio mai soverchiamente perché posso dire, in piena coscienza, che mi sono sempre arrabattato per non farle. Sempre mi sono sforzato di rimandarle al domani."
Giovannino Guareschi
"Il calore del sole di maggio che si posa sulla pelle è come un bacio da lontano che ti ammorbidisce i pensieri. E tu sai che sta arrivando l’estate."
Fabrizio Caramagna